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FINANZA
La bolla del private credit sta per esplodere?

Powell rassicura i mercati, ma il settore è messo a dura prova dalle richieste di rimborso di chi era attirato ieri dalla promessa di alti rendimenti. Intanto i fondi specializzati in situazioni di crisi vedono profilarsi una nuova occasione di affari

Paola Pilati

Negli ultimi anni il private credit è passato da nicchia della finanza alternativa a protagonista del sistema globale del credito. Ma oggi, dopo una lunga fase di espansione, il settore si trova davanti a quello che molti osservatori definiscono un vero e proprio “momento della verità”.

A lanciare un segnale di cautela è stato anche il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, che ha sottolineato come la banca centrale stia monitorando attentamente il comparto. Pur senza intravedere rischi sistemici imminenti, Powell ha chiarito che l’attenzione è alta, soprattutto per individuare eventuali collegamenti con il sistema bancario tradizionale e possibili effetti di contagio .

Il private credit – ossia il finanziamento diretto alle imprese da parte di fondi e investitori istituzionali – ha conosciuto una crescita impetuosa dopo la crisi del 2008, quando le banche, frenate da regolamentazioni più severe, hanno ridotto la concessione di prestiti. In questo spazio si sono inseriti grandi gestori globali come Apollo Global Management, Blackstone, Ares Management e KKR, contribuendo a costruire un mercato che oggi, secondo diverse stime, vale tra i 2.000 e i 2.600 miliardi di dollari a livello globale.

Questi operatori non si limitano a fornire capitale, ma strutturano vere e proprie soluzioni di finanziamento su misura. Apollo, ad esempio, è uno dei principali attori nel direct lending e nel credito strutturato, mentre Blackstone gestisce piattaforme di private debt con centinaia di miliardi di dollari di asset. Ares, da parte sua, è tra i leader nel finanziamento alle medie imprese, con un portafoglio ampio e diversificato tra Stati Uniti ed Europa.

Per anni, il settore ha attirato capitali promettendo rendimenti superiori rispetto alle obbligazioni tradizionali, spesso nell’ordine del 6-10% annuo, grazie anche al cosiddetto premio per illiquidità. Tuttavia, il contesto macroeconomico è cambiato. L’aumento dei tassi di interesse, iniziato nel 2021, ha messo sotto pressione molte aziende fortemente indebitate, mentre la fine dell’era del denaro a basso costo ha reso più difficile rifinanziare il debito.

I primi segnali di tensione stanno emergendo proprio ora. Secondo diverse analisi di mercato, la qualità del credito si sta deteriorando: la quota di prestiti con indicatori di sostenibilità del debito deboli è aumentata sensibilmente negli Stati Uniti, arrivando a circa un terzo del totale, mentre cresce il numero di aziende che scelgono di rinviare i pagamenti degli interessi, accumulando ulteriore debito. Un fenomeno che potrebbe nascondere tassi di default reali più elevati rispetto a quelli ufficialmente registrati.

Non sorprende quindi che il private credit sia diventato una delle principali fonti di preoccupazione a Wall Street nel 2025. Alcuni fondi gestiti da grandi gruppi come Apollo, Blackstone e Ares hanno registrato miliardi di dollari di richieste di rimborso, soprattutto da parte di investitori facoltosi preoccupati per la liquidità e per l’esposizione al settore tecnologico .

Allo stesso tempo, proprio le difficoltà del settore stanno attirando un’altra categoria di investitori: i fondi specializzati in situazioni di crisi, i cosiddetti “distressed”. Società come Strategic Value Partners, che gestisce circa 22 miliardi di dollari, o Marblegate Asset Management stanno raccogliendo nuovi capitali per sfruttare quella che definiscono la migliore opportunità dai tempi della crisi del 2008. L’aumento delle vendite forzate e delle difficoltà finanziarie potrebbe infatti generare occasioni di acquisto a prezzi fortemente scontati.

Il quadro è ulteriormente complicato da dinamiche strutturali. Negli ultimi anni, molti fondi di private credit hanno ampliato la loro base di investitori, includendo facoltosi e risparmiatori retail. Negli Stati Uniti, una proposta normativa dell’amministrazione Trump mira ad aprire il mercato dei fondi pensione – un bacino da circa 10.000 miliardi di dollari – agli investimenti in asset privati. Una svolta che potrebbe portare nuove risorse, ma anche aumentare i rischi in caso di performance deludenti.

Il nodo centrale resta quello della sostenibilità del modello. Il private credit ha costruito il proprio successo su tre promesse: rendimenti elevati, rischio contenuto e relativa stabilità. Oggi tutte e tre appaiono in discussione. I rendimenti sono sotto pressione, i rischi emergono con maggiore chiarezza e la liquidità – da sempre limitata – si sta rivelando un vincolo concreto per molti investitori.

Eppure, parlare di crisi sistemica appare prematuro. Il settore, pur in forte crescita, rappresenta ancora una quota relativamente contenuta del sistema finanziario globale, pari a circa il 9% del totale del credito alle imprese, e i livelli di default restano, almeno per ora, intorno al 2,5%, in linea con le medie storiche .

In questo scenario, il private credit si trova a un bivio. Da un lato, le tensioni attuali potrebbero segnare la fine di una fase di espansione facile, imponendo una maggiore disciplina nella selezione degli investimenti. Dall’altro, le stesse difficoltà potrebbero aprire nuove opportunità per gli operatori più sofisticati, capaci di navigare contesti complessi.

Per imprese e investitori, la sfida sarà comprendere se il private credit resterà una valida alternativa al credito tradizionale o se, al contrario, emergeranno limiti strutturali finora sottovalutati. Una cosa è certa: dopo anni di crescita ininterrotta, il settore non è più immune dalle dinamiche del ciclo economico. E il prossimo capitolo è appena iniziato.

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