Osservatorio Banche

di Silvano Carletti

Intesa-Ubi non fa primavera

Silvano Carletti
Silvano Carletti

Nel recente passato i vertici delle istituzioni europee hanno più volte auspicato un’accelerazione del processo di consolidamento del sistema bancario continentale. In questi anni il numero degli istituti di credito operanti nel vecchio Continente è fortemente diminuito: tra inizio 2009 e agosto 2020 sono scomparsi quasi 2.400 marchi bancari, portando il loro totale appena sopra quota 4.400.

Anche se si guarda ai più espressivi dati consolidati la semplificazione del circuito europeo risulta considerevole: in Spagna i 55 gruppi operanti nel 2008 si sono ridotti a meno di 15; in Italia, ai 12 principali gruppi bancari (quelli cioè sottoposti alla vigilanza della Bce) è riconducibile oltre l’80% delle attività del sistema, con i due gruppi più importanti che contribuiscono per quasi due terzi. 

Malgrado queste evidenze è tuttavia vero che in questi anni il flusso delle operazioni di aggregazione bancaria è risultato decisamente modesto, coinvolgendo quasi sempre istituti di limitate dimensioni o limitandosi a particolari attività aziendali. Decisamente rare sono da tempo le fusioni e acquisizioni di rilievo, sia di natura domestica che transfrontaliera. 

Nella prospettiva cross-border l’ultima acquisizione rilevante è quella dell’inglese TSB da parte del Banco de Sabadell (2015, esborso di £1,7 mld); se ci si limita alla sola eurozona per trovare operazioni di importo pari ad almeno €500 mln bisogna risalire al 2011. Per quanto riguarda le operazioni domestiche il consuntivo è solo leggermente meno scarno. Peraltro, in più casi si è trattato  della  “messa in sicurezza” di istituti in condizioni decisamente critiche. Rientrano in questa fattispecie l’assorbimento (2017) del Banco Popular da parte del Santander e quello (2017) delle due banche venete da parte di Intesa. L’onere della sistemazione della banca acquisita nel primo caso è stato sostenuto dal gruppo acquirente, nel secondo caso dalla finanza pubblica (5 mld circa). 

Numerose al contempo le operazioni annunciate, ritenute possibili ma poi non perfezionate: tra le tante, lo scorso anno la fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank.

Pur a prezzo di un evidente schematismo, le argomentazioni di chi ritiene opportuna in Europa una ripresa delle operazioni di aggregazione bancaria sono raggruppabili lungo due distinti filoni: il primo fa riferimento al processo di costruzione di un sistema bancario effettivamente continentale; il secondo alle conseguenze non più eludibili dei mutamenti del contesto esterno con cui il sistema creditizio si confronta da alcuni anni.

Per comprendere il primo tipo di riflessione, certamente utili sono le considerazioni svolte da Andrea Enria (capo della vigilanza europea) in un intervento pronunciato nel gennaio scorso (The road towards a truly European single market). L’impegno profuso dalle istituzioni europee negli ultimi trent’anni (la Single European Banking Licence fu introdotta nel 1993) ha consentito di raggiungere risultati molto importanti, ponendo le fondamenta dell’Unione Bancaria. Può dirsi, quindi, realizzato un sistema bancario europeo? La risposta che Enria dà a questa domanda è decisamente negativa: “le banche dell’area euro non considerano ancora l’unione bancaria come il loro vero mercato domestico”.

Il sistema bancario dell’eurozona è rimasto un insieme di sistemi nazionali, senza evolvere in un circuito bancario unico. Il suo livello di integrazione risulterebbe certamente accresciuto se divenissero più numerosi i gruppi bancari con un’apprezzabile proiezione europea della loro attività. Lo sviluppo di iniziative cross border è però reso difficile, oltre che dalla mancata unificazione/armonizzazione di molti capitoli della struttura normativa (fisco, diritto societario, diritto fallimentare, etc), anche dall’orientamento tendenzialmente più restrittivo frequentemente adottato della stessa legislazione bancaria europea.  

Il secondo percorso che spinge ad auspicare un’intensificazione dei processi di aggregazione muove dalla consapevolezza che l’insufficente redditività del settore è un dato sempre più strutturale. Da tempo il flusso dei ricavi si è fortemente indebolito sia per cause relativamente recenti (in particolare tassi d’interesse su livelli particolarmente modesti) sia per fenomeni irreversibili (numerosi processi di disintermediazione). Parallelamente l’evoluzione tecnologica richiede intensi investimenti e la revisione normativa avviata 15-20 anni fa ha accresciuto considerevolmente la dotazione patrimoniale richiesta, processi entrambi non ancora esauriti.

La crisi indotta dalla pandemia acuisce sensibilmente molti degli aspetti negativi e ne introduce di nuovi (indebolimento ulteriore della capacità di reddito, aumento significativo del rischio di credito). Una semplificazione della platea degli operatori avvicinerebbe i “sopravvissuti”  ad una più adeguata redditività. I dati prima riportati indicano che un ridimensionamento della capacità di offerta del settore è già avvenuto ma, come altrove nel mondo, l’intero processo è ancora lontano dall’aver definito nuovi sostenibili equilibri. 

Lo spessore di questa argomentazione è condiviso dal governatore Ignazio Visco, che intervenendo recentemente al comitato esecutivo ABI ha riproposto due fondamentali considerazioni: “in alcuni casi l’uscita dal mercato diviene inevitabile … le banche sono imprese e possono fallire”; “le aggregazioni tra intermediari non sono un obiettivo in sé; se attuate in presenza di un solido piano industriale sono tuttavia uno dei pochi strumenti a disposizione delle banche, … per aumentare l’efficienza e la possibilità di operare con successo sul mercato”.

Nell’ottica di un suo accresciuto consolidamento il 2020 si sta rivelando un anno importante per il sistema bancario europeo. A luglio la Bce ha chiesto agli operatori del settore di esprimersi su un documento in cui illustra come intende mutare la sua politica per non ostacolare i progetti di aggregazione che coinvolgono banche dell’eurozona. In particolare la Bce ritiene opportuno intervenire su due punti che contribuiscono non poco a determinare l’onere complessivo delle operazioni di M&A, domestiche o cross border: i criteri per fissare la dotazione patrimoniale della nuova entità e la considerazione della svalutazione contabile (badwill) che generalmente si determina per effetto di queste operazioni. Si tratta di un passo importante non solo per la correzioni ipotizzate, ma anche perché non esclude altri interventi dello stesso segno.

In questi mesi del 2020 sono state anche definite due importanti operazioni di aggregazione: l’acquisizione (completata) di Ubi da parte di Intesa e l’integrazione (in fase molto avanzata) di Bankia in CaixaBank. 

Le due operazioni hanno aspetti in comune a cominciare dal fatto che non hanno il prevalente obiettivo di sistemare situazioni di critica debolezza. Entrambe le banche target, infatti, chiudono il bilancio in utile. Tuttavia il loro andamento e le loro prospettive non possono dirsi complessivamente brillanti. Bankia è stata costituita nel 2010 aggregando sette cajas in difficoltà (tra esse Caja Madrid), un’iniziativa dall’esito disastroso che ha richiesto appena due anni dopo una rilevante ricapitalizzazione pubblica (€22,4 mld). Solo una piccola parte (€3,3 mld) di questi fondi è stata finora recuperata, con un ulteriore potenziale recupero di €2,4 mld (valorizzazione partecipazione). L’integrazione di Bankia in CaixaBank apre al governo spagnolo la strada per un rilevante disimpegno dal settore bancario (la partecipazione del 61,8% in Bankia si converte in partecipazione del 16% in CaixaBank). 

L’acquisizione di queste banche di “seconda fascia” (125 e 200 mld il loro attivo) consente ai  gruppi acquirenti di rafforzare ulteriormente la loro leadership nel mercato domestico, soprattutto sul versante retail. Sia Intesa sia soprattutto CaixaBank si caratterizzano per una modesta presenza internazionale (sostanzialmente nulla nel caso della banca spagnola). 

In ambedue i casi le operazioni sono del tipo “carta contro carta”, si realizzano cioè attraverso uno scambio azionario. Per raggiungere il suo obiettivo Intesa ha dovuto integrare l’iniziale proposta di scambio azionario con un pagamento in contante ma questo esborso (650 mln) non ha intaccato la sua liquidità perché solo una frazione dell’incasso previsto con la vendita di sportelli e attività assicurative imposto dall’Autorità antitrust per concedere il via libera all’operazione. 

Il succedersi di questi due eventi in un breve arco di tempo dopo un lungo periodo di “siccità” fa ipotizzare la definizione di nuovi equilibri nel mercato bancario dell’area euro. Lo testimonia anche il risveglio della quotazione dei titoli delle banche immaginate come obiettivi di possibili altre aggregazioni. Nell’insieme, però, sembra ancora presto per dire che siamo alla vigilia di una nuova stagione di fusioni e acquisizioni.