In Europa la capacità produttiva è sempre troppa

Silvano Carletti
Silvano Carletti

Nei primi giorni di ottobre la McKinsey ha pubblicato la sua consueta Global Banking Annual Survey, un documento nel quale si cerca di definire forza e caratteristiche dei processi di trasformazione strutturale in atto nel circuito bancario internazionale.

Nell’edizione del 2018 l’analisi aveva cercato di mettere a fuoco quanto spazio l’intermediazione non bancaria sta sottraendo agli intermediari bancari tradizionali (Banks in the changing world of financial intermediation). Nel 2017, invece, si era evidenziato come l’indebolimento della crescita economica, il progredire della digitalizzazione e una più rigorosa regolamentazione stavano erodendo la profittabilità bancaria (A brave new world for global banking).

Il documento prodotto quest’anno dall’autorevole società di consulenza statunitense (The last pit stop? Time for bold late-cycle moves) sottolinea quanto diversificate siano le prospettive dei componenti dell’industria bancaria, quali e quanti siano i vincitori e i vinti dei processi di trasformazione in atto.

Come nel passato la base informativa che supporta l’analisi è ampia e di respiro globale (le 1000 più importanti istituzioni bancarie internazionali). Come si ricorda più volte, la performance di un’istituzione bancaria è determinata sostanzialmente da due fattori: lo stato di salute dei mercati riferimento (circostanza che condiziona il risultato annuale orientativamente per il 70%) e la scala di attività. Con eccezioni solo limitate, scala e redditività si muovono in modo coerente:  solo una forte specializzazione riesce (in un numero limitato di casi) a compensare lo svantaggio di una scala aziendale ridotta.

La profittabilità bancaria è da tempo sotto pressione: se si considera il decennio 2009-18, solo il 44% delle banche risulta aver conseguito una redditività che supera il teorico costo del capitale. Questo dato, quando ricavato da una database esteso a un migliaio di banche operanti in decine di paesi diversi, è un dato complessivamente poco espressivo. Lo sforzo che il report compie è appunto quello di qualificarlo meglio, uno sforzo che approda ad una ripartizione dell’industria bancaria globale in quattro segmenti.

Performance molto diverse

Il primo gruppo è quello dei market leaders, titolo attribuito al 20% circa delle banche considerate. Operatori con una elevata redditività (ROTE after tax, Return On tangible Equity, nel triennio 2016-18 in media pari al 17%), ben al di sopra del teorico costo del capitale (COE, Cost Of Equity). La loro forza è soprattutto quella di operare in attractive markets (per poco meno della metà operano in Cina, India e negli altri paesi dell’Asia emergente, per un quarto nel Nord America). Questa circostanza consente di compensare ampiamente una struttura dei costi (operanting expenses / assets ratio) ed una esposizione al rischio (impairments cost over assets) relativamente pesanti. 

Ben lontano da questo gruppo leader si ritrovano altri due gruppi di istituti, le resilient banks e le banche follower. Questi due gruppi conseguono in media una reddività non troppo diversa (net ROTE del 10,7% nel primo caso e del 9,6% nel secondo) ma si confrontano con problematiche ben diverse.

Le resilient banks (poco meno di un quarto del totale) sono in genere banche ben gestite, ma costrette a confrontarsi con contesti di mercato (Europa occidentale e paesi asiatici a sviluppo più consolidato come il Giappone) caratterizzati da dinamiche economiche e tassi d’interessi molto modesti. 

Viceversa le banche follower (un quinto) sono prevalentemente istituti di medie dimensioni con una struttura aziendale relativamente poco aggiornata. Riescono però a conseguire risultati economici non disprezzabili grazie alla condizione favorevole dei loro mercati (Asia emergente e Nord America).

Se il circuito bancario internazionale si fermasse qui, la redditività media a livello globale si attesterebbe al 12-13%. Un consuntivo non privo di problemi (circa la metà delle banche inserite negli ultimi due gruppi hanno una redditività che non raggiunge il costo del capitale), ma nel complesso non preoccupante.

Uno dei meriti del report della McKinsey è quello di richiamare l’attenzione sulle challenged banks, l’area di fragilità del circuito bancario di molti paesi, soprattutto europei. Con riferimento al triennio 2016-18 il ROTE netto di queste banche (il 35% di quelle esaminate) risulta in media inferiore al 2%, il che vuol dire che al suo interno non sono poche le banche con redditività negativa.

Alla radice di questo risultato ci sono spesso più circostanze negative: la debolezza dei mercati di riferimento, una scala di attività generalmente insufficiente (tra loro si ritrovano però anche gruppi bancari di significativa dimensione), una gestione senza molta qualità. Il modesto flusso di utili che le challenged banks conseguono non consente di finanziare energici processi di riorganizzazione aziendale o di innescare processi di innovazione. In altre parole, non c’è spazio per avviare una positiva evoluzione interna.

Quali indicazioni estrarre dal report della McKinsey?

In altre fasi storiche queste situazioni di debolezza sono state risolte attraverso processi di aggregazione guidati dalle banche leader. Trend di questo genere oggi non si intravedono né in Europa né nella maggior parte degli altri contesti di mercato. Il tono prevalentemente depresso delle previsioni sullo sviluppo dell’attività non fa ritenere che questo scenario possa rapidamente cambiare. 

Da molti anni non vengono realizzate fusioni o acquisizioni di dimensioni apprezzabili. La capacità operativa che verrebbe acquisita richiederebbe investimenti importanti per essere aggiornata e/o sarebbe destinata a rimanere largamente inutilizzata.

Le poche operazioni di cessione/acquisizione effettuate riguardano particolari rami aziendali. Da tempo non si vedono acquisizioni cross border (in Europa l’ultima risale al 2015) mentre le aggregazioni di natura domestica sono soprattutto sistemazione di situazioni fallimentari (Santander – Banco Popular), a volte realizzate solo grazie ad un significativo supporto finanziario pubblico (Intesa SanPaolo-Banche Venete).

Anche l’ipotesi di costruire nuovi “campioni nazionali” aggregando istituti di medie dimensione non sembra trovare  sbocco. La forte presenza pubblica nel capitale delle banche  (restando in Europa, in Italia, nel Regno Unito, in Olanda, in Belgio) non si dimostra capace di alimentare alcun processo di concentrazione, anche a causa di divieti regolamentari in materia. 

In un recente (luglio 2019) intervento, Andrea Enria (capo della vigilanza Bce) ha affermato che almeno nel contesto bancario dell’eurozona c’è una chiara situazione di eccesso di capacità d’offerta. A livello sovranazionale altre (poche) autorità ufficiali hanno espresso un’opinione simile. A livello nazionale, invece, nessua autorità si è esposta su questo tema in modo chiaro. 

In definitiva, come possa avvenire il ridimensionamento delle challenged banks è domanda che finora non ha trovato risposte, le bold late-cycle moves evocate nel titolo del report. È un tema con molti risvolti politici (la sorte di migliaia di dipendenti, la fine di molte istituzioni locali, etc) che esula dalle competenze della McKinsey e che quindi il documento non affronta.