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COME AFFRONTARE IL NGEU

Il webinar di Assonime e Fondazione La Malfa

Paola Pilati

Creare un’authority nuova di zecca o usare le risorse umane della Pubblica amministrazione? Accentrare le scelte alla Presidenza del Consiglio in team con un paio di ministri, o fare l’appello dei desiderata di tutte le articolazioni dello Stato, centrali e periferiche? Usare un setaccio a maglie strette che selezioni i progetti in base al loro impulso alla crescita, o sommare le richieste in lista d’attesa per trovare un finanziamento? 

Sul come affrontare il recovery plan il dibattito pubblico langue. A prendere la scena sono le strumentalizzazioni politiche per tornaconti di parte (leggi Renzi), la retorica dei princìpi (fine della democrazia, insulto al Parlamento, e via in crescendo) da benpensanti di maniera, e il populismo che promette tutto a tutti.

Ma di entrare nel merito e dare risposta alle domande poste all’inizio non se ne parla. Nonostante gli ammonimenti di Draghi (attenti al debito “cattivo”) e la cassetta degli attrezzi che l’ex governatore della Bce ha confezionato (https://fchub.it/i-consigli-di-draghi/) per insegnare a non sbagliare i prossimi interventi finalizzati alla ripresa, il governo italiano appare ancora in cerca di un “discorso sul metodo”. 

Eppure di intelligenze, ed esperienze, pronte a contribuire a far decollare quel dibattito non ne mancano. Di passione civile neanche. Lo ha dimostrato il brain storming che si è svolto nel webinar organizzato il 4 gennaio tra Assonime e Fondazione Ugo La Malfa. Non la ricerca dell’unanimità ma del confronto fattivo; non la critica sterile ma la concretezza delle soluzioni; non l’allarmismo aggressivo ma la preoccupazione corale, quasi accorata, che questa occasione che l’Unione europea offre all’Italia con i 209 miliardi promessi per trasformarla nel paese che tutti sogniamo di vivere possa andare sprecata.

Proviamo dunque a fare una sintesi degli elementi emersi dal dibattito, in cui sono intervenuti, oltre ai padroni di casa Stefano Micossi e Innocenzo Cipolletta (rispettivamente direttore generale e presidente di Assonime) e Giorgio la Malfa e Massimo Andolfi (il primo presidente della Fondazione intitolata al padre Ugo, il secondo consigliere), anche Romano Prodi, Sabino Cassese, Marco Buti, Carlo Cottarelli, Franco Bassanini, Claudio De Vincenti, Adriano Giannola, Fiorella Kostoris e Marcello Messori.

LA GOVERNANCE

Come ha ricordato Buti, la Ue chiede un’autorità capofila con un responsabile generale del piano, che sia anche un punto di contatto unico della Commissione. Per il resto lascia liberi i paesi di organizzarsi. La governance del piano NGEU è stata quindi il focus del confronto, e ha preso le mosse dalle due proposte sul tavolo.

Quella della Fondazione la Malfa propone la creazione di una struttura straordinaria affidata a personalità in grado di interloquire con l’Europa e con il compito di identificare i progetti da mandare avanti e di realizzarli con procedure straordinarie, evitando il rischio dei tanti soggetti attuatori da coordinare e monitorare. L’attività di controllo di questa authority spetterebbe a una Commissione di vigilanza parlamentare composta dai designati di maggioranza e opposizione, che avranno lì una sede di dialogo politico.

Assonime invece dice no a nuove strutture. È soprattuto il fattore tempo a sconsigliarle, ma non solo: ha una posizione di principio che vuole che le grandi scelte delle riforme vadano riservate alla politica attraverso le sue articolazioni, dal Consiglio dei ministri al Parlamento alla Conferenza Stato-Regioni. Date a questo livello le grandi linee, la scelta dei progetti va esercitata da una struttura tecnico-gestionale, attribuita a un ministro ad hoc senza portafogli con un suo team tecnico, costruito anche con l’immissione di competenze dall’esterno, ma che potrebbe avvalersi, per esempio, delle competenze della CDP. È questo team l’organismo a cui toccherebbe il compito di stabilire il coordinamento sul territorio, attraverso una rete di soggetti responsabili. Questi ultimi vanno identificati nelle articolazioni dei governi locali (Comuni e Regioni) e dovranno interagire con il team tecnico del ministro.

Con diverse sfumature, l’idea dell’authority non trova il sostegno della maggior parte dei partecipanti, vuoi in via di principio, vuoi per i tempi che sarebbero necessari a crearla. Come fare a dare vita in pochi mesi a qualcosa di simile alla Cassa per il Mezzogiorno delle origini, il modello che molti hanno evocato? Impossibile. Ma tutti concordano che i livelli da mettere in campo devono essere due: uno politico per gli indirizzi, e uno tecnico-operativo per la selezione e l’analisi di fattibilità dei progetti, scelti in base al loro potenziale di rilancio della crescita del paese.

Interessante il punto sollevato da Kostoris: quello della stabilità. Sia nelle decisioni che nelle figure che le interpretano, durante il percorso dei sei anni previsti dal NGEU. Se la responsabilità della struttura di gestione del fondo per la ripresa venisse data a un ministro – è l’argomento – costui sarebbe soggetto al cambio del governo, come pure a un cambio di maggioranza. Tutto ciò non metterebbe una forte ipoteca sulla governance del programma? È per questo che Kostoris propone come responsabile una figura bipartisan, scelta cioè dai presidenti delle due Camere, che di solito rappresentano appunto maggioranza e opposizione, con il Parlamento come interlocutore a cui riferire.

I PROGETTI

Per la ripresa è meglio dare spazio a progetti nuovi piuttosto che a incentivi, ha precisato Buti. Ricordando che dovranno rispondere alla matrice delle raccomandazioni specifiche fatte all’Italia (le riforme di fondo, dalla giustizia alla pubblica amministrazione alla competitività). E dovranno avere un ruolino di marcia rigoroso: dovranno essere definiti entro fine marzo, essere articolati in stadi intermedi d’avanzamento, prevedere un’auditing e un sistema di controllo anti-frode. Un lavoro complesso, insomma, da fare a tamburo battente.

Dopo il passo falso del presidente del Consiglio con la richiesta urbi et orbi di presentare progetti (come hanno criticato sia la Malfa che Prodi) con il risultato di riceverne a pioggia ben 600, la parola d’ordine è selezionare. Sia il numero che la qualità. Messori, per esempio, sostiene che non dovrebbero essere più di dieci progetti, rigorosamente selezionati da una struttura tecnica al servizio di una cabina di regìa di livello politico.

Prodi ne immagina anche di meno: due o tre riforme esemplari, chiede l’ex presidente della Commissione europea, da realizzare «con l’accetta e non con la lima». Per dire che devono essere interventi di svolta, non l’evoluzione della normale amministrazione ma grandi progetti di visione strategica su cui avviare la crescita del paese.

E come non mettere al centro di questa visione strategica il Mezzogiorno? Giannola ha ricordato che la ripresa del paese non può prescindere dall’eterna, irrisolta, questione meridionale. Puntare sul Sud darebbe frutti immediati in termini di crescita del Pil, ha detto il presidente Svimez. Ma ha ricordato che delle zone economiche speciali istituite con l’obiettivo del riequilibrio territoriale non ce n’è una che funzioni. Il motivo? Non sono mai stati nominati i commissari che dovevano guidarle. Basterebbero queste per risolvere gran parte dei problemi della governance del piano.

Infine, Bassanini spezza una lancia anche per lo strumento dei bonus – che la politica degli interventi di emergenza ha ultimamente usato a piene mani ma non sempre con efficacia – in quanto possono servire a far partire dei progetti privati anche fuori dal perimetro della pubblica amministrazione.

IL RUOLO DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

È il convitato di pietra del piano di rilancio. Coinvolgerla o tenerla da parte? Non si può prescindere dalla PA, ha affermato per esempio Bassanini: le riforme non possono essere gestite da organismi esterni, ma con i ministri competenti e le loro rispettive strutture. Magari avviando rapidamente un’operazione di reclutamento di competenze specifiche da inserire nelle amministrazioni stesse. Anche De Vincenti suggerisce che l’esecutivo tecnico-operativo al servizio del soggetto politico debba scegliere i progetti, ma che i responsabili dei progetti debbano essere nei ministeri e nelle Regioni.

Consiglia di «non partire dall’alto e neanche dall’esterno» un grande conoscitore della macchina burocratica come Cassese, bensì di fare un censimento delle capacità amministrative dei Comuni e delle Regioni coinvolti nella realizzazione dei progetti e scegliere lì il team che ne seguirà la realizzazione (la qual cosa però non esclude la realizzazione di uno “special purpose vehicle”).

Posizione condivisa da Prodi, che vede positivamente l’idea della presidenza del Consiglio a guidare il piano, affiancata dai ministri dell’Economia e dello Sviluppo Economico, e con sotto una struttura di coordinamento che svolga l’analisi costi-benefici dei progetti, per esempio il Cipe. Ma lasciando alla Pubblica Amministrazione la realizzazione, «altrimenti non si farà niente».

LE SEMPLIFICAZIONI

Le procedure sono un altro elemento centrale per il successo del piano, il grimaldello per garantire la fase della “messa a terra”. «Occorrono semplificazioni mirate, connesse ai singoli progetti che verranno via via scelti», propone De Vincenti. Il Decreto semplificazioni ne ha già previste molte, ma scadranno quest’anno: vanno, quindi, collegate ed estese all’orizzonte del Next generation Eu, e cioè fino al 2026. Ma ancora non basta, occorre fare di più. Che cosa?

Cassese propone di adottare le procedure europee per la fase della realizzazione, saltando i blocchi propri della nostra burocrazia e «liberandosi di Corte dei Conti e Anac». Un’eresia? Niente affatto: con lui concorda ancora una volta Prodi, convinto che occorrano decisioni shock in questo campo, con «la sospensione di alcune garanzie» per quei progetti in grado di dare una spinta forte alla ripresa.

SCOMMESSA CRESCITA

Tutto questo servirà a far ripartire la crescita? Avrà quello sprint per portarci al passo degli altri paesi europei? E soprattutto riuscirà a dare ai mercati la sicurezza che il nostro debito monstre è sostenibile, e verrà ripagato?

Non basta il Pil per assicurarci il paradiso, ha ammonito Cottarelli, assumendo il ruolo del grillo parlante della favola. È vero che il rapporto debito-Pil, oggi arrivato al 160 per cento, può migliorare per via di un’accelerazione della crescita, agendo cioè sul denominatore. Ma non sarà sufficiente. Pensare di riportare quel rapporto verso quota 100 con la sola crescita del Pil è impossibile.

Dunque chi ha ragione, tra Gualtieri che preferisce conservare una fetta del tesoretto europeo per coprire progetti già avviati (e quindi evitare di chiedere nuove risorse al mercato) e Renzi, che pretende di consumare l’intera torta? Cottarelli ci va con i piedi di piombo, forse non vuole fare la parte del guastafeste, ma ricorda che la Nadef aveva già disegnato una traiettoria di nuovo indebitamento per il 2021, alla quale non si dovrebbe derogare facendo nuove emissioni di titoli di Stato. E lancia un messaggio chiaro: usiamo pure le risorse messe a disposizione dall’Europa sul lato spese, dice, ma ricordiamoci di mettere da parte i benefici che quella spesa produrrà per ridurre il debito.

La scommessa del NGEU, ha ricordato Messori, non è solo quella di risvegliare la bella addormentata Italia dal suo sonno. Darle un’occasione storica di recuperare il tempo sprecato senza fare le riforme, liberarla – temporaneamente – dalla gabbia dei vincoli di Maastricht. In realtà questa generosità ha una posta più ambiziosa: il rafforzamento dell’intera area europea. Un’Italia peso morto del continente compromette la competitività collettiva, il suo successo globale e il progetto stesso europeo. Un’Italia in piena efficienza ne garantisce la resistenza e spiana il cammino all’idea dell’unificazione fiscale. Chiaro il messaggio?