new
STRATEGIE PER LA CRESCITA
Il ritorno delle politiche industriali

È stato pubblicato il numero 3/2025 di "Economia  Italiana". Ecco i contenuti

Giovanni Parrillo

Il “ritorno delle politiche industriali” costituisce una svolta di 180 gradi nel modo di considerare l’intervento pubblico nelle cosiddette economie di mercato, in particolare in Europa. Se ne occupa questo numero di Economia italiana, guest editor Sergio De Nardis e Valentina Meliciani, LEAP (Luiss Research Center for European Analysis and Policy). 

La politica industriale era considerata un’intrusione dei governi nel funzionamento dei sistemi produttivi, da non raccomandare, a meno di importanti e verificabili fallimenti di mercato. Questo scenario è radicalmente mutato negli ultimi anni, con una decisa accelerazione dopo la pandemia. Si è evidenziata la necessità, nel nuovo contesto, di un’offerta di beni pubblici molto più ampia. Un’offerta trainata principalmente dalle economie avanzate e motivata  dalla necessità di mantenere una competitività strategica a fronte della competitività tecnologica di USA e Cina. A ciò si aggiungono le gravi tensioni geopolitiche innescate dall’invasione dell’Ucraina, con la necessità di un rilancio delle spese per la difesa.

In questo rivolgimento, il modello macroeconomico europeo non dovrebbe più dipendente dal traino di un mondo insicuro ma trovare una spinta nella domanda interna del continente  e nel pieno sviluppo del suo mercato domestico. “Transizione verde, tecnologie digitali, competitività, sicurezza economica e militare divengono quindi i molteplici fronti verso cui orientare il ritorno della politica industriale in Europa.

Le politiche industriali devono contribuire a innalzare la frontiera tecnologica europea attraverso la promozione della digitalizzazione per cercare di recuperare il gap di produttività. In questo schema, mercato unico dei capitali ed espansione della finanza per l’innovazione sono passi indispensabili per un percorso che potrebbe prospettarsi non breve e incerto negli esiti.

Vi sono conflitti tra obiettivi del Green Deal e delle impellenti necessità della difesa. Occorre anche bilanciare attentamente le esigenze della sicurezza economica con i benefici provenienti dallo scambio internazionale. “Non si tratta di perseguire un ripiegamento autarchico, ma di costruire un grado di autonomia selettiva che consenta all’Unione di reggere a shock esterni e pressioni geopolitiche senza rinunciare ai benefici dello scambio internazionale”.

È in questa cornice che possiamo leggere i saggi raccolti in questo volume che, nel loro insieme, delineano un quadro organico della complessa posta in gioco. Investimenti comuni e pieno dispiegamento del mercato unico sono obiettivi strategici.

Fabrizio Onida ricostruisce la traiettoria storica della politica industriale europea tra l’attenzione alla salvaguardia della concorrenza e del mercato unico e l’esigenza di accrescere gli investimenti in innovazione e stimolare la produttività. È essenziale valorizzare vantaggi comparati potenziali e  promuovere progetti cooperativi di sinergia tra attore pubblico e iniziative private per sostenere le imprese più dinamiche, con un ruolo strategico per gli IPCEI.

Simone Vannuccini raccomanda di non cadere nella falsa dicotomia tra politica industriale e concorrenza, ma di disegnare una politica industriale pro-competitiva, fondata sulla produzione di beni pubblici europei — infrastrutture, standard, regolazione, capacità fiscale comune. Tre i pilastri di una politica industriale “veramente europea”: “federale” nelle istituzioni e nelle risorse; “noiosa” nelle scelte tecnologiche, rifuggendo l’imitazione acritica delle narrazioni americane sull’intelligenza artificiale e dedicando attenzione alla diffusione e non solo alla frontiera; “assertiva” ma non monopolistica, ossia una politica industriale che rafforzi la concorrenza invece di soffocarla.

Paolo Guerrieri e Pier Carlo Padoan completano lo scenario macro proponendo un’interpretazione sistemica: “la politica industriale europea non può più essere letta solo in chiave economica, ma va integrata con le esigenze di sicurezza e con gli obiettivi della transizione verde e digitale”. Le vulnerabilità europee rendono indispensabile un cambio di modello macroeconomico, basato su domanda interna, investimenti comuni e pieno dispiegamento del mercato unico. Per fare ciò il tema delle risorse è cruciale: senza un Fondo europeo per la competitività e la sovranità, senza debito comune e senza una completa Capital Markets Union, ogni sforzo rischia di restare frammentato.

 Anna Giunta e Marianna Mantuano si focalizzano sulla digitalizzazione delle imprese italiane. Il Paese assorbe lentamente tecnologie che in altre economie costituiscono il traino fondamentale della produttività. Tre i fattori critici individuati: una polarizzazione crescente tra poche imprese digitalmente avanzate e un’ampia popolazione di piccole imprese confinate a tecnologie di base; insufficienti capacità manageriali che limitano l’adozione efficace delle tecnologie; politiche pubbliche instabili e, soprattutto nell’esperienza più recente, proceduralmente complesse.

L’insieme dei contributi restituisce un’immagine coerente, concludono Meliciani e De Nardis: il ritorno della politica industriale è l’esito obbligato di un mondo in cui sicurezza, sostenibilità e competitività tendono a sovrapporsi e a condizionarsi reciprocamente”…  è… “comune idea che una politica industriale europea efficace non debba mai rinunciare alla propria vocazione pro-concorrenziale, evitando derive protezionistiche e assicurando che gli interventi pubblici rafforzino e non indeboliscano la dinamica competitiva”.

Arricchisce le analisi di questo numero il contributo di Ignazio Visco, Un sostenibile “lungo periodo”? Sfide e prospettive per l’Italia di domani. L’autore  riflette sulle conseguenze di lungo periodo e sulla sostenibilità sociale ed economica delle tendenze in atto su tre fronti: tecnologia, ambiente e demografia. “L’euforia per le nuove tecnologie, la crescente freddezza verso la transizione ecologica e il modo in cui si affronta un “inverno demografico” aggravato dai mutamenti geopolitici possono avere costi rilevanti già nel presente. Questi sviluppi vengono quindi esaminati in una prospettiva globale e con attenzione ai rischi specifici per il nostro paese”.

Completano questo numero tre riflessioni sul sistema dei servizi rispettivamente di Carlo Sangalli, Alberto F. Pozzolo e Alberto Petrucci. Si tratta di interventi che analizzano il ruolo dei servizi e del turismo in particolare. Le riflessioni si sofferma sul significato contemporaneo dell’“italianità” e sulle forme attraverso cui essa si manifesta nel sistema economico e culturale nazionale. L’idea di fondo è che la prosperità italiana non possa essere compresa limitandosi alle variabili economiche consuete, ma richieda di considerare la dimensione esperienziale, simbolica e relazionale che caratterizza l’immagine dell’Italia, o il modo in cui essa viene percepita, nel mondo.

Conclude il volume il lavoro di Riccardo Gabrielli e Lia G. Reitano, Tax Control Framework e Adempimento collaborativo: strumenti strategici per le imprese e per il sistema Paese. Questi schemi rappresentano elementi distintivi di affidabilità e valore per l’azienda.  In questo modo, la variabile fiscale da area di rischio si trasforma in leva di valore ed elemento di forza negoziale, accrescendo reputazione e credibilità della governance aziendale.

Condividi questo articolo