Mar 2019
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Euro / Chi ha vinto chi ha perso

Il nostro problema non è la moneta, è la scarsa produttività

intervista con Pietro Reichlin di Paola Pilati

L’euro ha accresciuto la prosperità della Germania, mentre ha fatto perdere terreno all’Italia. In occasione dei venti anni dell’euro, il centro studi Cep di Friburgo ha pubblicato un paper in cui gli autori si esercitano a immaginare “cosa sarebbe successo se”. Cioè, come si sarebbe evoluto il Pil nazionale di ciascun paese, in assenza della moneta unica.

Risultato? Per Germania e Olanda l’euro è stato un affare. Il Pil della prima è cresciuto di 23 mila euro pro capite dal 1999 al 2017, quello della seconda di 21 mila euro. Chi ci ha rimesso di più è stata proprio l’Italia, con una perdita cumulata di ricchezza pro capite, dall’introduzione della moneta unica, di 73.605 euro.

Anche se si tratta di un esercizio, il messaggio che ne deriva va ad alimentare proprio quei sentimenti di avversione all’Europa che oggi tracimano dalla politica sovranista e da quella populista. «Già sul piano dell’affidabilità dell’analisi ho molti dubbi», ragiona Pietro Reichlin, professore di economia alla Luiss: «l’idea è quella di prendere uno o più paesi con caratteristiche simili a quelle che aveva, poniamo l’Italia, prima dell’ingresso dell’euro, e costruire un “paese sintetico” che la rappresenterebbe. Così si può vedere come è andato quel paese sintetico fuori dall’euro, e confrontarlo con il paese reale. Ma le variabili in campo sono talmente tante che la comparazione è da prendere con le pinze».

Qual è il vantaggio maggiore di cui ha goduto quel paese sintetico fuori dall’euro?

«Facendo un ragionamento controfattuale, un’Italia fuori dalla moneta unica avrebbe potuto svalutare. Cioè fare quello che abbiamo fatto molte volte negli anni Settanta e Ottanta. Svalutazioni competitive che però non hanno dato frutti duraturi ma solo benefici nel breve. E che alla lunga non giovano. Anzi: le svalutazioni in generale sono dei forti disincentivi a realizzare cambiamenti strutturali. E inducono le imprese ad avere una mentalità che non guarda all’innovazione tecnologica. Eviti investimenti costosi, perchè svaluti, eppure quegli investimenti ti possono dare risultati nel lungo perido».

È quello che hanno fatto le imprese italiane?

«C’è una fascia di imprese produttive che hanno successo sui mercati internazionali – e il fatto che il nostro export vada bene dimostra non è l’euro il problema – ma c’è anche una massa di imprese scarsamente produttive che hanno subìto la concorrenza internazionale. Soprattutto di quei paesi dove prima noi avevamo un vantaggio. La risposta non è quella di pensare di svalutare nei confronti, mettiamo, della Cina, ma di affrontare la nostra perdita di competitività. Che è dovuta soprattutto al calo di produttività, e al sistema di relazioni industriali in cui c’è scarsa flessibilità della dinamica salariare».

La reazione corrente è di dare la colpa di tutto alla globalizzazione. Il rimedio qual’è: chiudersi, o accettare che alcune imprese siano destinate a soccombere?

«L’evidenza dimostra che i paesi che si chiudono non aiutano a migliorare la produttività ma danno alle imprese di monopolio un vantaggio di mercato che scoraggia l’innovazione. Il problema è un altro. Occorre incentivare le imprese a investire in tecnologie più avanzate per utilizzare lavoratori più qualificati. Lavorare sul piano dell’innovazione, della crescita dell’istruzione, dell’università e degli incentivi all’industria 4.0, che possono mettere le imprese sullo stesso piano dei paesi più avanzati. E al riparo della concorenza di quelli meno sviluppati».

Invece il piano dell’industria 4.0 avviato dal passato governo segna il passo…

«Questo perché questo governo ha preferito altre priorità. E sono proprio quelle che in passato sono state la causa delle difficoltà di oggi: riforme che fanno crescere la spesa corrente e non aumentano la produttività».

Allude al reddito di cittadinanza e a quota cento?

«Il reddito di cittadinanza è una misura pasticciata che incrementerà il lavoro sommerso e depaupera la possibilità di utilizzare ammortizzatori sociali tradizionali, che saranno necessari se la recessione tecnica si trasformerà in recessione vera e propria. Quota cento riduce la partecipazione alla forza lavoro delle classi di età più elevate, e renderà necessario aumentare la pressione fiscale per altre vie. Stiamo facendo riforme che ci dovremo rimangiare quando esploderanno i problemi».

Che probabilità c’è che la recessione passi da “tecnica” a vera e propria?

«Mi attengo alla previsioni: una crescita nel 2019 tra zero e 0,4 per cento. Quello che succederà tra un anno non lo so. Mi auguro meglio. Ma quando sarà il momento della prossima finanziaria, con una ipoteca di 50 miliardi in 2 anni di clausole di salvaguardia, non so come questo sarà compatibile con una crescita dignitosa dell’economia italiana».

Dicono che taglieranno le “tax expenditures”. Lei ci crede?

«Se escludiamo la patrimoniale perché il governo dice che non la farà; se escludiamo pure l’aumento dell’Iva per lo stesso motivo, non resta molto… Ma delle tax expenditures tutti ne parlano ma nessuno è mai riuscito a eliminarle. Anche in questo caso, poi, i margini non sono ampi: la maggior parte sono entrate nel tessuto fiscale, sono quelle della spesa sanitaria, che è impossibile togliere. Più di qualche miliardo di tagli non si riusciranno a fare. Quanto agli immobili, che dicono venderanno, sono una tantum. E l’anno dopo?».

La recessione però, se arriva non riguarda solo noi.

«Certo. Ma come si è visto nel 2011 e nel 2013, se l’area euro con la recessione prende il raffreddore, noi prendiamo la polmonite. Siamo soggetti alla speculazione internazionale, chi ci finanzia, se ha paura, se ne può scappare. Da noi tutto è amplificato».

Tornando allo studio del Cep, che con l’euro la Germania ci abbia guadagnato e noi perso è un’idea che fomenta molti risentimenti…

«Ma non è vera. Nella prima fase dell’euro la crescita della Germani era pari a quella italiana. Anzi, si parlava di loro come il malato d’Europa. Poi loro hanno fatto importanti riforme, come quella della contrattazione. Riforme che le hanno permesso di affrontare la recessione del 2008 meglio di noi. E di avere un forte aumento della produttività e del Pil. E noi? Cosa abbiamo fatto per affrontare i nostri problemi strutturali? Niente. D’altra parte la stagnazione dell’Italia ha origini molto più lontane, dall’inizio degli anni ’90. Cioè: precede la fase dell’euro».

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