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FONDO SALVA STATI/ Meccanismi e condizionalità

Il MES visto da vicino

Oliviero Pesce

Le perduranti polemiche sul Meccanismo europeo di stabilità (MES – European Stability Mechanism, ESM) sono una dimostrazione lampante di uno spettro che va da un diffuso analfabetismo economico – nella migliore delle ipotesi – all’uso e alla diffusione, in malafede, di notizie false, con toni acrimoniosi se non diffamatori, e non per costruire qualcosa, ma per motivi di bassa cucina politica, seminando zizzania a fini elettorali.

Ricordiamone gli elementi salienti.

Il MES è una istituzione internazionale creata nel 2012 da alcuni Stati, mediante un trattato intergovernativo, al di fuori del quadro giuridico dell’UE. Ha la funzione fondamentale di concedere assistenza finanziaria ai paesi membri che – malgrado un debito pubblico considerato sostenibile – incontrino difficoltà temporanee nel finanziarsi sul mercato.

Tale assistenza viene concessa subordinatamente all’assunzione da parte del debitore di misure ritenute tali da permettere il superamento delle difficoltà sperimentate; mediante “memorandum of understanding” stipulati tra le parti o di “letters of intent”.

Si è deciso, nell’attuale situazione sanitaria eccezionale, di farne uso senza le previste condizionalità, se non quella che i fondi vengano utilizzati per tale emergenza, nel settore della sanità. Condizionalità talmente poco rilevante che ci sono Stati membri del MES che ritengono che i prestiti concessi in tale forma vadano oltre il suo mandato. La generosità d’intenti sembra avere pochissimo corso, persino in un continente colpito da una pandemia, per operazioni nell’interesse di tutti i partecipanti. Neppure le analisi costi benefici sembrano avere corso. E sì che l’istituzione ha lo scopo precipuo di assistere i partecipanti in difficoltà, che ovviamente presentano rischi superiori alla media, altrimenti di aiuto non avrebbero bisogno.

La condizionalità varia a seconda della natura dello strumento utilizzato: per i prestiti prende la forma di un programma di aggiustamento macroeconomico, specificato in un apposito memorandum (il citato memorandum of understanding); è meno rigorosa nel caso delle linee di credito precauzionali, destinate a paesi in condizioni economiche e finanziarie fondamentalmente sane, ma colpiti da shock avversi.

Al MES hanno aderito 22 paesi, con quote pari al 27,15% per la Germania, il 20,38% per la Francia, il 17,91% per l’Italia (terza per peso specifico), l’11,90% per la Spagna (per un totale del 77,35% dei primi quattro Stati che vi hanno aderito, le quattro economie maggiori); il quinto Stato membro, l’Olanda, ha una quota assai minore, del 5,7%; i successivi 17 posseggono tutti assieme il 16,93% (meno della quota italiana), con quote comprese tra il 3,48% del Belgio e meno dell’1% di ciascuno degli ultimi sei. Il capitale sottoscritto del MES è pari a 704,8 miliardi, mentre il capitale versato è di 80,5 miliardi; la sua capacità di prestito ammonta a 500 miliardi (salvo aumenti del capitale versato, che dovranno essere equi e proporzionali). Gli impegni assunti a riguardo dall’Italia, come da tutti i partecipanti, non hanno nulla a che fare con l’essere o meno debitori del meccanismo. L’Italia ha sottoscritto il capitale del MES per 125,3 miliardi, e ne ha versati 14,331 (l’11,44% del proprio impegno). I diritti di voto dei membri del Consiglio sono proporzionali al capitale sottoscritto dai rispettivi paesi. 

Come si possa dire che “il MES non ci piace”, quando esso è stato ritenuto un importante istituto a fini di stabilità economico finanziaria degli Stati che lo hanno istituito e ne fanno parte (e solo indirettamente dell’Unione; gli altri cinque Stati membri non vi hanno aderito e il MES non è un’istituzione dell’Unione), è stato adottato da 22 Stati europei e l’Italia ne è il terzo azionista, di fatto con diritto di veto, è difficile da comprendere.

Il sapore amaro deriva dall’esperienza greca; ma non si ricorda che tutti gli altri interventi hanno portato a un rapido risanamento finanziario dei paesi che vi sono stati interessati (Spagna, Portogallo, Cipro e Irlanda) e che la Grecia aveva gravemente falsificato i propri conti pubblici. Se in quella fattispecie la Troika ha avuto delle responsabilità, l’Italia, membro rilevante dell’Unione, della BCE e del MES, ne è stata corresponsabile. Il diritto di veto è assoluto per tutti gli Stati membri (salvo ovviamente quelli che ne chiedono l’intervento); le decisioni, infatti, sono assunte nella maggior parte dei casi all’unanimità, salvo che in alcuni casi particolarmente gravi nei quali possono essere assunte con il voto favorevole dell’85% delle quote. Anche in tale circostanza la nostra quota, superiore al 15%, in quella sede rappresenterebbe una salvaguardia.

Tuttavia, non è il MES che può “non piacerci”, ma piuttosto il trovarci nella impossibilità di finanziare le nostre esigenze (inclusa quella di rifinanziare il debito pregresso), cosa che, se fossimo a rischio di inadempienza, non potremmo imputare che a noi stessi e alle politiche di indebitamento che l’Italia ha adottato, chiedendo costantemente maggiore “flessibilità”, sforamenti, e sbandierando come successi di un governo sostenuto da partiti sovranisti e movimentisti – solo alcuni mesi fa – un deficit del 2,4% piuttosto che del 2. Oggi passiamo all’8, se non al 10-12% di deficit, e qualcuno ne sarà contento.

Poiché il denaro è fungibile, indebitarsi, ove necessario, con la BCE piuttosto che con il MES, con la BEI, con il Recovery Fund o con i cittadini italiani è del tutto irrilevante, se non in base ad alcuni fattori: il costo delle varie alternative, la durata dei crediti da ottenere, la rapidità con la quale i fondi si rendono disponibili, la loro effettiva disponibilità in base alle norme che regolano i possibili erogatori, le volontà degli investitori.

Il problema, quindi, non è il MES, nella forma edulcorata con la quale viene proposto, ma il monte del debito complessivo e la sua finanziabilità sui mercati, e in carenza di questi, presso la BCE e la sua benevolenza; anche di questa possediamo una quota dello stesso ordine di grandezza. A ciò non si pensa, ma, respingendo i fondi del MES, si discute del sesso degli angeli.

Il MES può operare a maggioranza qualificata dell’85 per cento del capitale solo se vi sia una minaccia per la stabilità finanziaria ed economica dell’area dell’euro e la Commissione europea e la BCE richiedano l’assunzione di decisioni urgenti in materia di assistenza finanziaria. Il “trappolone”, quindi, non è il MES, ma il debito di chi pone a rischio se stesso e l’intera area, e la possibilità che la Commissione e la BCE ci sottopongano a una sorveglianza rafforzata, che si sia debitori del MES o di chiunque altro. E che si rischi concretamente il default.

Il MES attenua i rischi di contagio connessi a eventuali crisi di un paese dell’area dell’euro, rischi che in passato hanno avuto gravi ripercussioni sul nostro paese (nel 2010, ad esempio con la crisi della Grecia). La presenza del MES riduce la probabilità di un default sovrano, almeno per i paesi le cui difficoltà sono temporanee e possono essere risolte con prestiti o linee di credito.

Se verrà adottata la riforma allo studio, esso potrà anche attenuare o risolvere i rischi di contagio connessi a possibili crisi bancarie di portata sistemica. Non è un meccanismo per la ristrutturazione del debito sovrano, anzi è volto a evitarla; come sancito dal Trattato vigente e ribadito nella proposta di riforma che ne amplierebbe il mandato al settore bancario; la ristrutturazione del debito può essere presa in considerazione soltanto in casi eccezionali. Ciò, tuttavia, non ci mette al riparo da un possibile default, che dipende da disavanzi pubblici eccessivi e dalle politiche economiche adottate; eventuali “trappoloni” ce li costruiamo da soli; e la competenza per accertare la situazione, nostra o di qualsiasi altro paese, non è del MES, ma della Commissione e della BCE, ed è prevista dal Trattato per il funzionamento dell’Unione europea nel quale sono confluiti i precedenti trattati.

Va in ogni caso ricordato che la probabilità di un default dipende in primo luogo dalle politiche economiche messe in atto dai paesi. Settimo paese industriale al mondo, secondo maggior esportatore tra gli Stati Membri dell’Unione, grande detentore di risparmio privato, siamo alla costante richiesta di flessibilità, e di aiuti, ma riluttanti ad assumere le responsabilità che ne derivano.

I diffusi rifiuti riguardo all’utilizzo del MES hanno esclusivamente funzione elettorale, o infondatamente ideologica, di lotta politica basata sul nulla, e sono privi di qualsiasi giustificazione. Da un lato il suo eventuale impiego viene usato per attaccare il governo, e l’Unione, visto che essa finalmente si attiva (anche se il MES non è l’Unione); dall’altro si teme di venire attaccati, anche se a torto, magari di “alto tradimento”; o si cede a parte della propria maggioranza. Ma il bene del Paese si fonda su scelte razionali, l’analisi comparata dei costi, e le reali esigenze, che nel settore della sanità sono certamente ingenti.