L'avvio del Meccanismo di Vigilanza Unico, varato dopo la Grande crisi finanziaria, è stato all'inizio doloroso. Ecco i cambiamenti che ha imposto e che cosa ha insegnato al sistema bancario
La nascita dell’Unione Bancaria europea è stato un evento senza precedenti nella storia del Vecchio Continente. Mai, prima di allora, si era provato a mettere a fattore comune un insieme tanto variegato di sistemi bancari, ognuno con propri assetti, tradizioni e prassi consolidate differenti. Si è trattato, a suo modo, di un processo di apprendimento, al quale hanno preso parte tanto le banche dei singoli Paesi, quanto lo stesso Meccanismo di Vigilanza Unico (MVU), che ha man mano affinato i propri strumenti e migliorato la propria capacità di gestione di uno scenario complesso.
Per l’Italia in particolare tale processo di apprendimento è stato tutt’altro che indolore. Per diversi motivi: nel 2016, quando si diede avvio all’Unione Bancaria, l’economia italiana usciva da un periodo di grandi difficoltà, caratterizzato da una doppia recessione (2008-09 e 2012-13) – la crisi più grave dalla Seconda Guerra Mondiale – e da un conseguente aumento generalizzato degli NPL nei bilanci bancari. La rapidità con cui si passò alla nuova normativa europea fu un ulteriore motivo di difficoltà: in un tempo ridotto si passò da un sistema incardinato sul principio del Too big to fail ad uno in cui vige la regola del bail in, la quale impedisce i salvataggi di Stato, dopo una stagione – quella della Grande Recessione – che ne aveva visti in gran numero, specialmente fuori dall’Italia.
In ogni caso, questa combinazione – una nuova regolamentazione in forte rottura con le passate garanzie di stabilità del sistema e un carico di NPL ben sopra la media di più lungo periodo – fece sì che il varo dell’Unione Bancaria si sviluppasse in maniera particolarmente dolorosa per il nostro Paese.
Da allora la situazione è però molto cambiata. Il sistema bancario italiano è andato incontro ad un processo di ristrutturazione che ha condotto, da un lato, ad un importante derisking degli attivi di bilancio e, dall’altro, alla crescita dei livelli di concentrazione del mercato bancario. I fattori di criticità non sono affatto scomparsi, ma certamente la solidità patrimoniale delle banche del Paese si è molto rafforzata e la redditività ha recuperato il terreno perso. Ad oggi, il sistema bancario italiano è uno dei più redditizi di tutta Europa.
Così, si può dire che le banche italiane abbiano superato il difficile avvio del MVU, imparando ad adeguarsi ad un nuovo e differente sistema normativo. Anche per lo stesso MVU gli anni trascorsi sono stati occasione di apprendimento. Lo si vede con facilità andando a considerare le Priorità di Vigilanza – il documento annuale che la Bce redige per segnalare al mercato quelle che ritiene essere le sfide più urgenti alle quali le banche si trovano di fronte e che necessitano di interventi o comunque di particolare attenzione.
Le prime pubblicazioni – grosso modo dal 2015 fino alla pandemia – erano caratterizzate da un approccio a “compartimenti stagni”, con ogni categoria di rischio considerata a sé stante: rischio di credito, adeguatezza patrimoniale, modelli interni ecc. Vi era, inoltre, un’enfasi quasi esclusiva sul rischio di credito, a discapito di altre tipologie di rischio, in primis quello di mercato. Si tratta di una carenza non da poco, perché il rischio di mercato – come ha dimostrato nella maniera più chiara la Grande Crisi Finanziaria del 2008 – ha una rilevanza sistemica. Peraltro, ancora nel 2016 le banche europee avevano nei propri bilanci strumenti derivati L2 e L3 per un ammontare complessivo di 6800 miliardi di euro (oggi sono 4004,5 miliardi, comunque una cifra molto elevata per strumenti finanziari il cui fair value è particolarmente difficile da calcolare), un fattore di rischio non trascurabile.
L’esperienza accumulata in questi anni dal MVU – che può giovarsi al proprio interno delle competenze di istituzioni di grande tradizione, come la Banca d’Italia – ha comunque permesso un notevole affinamento degli strumenti e delle prospettive a disposizione della Vigilanza. A partire dal 2022, infatti, le Priorità di Vigilanza hanno visto innanzitutto l’ampliamento dell’orizzonte temporale di riferimento, non più limitato ad un solo anno ma ora esteso a un triennio.
La considerazione dei rischi, poi, ha assunto un profilo maggiormente olistico, con analisi che sempre di più mirano a identificare interconnessioni tra i vari fattori di rischio, all’interno di scenari complessi. Sono del resto state le stesse vicissitudini dell’UE e dei Paesi europei a condurre a questo esito: negli ultimi anni abbiamo assistito a diversi avvenimenti – dalla pandemia alla guerra in Ucraina – in grado di generare importanti fenomeni di instabilità finanziaria; nessuno tra questi, però, poteva facilmente essere incasellato in singole categorie di rischio, necessitando invece di un approccio composito, capace di considerare in unità le varie tendenze che caratterizzano una congiuntura macroeconomica.
Così, da alcuni anni nelle Priorità di Vigilanza non figurano più categorie semplici come quelle di rischio di credito o rischio di mercato, ma nozioni più complesse, come quella di “shock macrofinanziari e geopolitici”, “gestione dei rischi climatici e ambientali”, “sfide poste dalla digitalizzazione”. Lo schema di fondo non ha perso in termini di dettaglio, ma si è adeguato alla complessità delle economie europee e degli avvenimenti che le coinvolgono.
*la versione integrale di questo articolo è pubblicata su RIVISTA BANCARIA – MINERVA BANCARIA N. 5 – 6 / 2025