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L'Outlook 2020 di Banca Profilo

I rischi del dollaro. L'appeal delle Borse. La difesa con l'oro

Paola Pilati

Difficile battere l’anno migliore appena vissuto, lasciandosi alle spalle la sequenza nera iniziata con la Grande Crisi. Negli ultimi 12 anni, il 2019 ha festeggiato per la prima volta rendimenti positivi in tutte le asset class, dal real estate all’oro, dalle valute principali al petrolio, dalle commodities a bond e azioni. 

Ma gli uomini della finanza, e soprattutto i gestori del denaro altrui, non possono stare fermi a crogiolarsi sui record né a interrogarsi sul futuro. E in questo inizio 2020 hanno già impostato le proprie strategie. In quale direzione? 

Banca Profio, nel suo Outlook sull’anno appena cominciato, non nasconde che lo scenario presenta molte fragilità. E che il suo obiettivo è quello di inviduarle, per poi poterle schivare. Con ciò ralizzando già gran parte della sua strategia finanziaria. 

Le sue ricette sono pronte. In sintesi: il primo consiglio è quello di puntare sull’azionario, che quanto a dividendi consente rendimenti che nessun bond può ormai promettere. Il secondo è quello di guardare i mercati emergenti, che potrebbero beneficiare di un indebolimento del dollaro. Il terzo di assicurarsi un safe heaven con oro e argento. Quarto, non farsi sfuggire alcune nuove opportunità: segnalati il petrolio e la sterlina. Ma andiamo con ordine.

L’entusiasmo dei mercati nel 2019 ha soprattutto una ragione: la decisione della Fed di ricominciare a comprare T-bills. «Non chiamatelo QE!», si era raccomandato subito il governatore Powell. Ma di questo si è trattato. Dopo aver ridotto per tutto il corso del 2018 e parte del 19 il proprio bilancio, la Fed a ottobre ha ripreso lo shopping promettendo di continuare a farlo fino a marzo, per 60/80 miliardi di dollari al mese. Così i mercati hanno potuto festeggiare lo scenario inedito di una tripla bonanza: Bce, Fed e Bank of Japan che attingono a piene mani alle loro risorse  per acquisti di titoli (cioè stampano moneta). Una specie di allineamento astrale fortunato e irripetibile.

Ma non è detto che continui così. Gli esperti di Banca Profilo individuano quattro “game changer”, quattro scenari in possibile trasformazione che possono dare all’outloook un nuovo corso. Il primo di questi è appunto l’eventualità che la Fed smetta i suoi acquisti. Gli acquisti sono di fatto un modo per finanziare il bilancio pubblico Usa, e la scadenza fissata a marzo serve appunto a indicare che l’operazione è sicura fino al momento in cui la campagna elettorale potrà effettivamente partire, perché a quella data sarà deciso il candidato dei Democratici che sfiderà Trump.

Ma il comportamento della Fed ha come corollario l’andamento del dollaro. E sulla valuta Usa i mercati sono in allerta: se il round di acquisto di titoli del Tesoro non si interromperà, sarà letto come il messaggio delle difficoltà della Fed a finanziare il deficit pubblico, con l’effetto di far crollare il dollaro, e far fuggire verso l’oro e verso altre valute. 

Il secondo “game changer” è legato a chi sarà il candidato Democratico. Sarà Sanders? E che effetto avranno sui mercati le istanze “socialiste” di cui è portatore? Oppure sarà il tycoon dei media Bloomberg? In ogni caso la campagna elettorale sarà un fattore di instabilità che i mercati non saranno in grado di assorbire. Uno scenario di incertezza che manterrà tutti sulle montagne russe.

Altrettanto insidioso il fattore titoli tecnologici. Oggi solo cinque titoli (Apple, Microsoft, Amazon, Facebook, Google) hanno un peso assolutamente debordante sull’indice S&P500: valgono, da sole, il 18 per cento. Sono stati titoli beniamini dei gestori, ripagandoli con una crescita monstre. Ma sarà difficile che possano continuare la stessa corsa. L’indebitamento è cresciuto, le risorse sono state investite nel riacquisto dei propri titoli in Borsa piuttosto che in nuovi investimenti, insomma, i gestori iniziano a chiedersi se la corsa infinita del big tech non rischi di incontrare ostacoli seri. 

Per esempio, quelli di interventi regolatori che ne arginino il ruolo monopolista, che mettano un freno alle loro invasioni della privacy, e che li colpiscano nel portafoglio, con nuove tasse come sta tentando di fare l’Europa.

Ultimo “game changer”: un allineamento diverso di quei fattori che condizionano l’andamento dell’economia. Primo segnale: l’aumento del costo del lavoro negli Usa, in crescita sul valore aggiunto dal 2015, mentre i profitti aziendali sono in declino. Secondo segnale, il petrolio: l’andamento del Wti, il petrolio made in Usa, è in crescita rispetto alle aspettative di inflazione a dieci anni. Ultimo elemento, in collegamento con i primi due: l’inflazione negli Usa potrebbe risvegliarsi. In un mondo che dovrà digerire la Brexit e la spada di Damocle di nuove guerre commerciali, come giocheranno questi fattori ?

La scommessa implicitamente contenuta nell’Outlook (anche se non di scommessa si tratta ma di interpretazioni dei trend) è di uno scenario in cui sarà soprattuto importante tenersi alla larga dai fattori di debolezza, cioè da quelle asset class che presentano più fragilità.

Il dollaro potrà indebolirsi? Le tech essere sotto scacco? I tassi della Fed rimangono inchiodati? Quindi, meglio evitare appunto il dollaro, i governativi, il big tech e le obbligazioni societarie. 

Dove rivolgersi invece? A titoli azionari che promettono alti dividendi, anche in Europa. E sul  mercato europeo l’Outlook spezza una lancia per i titoli bancari, che più bassi di così non potrebbero essere, e che se solo si invertisse la curva dei tassi negativi potrebbero ripartire a razzo. 

Anche il petrolio, a lungo trascurato, viene visto come promettente, sia sotto forma di titoli energetici, sia puntando sulle valute di paesi produttori come Uk e Norvegia. Infine i mercati emergenti. I più interessanti sono quelli orientali, che non sono mai usciti dal mirino degli operatori finanziari, ma che di questi tempi, scommettendo sul dollaro in declino, potrebbero dare molte soddisfazioni.