Il Principe

di Leonardo Morlino

I Partiti vanno in restauro

Leonardo Morlino
Leonardo Morlino

Formato il governo Draghi, sono venuti manifestamente allo scoperto i problemi maggiori di alcuni dei partiti italiani, specie della Lega, del M5S e del PD, con ovvie conseguenze sul sistema partitico. Che cosa è successo effettivamente? E perché?

Da almeno 50 anni, cioè da quando abbiamo dati di sondaggio attendibili, il rapporto élite partitiche/elettori è stato problematico: le prime alla rincorsa dei secondi. Una rincorsa spesso vana per diverse ragioni, tra cui principalmente: una competizione reciprocamente delegittimante tra gli stessi partiti, l’emergere costante nel tempo di numerosi episodi di corruzione, le inefficienze di un’amministrazione che appare nemica del cittadino, le stesse trasformazioni tecnologiche nella comunicazione politica che ha fatto della critica polarizzante uno strumento principale di politica.

In questo contesto arriva la pandemia con il suo effetto catalizzatore, cioè quello di spingere ancora di più i processi in corso, nel nostro caso compresi quelli di delegittimazione politica dell’autorità di governo in una situazione oggettivamente difficilissima e straordinaria. Il governo Draghi che costringe tutti i partiti a parteciparvi senza essere in coalizione, un ircocervo già difficile solo a pensarlo e le incertezze sul futuro accresce i conflitti interni ai partiti che deflagrano apertamente. Di fronte a un pericolo, già vissuto nei primi anni Novanta con esiti letali,  i partiti – quasi una flotta di pescherecci in un mare in tempesta – possono provvisoriamente smettere di navigare e tornare in cantiere per riparazioni.

Che cosa vi sarebbe da ‘riparare’, specie nei tre partiti citati sopra? Le direzioni di restauro sono essere due: revisioni delle politiche e aggiustamenti organizzativi. Come sa chiunque si occupa di questi temi, le posizioni politiche dei partiti non emergono e stabilizzano in un vuoto ma nel rapporto concreto e vissuto attraverso la competizione elettorale e sulle decisioni da prendere all’interno del sistema partitico. In breve, quello che propone un partito dipende anche da che cosa propone un altro partito con cui condivide lo spazio politico.

Ma per tutti i partiti questa definizione può avvenire solo in concreto ovvero, per mantenere la metafora marina, solo navigando. Ad esempio, dopo avere trasformato la Lega in un partito di destra, all’uscita dalla Grande Recessione degli anni passati, la nuova situazione dà voce e spazio ai territori e rende indispensabile accettare l’Europa con una convergenza verso posizioni più moderate. Per quanto difficile, si tratta di un cambio di politica che un leader come Salvini ha mostrato di essere in grado di realizzare facendo il primo passo, sia decidendo di sostenere il governo Draghi che riuscendo a fare nominare nel governo in una posizione molto rilevante Giorgetti, un leghista vicino anche a lui. I mutamenti nelle politiche, che potrebbero alla fine fare entrare la Lega nel Partito Popolare europeo, richiederanno tentennamenti, discussioni e tempo.

Quello che invece ci si può augurare nelle prossime settimane con il rientro in cantiere è la soluzione di problemi organizzativi che riguardano il M5S e il PD. I Cinque Stelle devono risolvere un problema assai spinoso perché il legame con Casaleggio e la piattaforma Rousseau è strettamente connesso a un elemento forte di identità del partito, la promozione della democrazia diretta digitale. Sono anche presenti rilevanti interessi economici in prospettiva, oltre a debiti pregressi, e la prosecuzione o la rinuncia a una proposta organizzativa fortemente caratterizzante, che ha mostrato tutti i suoi limiti e le possibilità di manipolazione. Ne usciranno? Sì, possono farlo, anche senza rinunciare all’ideale di democrazia diretta, solo attraverso un accordo economico e accettando la probabilità concreta di una scissione. Qualunque posizione diversa e radicale andrà contro l’attuale leadership del M5S. Grillo e Conte stanno in realtà lavorando a questo.

Anche il PD ha un problema organizzativo di fondo, denunciato da Zingaretti in modo assai forte. L’elezione di una personalità rispettata e stimata come Letta difficilmente riuscirà a risolvere il problema principale, la profonda divisione interna di politici molto legati al territorio. Però, come storicamente è successo, quando si sta per cadere in un baratro e se ne raggiunge la consapevolezza, sostenuta dai risultati negativi dei sondaggi sulle prospettive di voto, si apre una ‘finestra di opportunità’ per concludere un qualche accordo di tregua. Non è risolutivo del problema, ma potrebbe aiutare a fare un primo passo che potrebbe portare a una riforma dello statuto interno che riesca a coniugare autonomia locale e governabilità centrale, attraverso le pure famigerate primarie.

Dunque, questo rientro (temporaneo) in cantiere sembra solo la prima fase di un processo di assestamento che entro le prossime elezioni e dopo l’effetto atteso in più direzioni (soprattutto, però, nel rapporto con gli interessi) dei fondi europei, cambierà tutti i partiti, anche se non cambiasse legge elettorale. Come? Lo vedremo.