approfondimenti/Mercato finanziario

In Filigrana

di Giuseppe G. Santorsola

I depositi crescono per paura? La risposta è la pianificazione

Giuseppe G. Santorsola
Giuseppe Guglielmo Santorsola

Di fronte alla crescente incertezza dello scenario socio-sanitario, un riscontro statistico meritevole di approfondimento riguarda l’evoluzione quantitativa dei depositi bancari. Si tratta di un asset finanziario generalmente privo di una remunerazione, se non simbolica, e al lordo dei costi di amministrazione, proporzionali o forfetari, ma paradossalmente da tempo convivente con lo scenario determinato dalla riduzione e dell’appiattimento dei tassi d’interesse.

Le analisi statistiche inseriscono i depositi bancari nel contesto dei dati inerenti la classificazione delle attività finanziarie delle famiglie (il che è ovviamente corretto), individuandole come una forma di investimento del risparmio familiare (il che è rileggibile alla luce della definizione teorica di quest’ultima voce quale: “quantità del reddito non consumata, stabilmente destinata al risparmio”).

I depositi bancari, negli ultimi 40 anni, sono costantemente alimentati dalla domiciliazione degli stipendi, salari e remunerazioni professionali che, nell’arco di un mese, vengono prevalentemente spesi in consumi movimentandone il saldo e non corrispondendo, come è evidente, ad una forma di risparmio finanziario consolidato né nel suo saldo assoluto o medio.

Nella configurazione tradizionale i depositi (con esclusione, peraltro di quelli in conto corrente un tempo non così diffusi) erano e rimangono opzioni di investimento del risparmio. I conti di deposito ne rappresentano la versione più attuale, innovativa rispetto ai libretti di deposito a risparmio del passato e, comunque, collegabili o collegati ai conti correnti di deposito attraverso l’apposizione di soglie minime e massime per la gestione delle quote prelevabili o depositabili in questi ultimi.

Il fenomeno della crescita del volume dei depositi (oltre 1.682 mld€ nel valore al 30.9.2020) impone peraltro un’ulteriore precisazione statistica in quanto la movimentazione dei conti correnti appare ridotta negli ultimi mesi, come tale era stata nella fase tra il 2014 e il 2016, quando convivevano condizioni di recessione e deflazione, alimentatrici del medesimo fenomeno attuale: il parcheggio di quote prudenziali sempre maggiori a causa dell’incertezza prospettica per il futuro.

Una soluzione semplice, razionale, indipendente da soluzioni di pianificazione finanziaria, tipica di comportamenti individuali che sottendono intelligenza istintiva piuttosto che educazione finanziaria.

Mi permetto di accostare questi due concetti ad uno dei capisaldi della teoria dell’economia politica e cioè l’equazione di Fisher sull’equilibrio dei sistemi economici: PxQ = MxV. Gli eventi descritti coinvolgono il peso e la funzione di V (la velocità di circolazione della moneta) e giustificano il bassissimo impatto sui prezzi (P) dell’abbondante aumento della circolazione monetaria sostenuta dagli interventi delle Banche Centrali (M) in un contesto in cui la vendita di beni (Q) soffre di contrazione e viene spesso supportata dalla diminuzione dei relativi prezzi.

Consideriamo con qualche semplificazione PxQ quale l’ammontare del PIL (il totale delle quantità scambiate in un mercato moltiplicati i prezzi a cui sono regolati i relativi scambi) e MxV quale l’ammontare dei mezzi di pagamento in circolazione moltiplicato il numero di volte per le quali viene a movimentarsi nel corso di un anno.

Il PIL italiano negli ultimi 15 anni è ondeggiato fra 1600 e 1800 miliardi di € (con frequenti oscillazioni in crescita e in diminuzione), mentre la moneta circolante è variata tra 120 e 160mld€. Calcolando la velocità di circolazione la stessa ha presentato valori tra 10 (negli ultimi trimestri) e 13,5 (nei momenti di sviluppo del PIL con prospettive di crescita ulteriore).

Questo significa che – considerando la consuetudine prevalente di pagamenti di stipendi e salari e altre formule di remunerazione ripartiti su base mensile (+ eventuali tredicesime e quattordicesime) – il valore tendenziale di V dovrebbe essere intorno a 13; riceviamo moneta disponibile tredici volte l’anno e la utilizziamo di volta in volta, senza esigenze di protezione del futuro, ragionevolmente sicuri che le somme si riproporranno nei mesi successivi.

Quando il valore di V scende, significa che la moneta ricevuta viene trattenuta nel timore che possa essere necessaria in futuro a causa di riduzione del reddito o di sua interruzione. Il serbatoio naturale dove affluisce la M non destinata al consumo (nelle sue accezioni più ampie) è quello dei depositi bancari e postali in conto corrente. Nel permanere di attese verso il futuro intonate pessimisticamente, i depositi si auto-alimentano fino ad evidenziarne il raddoppio nel corso del decennio precedente.

Tratteniamo quote sempre crescenti a scopo di protezione nei confronti di un futuro incerto. La sua giacenza media cresce e ciò ne configura una funzione più orientata verso una scadenza effettiva prolungata che ne consente alle banche un utilizzo per impieghi più allungati. Tuttavia, dobbiamo considerare – nell’ottica del banchiere – che il perdurare della crisi e l’inaridimento delle entrate obbligherà prima o poi i clienti ad utilizzarne i saldi per la gestione corrente delle spese irrinunciabili, fermo restando l’attesa dei “ristori” previsti dai DCPM.

A questo proposito evidenzio due criticità: l’esperienza dei mesi passati induce a non poter confidare sulla certezza degli introiti, mentre la pluralità ravvicinata degli stessi DCPM non fornisce certezze sulla continuità della misura delle somme, comunque inferiori a quanto d’abitudine impiegato nelle schede di consumo di tutti noi. Per contrasto, molte ragioni di spesa risulteranno non eseguibili perché verrà meno la possibilità di spendere. 

I depositi sono inoltre alimentati dalla movimentazione reciproca dei conti, un fattore che ha già registrato in molti casi diminuzione consistenti. Non sono disponibili dati statistici idonei ad illustrare comportamenti significativi per elaborare ipotesi; se osservo i comportamenti personali, posso confermare, al momento, l’aumento della giacenza media, il minor utilizzo, ma anche il minor flusso in entrata, alimentato anche dai ritardi con cui i pagamenti flessibili nel mondo professionale e nelle relazioni con le imprese vengono regolati.

L’ammontare della V quindi rallenterà ancora, soprattutto nei settori più bloccati dai vincoli delle nuove normative di contrasto all’epidemia e, nel caso, le ipotesi statistiche risultano ancora più complesse salvo la certezza della diminuzione. Mi torna utile ricordare una mia costante affermazione tradotta nel detto “cash is king”; molti maturano ricavi che non sempre si traducono in cassa alimentando una progressione geometrica negativa che si verificherà nei mesi futuri. Chi opera nei pochi settori che beneficiano delle spese necessarie o succedanee imposte dalla crisi vive una posizione diversa, ma la sommatoria resta negativa.

Le ipotesi di ripresa del PIL risultano compromesse dalla nuova situazione e torno a ricordare che ogni mese produce circa l’8,5% del PIL annuo, base sul quale calcolare l’impatto negativo nelle chiusure delle attività. I mesi di marzo e aprile hanno determinato una riduzione di circa il 50%, il mese di maggio un livello inferiore che è migliorato nei tre mesi estivi. Ottobre è prevedibile presenti un peggioramento, mentre novembre lascia prevedere un ritorno verso quote di riduzione del PIL in rialzo. Dicembre prevede notoriamente, attraverso le tredicesime, un afflusso quasi doppio di cassa, ma la tendenza a conservare le disponibilità sarà in aumento per i motivi esposti nella parte iniziale di questa nota, fattore che peggiorerà il trend successivo, compromettendo le speranze di ripresa nei primi mesi del 2021. 

La tendenza sicuramente crescente nell’utilizzo di mezzi di pagamenti diversi dal contante consente di controllare meglio la gestione di M e l’evoluzione di V. A livello personale posso testimoniare una diminuzione di oltre il 70% nei prelievi, contrastato da una crescita nell’utilizzo delle carte di credito in sostituzione, ma con riduzione di quelle spese un tempo gestite con lo stesso mezzo di pagamento. Spese di viaggio, vitto e alloggio sono diminuite oltre il 60%; specularmente ciò implica forti riduzioni negli introiti delle controparti destinatarie di quel tipo di spese.

Molti soggetti dovranno esercitarsi nel difficile compito della pianificazione finanziaria, fondamento della buona educazione finanziaria, una materia certamente debole per molti. È il caso di ricordare che ottobre è stato il mese dedicato da tutte le istituzioni a questa funzione, ma il timing prescelto è stato condizionato dagli eventi sanitari, attenuandone certamente l’efficacia anche in prospettiva futura. 

Inoltre, gli eventi del 2020 hanno premiato l’orizzonte di breve periodo nella gestione del risparmio (l’aumento dei depositi), accrescendo la difficoltà nell’attenzione verso il longevity risk che resta l’area critica da gestire quando possibile. 

Un’ultima considerazione ci riporta nel contesto dell’economia reale, in particolare alla variabile inflazione. Il suo basso livello gioca un ruolo “positivo” nel contesto descritto perché salvaguarda il potere di acquisto della moneta e, quindi, dei depositi attualmente così cospicui. Gli effetti negativi della inflazione così contenuta invece, manifestano effetti ridotti poiché i beni e i servizi oggetto di acquisto (Q) sono ridotti e i prezzi sono spesso oggetto di riduzioni o agevolazioni. Un aspetto che merita approfondimenti per capire meglio la struttura futura dell’equazione che ho ampiamente utilizzato in queste note.

Per ora è sufficiente segnalare che i numeri del PIL e dei depositi sono ormai coincidenti e i secondi supereranno i primi a breve a causa del calo di questi. Cinque anni fa il PIL era il doppio dei depositi: una disruption nell’assetto di un sistema economico.