Mar 2019
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Rapporto Cer

I conti delle banche migliorano. Ma non mancano le insidie

Antonio Forte

Il contesto in cui si trovano ad operare le banche, sia a livello nazionale che internazionale, è diventato più complesso nel corso del 2018. Infatti, pur proseguendo il processo di riemersione, negli ultimi 12 mesi si sono manifestate nuove turbolenze per i sistemi bancari, derivanti da fattori sia esogeni che endogeni. 

Tra i fattori esogeni che hanno reso più difficile l’operatività delle banche il primo da menzionare è il rallentamento del ciclo economico. Il 2018 era cominciato con un buono slancio per l’economia mondiale, ma a partire dal secondo semestre, anche a causa della disputa commerciale tra Stati Uniti e Cina, la ripresa economica si è gradualmente affievolita e in Italia si è tornati in recessione. 

Le banche centrali, anche alla luce di questo scenario meno positivo, hanno deciso di rallentare ulteriormente la normalizzazione delle politiche monetarie. Sia Jerome Powell che Mario Draghi hanno modificato la forward guidance comunicata in precedenza e la BCE ha annunciato nuove aste a lungo termine per favorire la ripresa del credito. Questa mossa delle banche centrali da un lato ha rassicurato gli operatori finanziari, ma, dall’altro lato, ha reso evidenti i timori che la crescita possa interrompersi bruscamente. Tuttavia, la politica monetaria è oggi meno espansiva di uno o due anni fa e ciò rende meno favorevole il quadro economico. 

Un altro fenomeno esogeno che sta generando instabilità è l’elevata volatilità dei prezzi del petrolio. Dopo un lungo periodo di incremento dei prezzi, culminato con gli oltre 85 dollari al barile del Brent in ottobre, le quotazioni sono scese fino a sfiorare i 50 dollari, per poi risalire nuovamente verso quota 70 dollari. Questo andamento ondivago può condizionare l’evoluzione dei prezzi e incidere sull’inflazione, condizionando ulteriormente le politiche monetarie. 

Infine, è da ricordare che tutti i principali listini azionari mondiali hanno chiuso in perdita il 2018. Le tensioni politiche locali e internazionali, il rallentamento di molte economie, la risalita dei tassi, alcuni profit warning di imprese di rilevanza mondiale hanno inciso sui risultati dei mercati azionari, soprattutto nella seconda metà dell’anno. 

L’economia italiana ha segnato un netto rallentamento nel corso del 2018, in parte condizionata dal mutato contesto internazionale appena descritto. Il Pil italiano ha segnato due contrazioni trimestrali consecutive nella seconda parte del 2018 e il 2019 è cominciato in modo non molto differente. Alla luce dei dati più recenti, la previsione del CER sull’economia italiana è stata aggiornata e il 2019 si prospetta come un anno particolarmente difficile, con un’economia nazionale sostanzialmente ferma.

Sull’andamento dell’economia ha avuto un indubbio impatto sia la fase post elezioni quanto lo scontro tra Governo e Commissione Europea e il conseguente ritardo nell’approvazione della Legge di Bilancio. Le incertezze pesano molto sul comportamento degli operatori economici e la mancanza di un chiaro quadro di riferimento induce le famiglie a moderare i consumi e le imprese a rinviare gli investimenti. Proprio gli investimenti, che mostravano il tasso di crescita più rapido tra le componenti del Pil, hanno subito un brusco rallentamento a partire dal terzo trimestre. Le incertezze politiche hanno provocato anche un incremento dei tassi di interesse dei titoli di Stato e reso più costoso l’accesso ai mercati finanziari per le banche. 

Nonostante questi problemi, sia internazionali che nazionali, la condizione del sistema bancario italiano è migliorata nel corso del 2018. Tuttavia, sono ancora presenti problemi interni al sistema. Persistono situazioni di difficoltà di alcune banche e vi sono stati alcuni cambiamenti che avranno un impatto negativo sui risultati del 2019. In particolare, la Legge di Bilancio ha modificato nuovamente la tassazione sul sistema bancario ed assicurativo con un aggravio presumibile di circa 5 miliardi. Non è una notizia positiva per un sistema che dal 2018 dovrebbe ricominciare a segnare un utile di esercizio ordinario, dopo anni di pesantissime perdite.

Se da un lato è ormai conclusa la riforma del Credito Cooperativo, con la nascita di due nuovi gruppi bancari di medio-grande dimensione, non è ancora completamente attuata la riforma delle banche popolari. Infatti, due banche popolari sono ancora in attesa di decidere se e quando trasformarsi in società per azioni e uno di questi due istituti, la Popolare di Bari, sta attraversando un periodo particolarmente difficile. 

L’ultimo problema endogeno al sistema bancario italiano è deflagrato tra fine 2018 e inizio 2019: la crisi di Banca Carige. La situazione di questa banca si è incancrenita tra metà dicembre e inizio gennaio quando l’assemblea dei soci ha bocciato l’aumento di capitale, che era stato concordato dai vertici dell’istituto con la vigilanza BCE. A seguito di questa decisione la maggioranza del consiglio di amministrazione ha rassegnato le dimissioni e la BCE è intervenuta commissariando la banca. Vista la gravità della situazione, vi è stato un intervento d’urgenza del Governo per garantire possibili nuove emissioni obbligazionarie della banca e mettere a disposizione capitali nel caso si rendesse necessaria la ricapitalizzazione dell’istituto. Nei prossimi mesi si vedrà se i commissari saranno in grado di risolvere in modo definitivo i problemi di questa banca.

Nonostante uno scenario non favorevole, alcuni dati confortanti sono giunti nel corso del 2018 e anche le previsioni contenute nel Rapporto Banche lasciano intravedere un graduale miglioramento. Prevediamo che il 2018, di cui non sono ancora disponibili i dati di sistema, andrà a chiudersi con un limitato utile di esercizio ordinario, cioè al netto di componenti straordinarie. In previsione si stima un graduale incremento degli utili e del ROE, ma i livelli previsti nei prossimi anni saranno inferiori rispetto a quelli registrati negli esercizi pre-crisi.

Sul fronte degli impieghi, il 2018 ha confermato il buon andamento degli impieghi alle famiglie consumatrici. In previsione, lo stock di crediti vivi destinati alle famiglie è previsto in crescita, ma con un ritmo non particolarmente vivace, negativamente influenzato dal rallentamento dell’economia. I crediti vivi erogati alle imprese rimangono in affanno. La previsione mostra un graduale miglioramento nei prossimi anni. Tuttavia, il rallentamento del ciclo economico e degli investimenti potrebbe azzerare questa tendenza al miglioramento.

Lo stock delle sofferenze ha mostrato una netta riduzione nel corso del 2018. La velocità con la quale le banche hanno ridotto le sofferenze presenti nei bilanci è raddoppiata rispetto al 2017 e ha portato il rapporto tra sofferenze e impieghi al 6%, la metà del dato di fine 2016, con una riduzione di oltre 100 miliardi. Questo risultato, ottenuto anche grazie alle tante operazioni straordinarie, libererà risorse e darà maggior respiro ai bilanci delle banche nei prossimi anni.

Dal lato della raccolta continua l’emorragia delle obbligazioni mentre cresce il peso dei depositi, soprattutto quelli in conto corrente. Per il prossimo futuro prevediamo una lenta crescita del totale della raccolta e proseguirà la sua ricomposizione a favore di forme tecniche a più breve termine. Solo nel 2020-2021, quando la BCE comincerà ad aumentare i tassi, diventeranno nuovamente appetibili per i risparmiatori i depositi vincolati e le obbligazioni, invertendo la diminuzione di queste due forme di raccolta in atto da alcuni anni. 

Passando al Conto Economico, la previsione del CER mostra una stazionarietà del margine di interesse fino al 2020 e poi una ripresa più sostanziosa nel 2021, quando sia i tassi sia gli stock di impieghi e titoli aumenteranno con più vigore. Gli altri ricavi mostrano un andamento non lineare perché il rallentamento dell’economia andrà ad incidere sui dividendi e una Borsa meno vivace incide sui ricavi da negoziazione titoli. In questo scenario, tuttavia, confermiamo un peso maggiore degli altri ricavi rispetto al margine d’interesse per i prossimi anni. 

La riduzione dello stock delle sofferenze e la minor rischiosità del credito permetteranno una lenta riduzione degli accantonamenti, migliorando il risultato d’esercizio. Tuttavia, la riduzione degli accantonamenti sarà molto graduale perché le nuove norme sulla copertura dei crediti deteriorati obbligheranno le banche ad avere un atteggiamento molto più prudente rispetto al passato.

Per concludere, non si deve dimenticare che nei prossimi anni andrà a regime un nuovo requisito regolamentare, il cosiddetto MREL (Minimum  Requirement for own funds and Eligible Liabilities). L’obiettivo del MREL è quello di aumentare la capacità di assorbimento delle perdite di una banca in caso di bail-in, assicurando che ogni banca abbia nel suo passivo una quantità adeguata di strumenti che permetta la liquidazione dell’istituto di credito senza pregiudicare la stabilità finanziaria degli Stati. L’analisi condotta nel Rapporto Banche mostra come, in media, le banche italiane abbiano già un buon livello di strumenti da computare nel MREL, ma non tutte le banche lo rispettano. La situazione, tuttavia, non è uniforme. Le banche che attualmente non rispettano questo requisito dovranno adeguarsi o aumentando il capitale o emettendo nuovi titoli, più rischiosi perché soggetti a bail-in e, quindi, più costosi da vendere, soprattutto se la situazione sui mercati finanziari rimarrà incerta. Quindi, anche il requisito MREL potrebbe deprimere la redditività di quegli istituti di credito che dovranno vendere titoli pagando alti tassi di interesse. 

In conclusione, le prospettive per il sistema bancario italiano appaiono moderatamente positive, ma il contesto molto complesso descritto in precedenza, il recente peggioramento del ciclo economico e i nuovi obblighi regolamentari potrebbero incidere negativamente sui risultati dei prossimi anni.

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