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QUALI SCELTE PER LA RIPRESA

I consigli di Draghi

Paola Pilati

A chi pensava che Mario Draghi si facesse pregare, esternasse solo in poche e selezionate occasioni, e si offrisse come l’oracolo di Delfi a chi ne invocava il consiglio, ecco la smentita: un decalogo ai policymakers, rivolto cioè ai decisori politici che stanno al governo, ma anche a quelli che siedono nel Parlamento o al vertice dei partiti, che individua quali sono i principi base per aiutarli a prendere quelle decisioni “dure, e spesso impopolari” che la pandemia lascerà sul terreno come un conto salatissimo. 

È il messaggio centrale, il baedeker per i governanti di tutto il mondo, contenuto nello studio “Reviving and restructuring the Corporate sector Post-Covid” prodotto dal gruppo di lavoro composto da alcuni membri del Gruppo dei 30 – l’organizzazione internazionale privata di finanzieri e accademici – guidato appunto da Mario Draghi e da Raghuram Rajan, economista ed ex governatore della banca centrale indiana, con il supporto della Oliver Wyman.

Il paper parte con l’allarme sul rischio che sta montando sotto la superficie, qualcosa che l’emergenza esplosa con la pandemia non ha ancora messo a fuoco, e che la pioggia di liquidità erogata dagli Stati sta camuffando. Si chiama crisi di insolvenza. Sta contagiando imprese grandi e piccole, e presto si manifesterà con virulenza e non sarà meno distruttiva della crisi finanziaria che abbiamo alle spalle.

Non è troppo presto, quindi, per cominciare a pensare a quali azioni mettere in campo per sostenere l’economia e rafforzare la sua resistenza nel lungo termine, con una condizione ineludibile: minimizzarne il costo per la collettività. La verità scomoda che il paper di Draghi e Rajan espongono è che oggi più che agli aiuti è venuto il momento di pensare a quando si dovranno ripagare i debiti. E che quindi la destinazione delle risorse disponibili deve essere fatta non più a pioggia, dando supporto a tutti indiscriminatamente, ma selezionando le attività che hanno un futuro, una prospettiva di ripresa e di supporto all’economia e all’occupazione.

Ma ci sono altri due messaggi centrali per le orecchie dei nostri policymakers: il primo è quello che riguarda il ruolo del settore privato. Il grande sforzo di sostegno all’economia e alla ripresa non può essere fatto solo con la mano pubblica. Non si tratta di invocare il mercato a tutti i costi, ma di riconoscere che il settore privato – dalle banche alle imprese – può avere maggiore esperienza nell’allocare le risorse e nel minimizzare i costi. Quindi ben venga una collaborazione tra pubblico e privato, lasciando alle forze del mercato di agire, e ai governi di intervenire quando i fallimenti del mercato creano costi sociali troppo elevati.

Il secondo messaggio è legato a due domande scomode ma ineludibili: se ci sono costi associati con la pandemia, su chi devono ricadere? I policymakers dovranno prendersi la responsabilità di decidere quali stakeholders pagheranno il conto: scegliere, per esempio, se saranno i contribuenti o gli azionisti dell’impresa che verrà aiutata. L’altra domanda tocca un nervo scoperto: come mettere in campo una specie di “triage” degli aiuti? Come scegliere, in sostanza, chi curare e chi no? Anzi: curare, o lasciare che la “distruzione creativa” faccia il suo corso? Di certo la posizione del papaer è chiara: bisogna evitare di alimentare artificialmente le imprese-zombie, il cui numero, negli ultimi anni, è vistosamente aumentato.

Il paper non vuole essere una critica a quanto si è fatto finora. I governi per la prontezza e generosità degli aiuti e per la difesa dei posti di lavoro, le banche centrali per il loro intervento a servizio della liquidità del sistema, hanno fatto egregiamente la loro parte. Ma nessuno può permettersi di mantenere quel livello di spesa a lungo.

La recessione prodotta dal Coronavirus ha infatti prodotto uno shock così improvviso sui metodi di produzione, le tipologie dei consumi, le catene degli approvvigionamenti, che è assai difficile capire quanto tutto ciò produca cambiamenti strutturali o solo temporanei, e dunque come intervenire e per quanto tempo.

Di certo la crisi si è propagata in modo assai diverso da quella scoppiata nel 2008, che era partita dalle banche. Questa volta il motore della crisi sono le imprese e quindi l’economia reale, non il mondo finanziario, ma è un’economia reale superindebitata. L’indebitamento è molto cresciuto rispetto al 2008: rispetto al Pil globale il debito delle imprese private non finanziarie è salito dal 73 per cento del 2007 al 91 per cento del 2020. Questo vuol dire che dai bilanci in difficoltà delle imprese la crisi può ancora propagarsi alle banche. I primi scricchiolii si sono sentiti già quest’anno, con un raddoppio delle insolvenze nel secondo trimestre ’20 rispetto al ’19. Mentre la compagnia di assicurazione crediti Euler Hermes prevede che l’indice globale delle insolvenze brucerà nel 2021 tutti i record storici.

Draghi e Rajan offrono quindi una cassetta degli attrezzi per affrontare questo scenario così pieno di incognite. E lo fanno focalizzando molto didascalicamente quali passi fare: “Quali imprese sostenere, e perché? Chi decide quali imprese meritano assistenza? Come far arrivare il sostegno?” sono le tre domande centrali da cui i policymakers devono partire, ognuna delle quali deve tenere conto delle priorità, delle risorse disponibili, di quanto deve durare l’intervento, e di quale tipo di sostegno di vuole dare.

Prendiamo per esempio le Piccole e medie imprese. Anche se nel titolo è il “corporate sector” a cui si indirizza il paper, si ammette che le PMI sono più fragili delle grandi perché hanno meno accesso a canali di finanziamento diversi dalle banche, ma hanno un importante ruolo nel preservare posti di lavoro in zone dove non ci sono impieghi alternativi. Di fronte a una situazione difficile, le banche potrebbero avere difficoltà a rinnovare le linee di credito alle Pmi, quindi anche a loro va indirizzata l’assistenza del governo, non solo alle grandi.

Che tipo di aiuto? Se finora i governi hanno soprattutto aiutato le imprese attraverso prestiti – aumentando così il peso del loro debito – forse è venuto il momento di aiutarle rafforzando il loro capitale. I modi possono essere diversi: convertendo i prestiti fatti in capitale, che può essere poi riscattato, oppure si può immaginare che l’impresa così ricapitalizzata si impegni a pagare più tasse sui futuri profitti; in casi estremi si può contemplare la nazionalizzazione, totale o parziale, dell’impresa; si può investire in fondi che acquistano quote di capitale in certi settori economici; oppure sussidiare l’investimento in capitale, per esempio considerandolo fiscalmente deducibile, per incoraggiare il settore privato a investire.

Qualsiasi intervento dovrà mettere in conto dei fallimenti (riformare la legislazione sulla bancarotta è uno dei consigli dello studio), e quindi dei debiti non rimborsati. Il rischio di contagio al sistema finanziario si sostanzia in una crescita dei Non Performing Loans. Agli Npl, il paper Draghi-Rajan riserva una serie di proposte, che vanno dalla costruzione di una bad bank alle società di asset management di Npl, formule che in parte già esistono, ma suggerisce anche altre soluzioni: per esempio un modello di stampo privatistico con una utility che coordini l’azione di recupero, o una piattaforma pubblica centralizzata a cui le banche trasferiscano i propri Npl.

Infine, lo scenario di altre pandemie traspare dal tema dell’assicurazione: se le compagnie possono coprire il rischio dell’interruzione del business, nessuna riconosce una protezione se questa interruzione è dovuta a una pandemia. Come si fa a quantificare un rischio pandemico?, era la risposta delle compagnie. Oggi quella risposta c’è. Ma non semplifica le cose: il costo è immenso, e non sopportabile da una società assicurativa. Dunque il privato non basta, e solo lo Stato può permettersi di affrontare il costo di un simile evento. La soluzione? Che i governi facciano da riassicuratori delle assicurazioni, dividendo con loro il rischio. L’alternativa alla partnership pubblico-privata può essere la creazione di un fondo con delle riserve che serviranno a pagare i rischi “non assicurabili” di una futura pandemia.

Se per trovare le soluzioni giuste occorre innanzitutto cominciare col porsi delle domande giuste, questo studio può essere utilissimo ai policymakers di tutto il mondo, alle economie emergenti, ai mercati senza una borsa dei capitali, a chi ha un sistema bancario traballante. E certamente anche al nostro paese. Basta che i nostri policymakers si mettano d’accordo per dare le risposte.