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INVESTIMENTI ESTERI
I capitali europei fuggono altrove? Forse non è vero

Martin Sandbu sul “Financial Times” si impegna a smontare la tesi della fuga dei capitali europei verso l'estero, soprattutto negli Usa. Ecco con quali dati

P.P.

Sia Enrico Letta (nel suo Rapporto sulla competitività della Ue), che Emmanuel Macron hanno di recente additato il fatto che ogni anno 300 miliardi di euro di risparmi europei prendono il volo, oltre i confini della Ue, come la dimostrazione che gli investimenti più appetibili sono altrove, in particolare negli Usa.

Martin Sandbu sul “Financial Times” si impegna a smontare questa narrazione utilizzando i dati di fDi Intelligence, il servizio di analisi che fa parte del gruppo FT, contenuti nel suo recente rapporto annuale.

Che cosa dicono questi dati?

Innanzitutto, che in tutto il mondo il ritmo degli investimenti esteri “greenfield” dichiarati nel 2023 è tornato quasi al livello pre pandemia (sono stati 16.427 i progetti cross-border annunciati – erano 17.078 nel 2019 – per un valore di $1337 miliardi di dollari, un livello record).

Nella top ten ci sono investimenti in rinnovabili, batterie, petrolio e gas, comunicazioni e semiconduttori, tutti settori che richiedono alti capitali e poca forza lavoro, come vuole il nuovo paradigma degli investimenti esteri. La parte del leone la fa la regione Asia Pacifico, che ne attira la maggior parte, con la Cina in testa. Quanto al flusso in uscita, l’origine della gran parte degli investimenti indirizzati in progetti nuovi di zecca è il Medioriente, che sta usando così il capitale accumulato per decenni. Ma anche la Cina non è rimasta con le mani in mano e ha diretto i suoi investimenti nei paesi in via di sviluppo, per creare fabbriche che rispondano all’esigenza del “nearshoring” dei mercati Europei e del Nordamerica e continuino a servirli.

Che posto conservano in questo quadro le grandi economie occidentali? Dai dati di fDi Intelligence, si apprende che gli investimenti nell’area Ue sono cresciuti negli ultimi anni, anche provenienti dagli Usa. E che a crescere, in particolare, sono stati gli investimenti in settori come le rinnovabili, la produzione di chip e l’elettronica in generale.

Proprio i settori che il governo federale Usa ha eletto per il suo piano di sussidi pubblici, alimentando per questo le lamentele dell’industria europea sulla concorrenza sleale dall’altro lato dell’Atlantico. 

Sono cresciuti però anche gli investimenti dall’Europa verso l’estero, soprattutto nelle rinnovabili, e sono complessivamente più alti di quelli in ingresso, il che è logico – osserva Sandbu – per un’economia in surplus come quella europea.

Quanto all’idea che siano gli Usa a mettere fuori mercato l’Europa facendole concorrenza per attirare gli investimenti internazionali, secondo i dati di fDi markets anche questa sarebbe un’idea infondata, perché il boom degli investimenti è tutto domestico.

Lamentele mal calibrate, dunque, quelle degli europei? L’argomento che depone per il sì viene dal fatto che non ci sono evidenze che i finanziamenti per nuovi investimenti siano scappati dall’Europa per andare altrove: la percentuale di investimenti delle società non finanziarie è stabile e l’investimento totale, in percentuale sul Pil, è rimasto al 22 per cento, senza cadute vistose, anche se lontano dal boom che si verificò nel primo decennio del secolo.

Insomma, il flusso in uscita degli investimenti europei lamentato da Letta e da Macron ha piuttosto a che fare con il surplus commerciale del continente, che è appunto di 300 miliardi l’anno. Investire in casa propria vorrebbe dire ridurre questo surplus, è la morale di Sandbu. Lasciando aumentare anche le importazioni per soddisfare consumi con le risorse che altrimenti andrebbero all’estero. Insomma, l’Europa dovrebbe scegliere: o più investimenti o una bella bilancia commerciale.