Mar 2019
07
TREND FINANZIARI

Guardare i rendimenti del passato per decidere le mosse del futuro

Luca Lixi*

L’edizione 2019 del “Credit Suisse Global Investment Returns Yearbook”, redatta dai ricercatori Elroy Dimson, Paul Marsh e Mike Staunton della London Business School per conto di Credit Suisse, rivela alcune importanti sorprese.

È sempre un report da tenere in considerazione per avere una visione d’insieme migliore, una “big picture” sui mercati finanziari e sull’economia in generale. 

Dimson, Marsh e Staunton sono infatti riconosciuti come delle autorità assolute per quanto riguarda l’analisi dei rendimenti e del trend di lungo termine delle azioni, delle obbligazioni, della liquidità, delle valute e dell’inflazione, di cui rilevano i dati risalendo sino al 1900. 

Dello Yearbook di quest’anno, ho concentrato la mia attenzione su tre cose in particolare.

1. Le azioni battono qualunque altro investimento sul lungo termine

Dimson, Marsh e Staunton dimostrano infatti che un investimento di lungo termine in azioni ha avuto un rendimento del 9,4% all’anno (che diventa un 6,4% all’anno se depurato dall’inflazione storica).
Questo significa che chi avesse investito un solo dollaro sul mercato azionario nel 1900, oggi avrebbe in conto ben 1.521 dollari (importo già depurato dalla riduzione del potere d’acquisto per effetto dell’inflazione).
10 dollari sarebbero diventati 15.210 dollari.
100 dollari 152.100 dollari.

1.000 dollari 1.521.000 dollari. 

Sono invece molto inferiori i rendimenti delle altre possibilità di investimento classiche. 

Un investimento in obbligazioni ha ottenuto un rendimento del 4,9% all’anno (1,9% se ripulito dall’inflazione), mentre un deposito su conto corrente ha reso il 3,7% all’anno (o lo 0,8% senza inflazione, quindi in termini reali). 

Questi dati non devono stupire.
Qualunque analisi e ricerca statistica di lungo termine conferma questi dati.

Cito a titolo di esempio “The Rate of Return on Everything”, un paper della FED di San Francisco ad opera di Jordà e altri ricercatori. Oppure “Stocks for the long run”, libro e ricerca annessa ad opera di Jeremy Siegel, professore di finanza a Wharton. 

Questi dati stridono con le abitudini di investimento degli italiani, che ancora oggi prediligono l’investimento nel mattone, nelle obbligazioni (bancarie e titoli di Stato in particolare) e nella semplice liquidità.

Dalla nostra ricerca, abbiamo stimato che oltre l’80% delle attività degli italiani è attualmente investito in questo modo, e che tra azioni e fondi azionari sia attualmente investito meno del 10% della ricchezza complessiva (fonte: La ricchezza delle famiglie in sintesi: l’Italia e il confronto internazionale, Caprara, De Bonis, Infante per Banca d’Italia).

2. L’economia e le abitudini dei consumatori cambiano rapidamente

Merita una riflessione l’evoluzione del peso dei vari “settori industriali” all’interno del mercato azionario. 

Nel 1900, il 60% delle azioni quotate a Wall Street erano legate al settore ferroviario, mentre erano estremamente influenti le banche, le aziende legate a ferro, carbone e acciaio. Eravamo in piena rivoluzione industriale.

Dopo 120 anni, la composizione dei listini a Wall Street è cambiata radicalmente. 

A farla da padrone sono dei settori che neppure esistevano nel 1900, come il tecnologico, il settore legato alla cura e alla salute della persona (health), telecomunicazioni, i media, i viaggi e il tempo libero, le bevande. 

Anche in questo caso, i dati non stupiscono.
L’economia cambia, le abitudini dei consumatori cambiano (negli ultimi 25 anni sempre più rapidamente).

Per questo motivo, reputiamo che per il lungo termine sia sempre più ragionevole e intelligente investire su strumenti azionari diversificati “a gestione passiva” (come gli ETF che replicano gli indici), poiché automaticamente la loro composizione viene modificata in base a queste evoluzioni delle abitudini di consumo e delle relative azioni vincenti. 

3. L’Italia conta sempre meno nello scacchiere finanziario globale

La progressiva riduzione del peso dell’Italia sulla capitalizzazione complessiva delle Borse Mondiali è sempre più evidente. 

Se infatti nel 1900 l’Italia aveva un peso del 2,1% sull’intero mercato azionario mondiale, nel 2019 l’Italia ha ridotto questo peso ad appena lo 0,8% (dieci anni fa era comunque l’1,9%) 

I 579 miliardi di capitalizzazione italiana (dato di fine gennaio 2019) non solo rappresentano lo 0,8% a livello globale, ma appena il 3,9% del mercato europeo (era il 6,4% solo 10 anni fa) e collocano l’Italia al 19° posto al mondo, dopo Spagna, Sud Africa, Taiwan e Corea del Sud.  (Fonte: Indagine annuale sui titoli azionari ed obbligazionari quotati in Italia e nelle principali Borse internazionali. Ottobre 2018, Ufficio Studi Mediobanca).  

Anche questo dato non mi stupisce particolarmente: se “l’italiano risparmiatore” non ha confidenza con il mercato azionario, rinunciando così ai migliori rendimenti, “l’italiano imprenditore” non ha confidenza con la possibilità di reperire nuove risorse per la sua azienda nel mercato dei capitali.

E, così facendo, spesso si condanna a una dimensione microscopica, con cui oggi è difficile competere sul mercato globale. 

4. Le prospettive

L’analisi dei dati è sicuramente utile per aiutarci a prendere delle decisioni per il futuro.

In base a questo, il consiglio generale per l’investitore italiano è quello di non aver più paura dell’investimento azionario (adeguatamente diversificato e con il giusto orizzonte temporale), che si è dimostrato da sempre il più redditizio.

Il secondo consiglio è quello di diversificare in modo intelligente. 

Pensare di poter “prevedere” il futuro, e quindi fare una puntata su un determinato settore o azione che si reputa vincente, è un atteggiamento più da scommettitore che da investitore.

Diversificando in modo corretto, attraverso l’acquisto di strumenti efficienti e adeguatamente diversificati come gli ETF, si elimina questo rischio.

Il terzo consiglio è quello di non sopravvalutare l’Italia (e i relativi investimenti connessi), solo perché è la patria che ci ha dato i natali, o in cui viviamo, o in cui lavoriamo.

Come dimostrato, l’Italia è piuttosto marginale da un punto di vista finanziario ed economico, pertanto è decisamente opportuno darle il giusto peso (basso) nella costruzione di un portafoglio equilibrato.

L’economia, seppur oggi nuovamente in raffreddamento un po’ ovunque, è trainata da alcune locomotive (USA, Cina, Germania), e potenziali locomotive (India, altri paesi asiatici ed emergenti). Purtroppo l’Italia non rientra in nessuna delle due categorie.

*imprenditore e intermediario finanziario

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