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Come l'energia cambierà la geopolitica del continente

Green Deal, come sarà verde la mia Europa

Paola Pilati

La Transizione ecologica sotto forma di un nuovo super-ministero è stata l’asso che ha fatto vincere Draghi nella partita con il M5S per il nuovo governo. La stessa transizione ecologica, sotto forma di European Green Deal, metterà tutto il blocco europeo al centro di un terremoto economico e politico. E ridisegnerà il network dei suoi rapporti con partner commerciali di lungo corso in termini di forniture come la Russia, la Norvegia e l’Algeria.

Per capire il cambio di scenario basta pensare al fatto che l’Unione Europea spende 320 miliardi di euro per importare prodotti energetici, e che su quello che compra dalla Russia i combustibili fossili rappresentano il 60 per cento. Ma se l’intenzione dell’Europa, con il suo Green Deal, è di arrivare ad abbattere le sue emissioni di CO2 per il 2050, queste voci di import dovranno essere tutte riviste: in alcuni casi azzerate, in altri fortemente ridimensionate.

Prendiamo il petrolio. L’Europa compra ogni anno il 20 per cento della produzione mondiale di petrolio. Ma se la transizione ecologica dovrà andare verso l’uso di tecnologie senza impatto sull’atmosfera, di petrolio ne servirà via via sempre di meno, fino a renderlo inutile. Questo vuol dire trasformare radicalmente i rapporti con la Russia e con i paesi del Golfo.

Ma non si tratta solo di affrontare diplomaticamente uno scenario di nuove frizioni commerciali. Quello che si profila, come mette in evidenza un paper dello European council for foreign relations con il Bruegel Institute, è il rischio che, giocato solo all’interno della torre d’avorio dell’Europa, il Green deal finisca per essere solo un grande dispiegamento di mezzi finanziari, di regole imposte all’industria e ai cittadini, ma di fatto spazzando fuori dai suoi confini il problema delle emissioni.

Quindi il maggiore sforzo del Green Deal dovrà essere quello di mettere in campo accordi multilaterali per imporre gli standard europei anche fuori dei suoi confini, definire meccanismi per evitare che l’effetto serra sia semplicemente trasferito un po’ più in là, con danni immaginabili per la competitività della sua industria. Insomma, dovrà inventare una nuova diplomazia internazionale per incoraggiare anche i suoi partner a condividere gli stessi obiettivi di sviluppo sostenibile.

Il cammino per arrivare a tagliare della metà le emissioni dell’intero continente per il 2030 (rispetto al 1990), e poi arrivare all’impatto zero nel 2050, comporterà prima di tutto mettere sotto tiro i combustibili fossili.

Il carbone, che oggi rappresenta quasi il 14 per cento del mix energetico, dovrà ridursi del 70 per cento già entro il 2030, mentre l’import di petrolio dovrà essere tagliato di un quarto entro lo stesso periodo, per poi scendere ulteriormente di quasi l’80 per cento. Al gas andrà solo un po’ meglio: meno 13-19 per cento alla scadenza intermedia, meno 60 circa all’obiettivo finale. Ma l’import di gas potrà anche aumentare durante il processo, in quanto dovrà prendere il posto del carbone.

Contemporaneamente, dovrà aumentare la produzione di energia rinnovabile. Anche importandola dai paesi vicini. Quali? Medio Oriente e Nord Africa, soprattutto. Che possono diventare il luogo di produzione ideale non solo per il solare, ma anche per l’idrogeno, che viene visto come uno dei pilastri del Green Deal grazie allo sviluppo di tecnologie che ne abbatteranno il prezzo di produzione.

Il Green Deal quindi, se non consentirà all’Europa di conseguire la totale autonomia in termini energetici, almeno l’aiuterà a superare la dipendenza da materie prime strategiche come il petrolio? La risposta sulla sicurezza energetica del continente non è un sì secco. Infatti, come mette in luce il paper, ci sono altre materie prime che saranno necessarie per realizzare gli obiettivi.

Quelle necessarie a produrre pannelli solari, batterie al litio, auto elettriche, e il cui fabbisogno raddoppierà entro il 2050 (ma quelli per produrre le turbine eoliche, cresceranno anche 15 volte). Cioè minerali e metalli che non sono facili da trovare, e la cui produzione è concentrata in pochi paesi. La Commissione europea ha selezionato 27 materiali rari: e il 62 per cento di essi si trova in Cina.

Sarà soprattutto con la Cina che l’Europa dovrà fare i conti nella sua transizione energetico-ecologica. Non solo perché la Cina è il paese che produce più emissioni di CO2 al mondo, ed è anche il primo mercato per i prodotti europei. Ma soprattutto perché, nonostante le promesse del suo governo, non è affatto chiaro come potrà mantenere la promessa di arrivare alla neutralità di emissioni entro il 2060 dopo aver continuato ad aumentare il consumo di carbone nelle sue centrali fino al 2030.

Eppure, nel disegnare una nuova relazione politico economica con la Cina, l’Europa potrebbe avere anche qualche freccia al suo arco. Per evitare la concorrenza di merci prodotte fuori dal suo territorio con regole meno stringenti in fatto di emissioni, l’Europa ha il progetto di mettere in piedi un meccanismo di compensazione all’import (una specie di tassa) e questo spiazzerà molti prodotti cinesi, soprattutto quelli a basso valore aggiunto. Questo potrebbe essere un fattore di pressione sulla Cina per condividere gli stessi obiettivi climatici. E farla incamminare, per esempio, sulla produzione di tecnologie green che all’Europa sono necessarie.

Vista l’importanza di guardare oltre i propri confini, una delle prime preoccupazioni dell’Europa del Green Deal sarà il rapporto con i propri vicini, soprattutto quelli da cui importiamo petrolio e gas, come la Russia e l’Algeria. Come dovrà agire? Per esempio supportando i loro sforzi a usare i proventi delle esportazioni di combustibili fossili di qui al 2030 per investire in rinnovabili o in produzione di idrogeno che poi potranno esportare in Europa.

In ogni caso, con la sua scelta verso la transizione ecologica e climatica, l’Europa si pone nel mondo come un trend-setter. Non solo in termini di regolazione, ma anche sul piano finanziario, per esempio essendo già oggi il più grande player sul mercato in crescita dei green bond, e poi in quanto “big spender” sul fronte verde. Tra risorse del bilancio europeo 2021-27 e risorse del NGEU, ci sono circa 600 miliardi di denaro fresco disponibili per la transizione verde che possono diventare uno strumento formidabile di politica industriale, che si riverberà anche sui suoi partner.