Nessuno

ANALISI DI UN DIBATTITO IDEOLOGICO

Gli assurdi rifiuti dei "no Mes"

Oliviero Pesce

I perduranti rifiuti dell’utilizzo dei fondi del Meccanismo europeo di stabilità (MES – European Stability Mechanism, ESM), pur se legati all’unica condizionalità del loro utilizzo nel settore della sanità, hanno, a seconda di chi li avanza, motivazioni diverse, ma effetti comunque deleteri.

Il rifiuto ideologico – il MES non ci piace – ha esattamente la stessa valenza intellettuale – in particolare se sostenuto da chi dei deficit di bilancio ha fatto una bandiera – del rifiuto dei vaccini; no-VAX o no-MES si equivalgono e sono fondati sul rifiuto della scienza e di una analisi razionale dei costi e dei benefici. Nonché sulla pretesa di utilizzare i fondi europei a fini di dissipazione distributiva, contraria agli investimenti.

Il rifiuto strumentale – il MES è una trappola, anzi, elegantemente, un “trappolone” (esamineremo tra un attimo perché non lo è) – sottintende un rifiuto dell’Europa: se l’Europa ci aiuta con misure concrete, non possiamo più rifiutarla, né dire che siamo sovrani. In un mondo interconnesso come il nostro, e per giunta di debitori e creditori, la sovranità è una fanfola davvero insostenibile, come dimostra la Brexit che si tenta da tutte le parti di rendere sempre meno tale, mettendo in comune dai vaccini ai mercati. Perché poi il criterio non si applichi ai fondi della BCE, lo sa solo chi rifiuta il MES.

Il rifiuto tattico – il MES non sarebbe “risolutivo” – è il più drammatico. Un governo interessato al bene dell’Italia lo avrebbe utilizzato da settimane, visto che si tratta di denaro derivante da fonti certea costi inferiori di quello derivante da altre fonti, due criteri di valutazione essenziali, il secondo dei quali non è vero per gli altri paesi ai quali ci compariamo. E che metterebbe immediatamente al lavoro un comparto essenziale come quello della sanità, che ha mostrato nei mesi scorsi tutte le falle che anni di incuria e di convenzioni col “privato” hanno causato e in relazione al quale un progetto complessivo, nell’interesse di tutte le regioni del paese, si sarebbe potuto impostare in tempi brevi, dando una spinta iniziale alla ripresa complessiva del Paese, sulla quale ancora si tergiversa.

Come ognuno sa, essendo il denaro fungibile, ed essendo l’Italia costretta ad indebitarsi comunque, nell’attuale contingenza, per importi multipli di quelli offerti dal MES, nulla è “risolutivo”, se non il totale che si ritiene necessario per affrontare concretamente la situazione. Totale che non può che essere una combinatoria di elementi diversi. Il rifiuto dei fondi offerti dal MES non può che indebolire il negoziato sui fondi provenienti da altre fonti, interne o internazionali, a costi differenti, ma in tutti i casi maggiori (se non ovviamente le pretese donazioni). Rafforzando gli oppositori e alienandoci quanti hanno proposto lo schema.

Se quei fondi non li vogliamo, perché dovrebbero darcene altri. Fondi, quelli delle altre fonti europee, futuri e incerti rispetto alle quantità, ai costi, alle condizioni, che non potranno non esserci, date le diffuse opposizioni. Si preferisce l’incerto al certo per non dover affrontare i “no MES” che condizionano un Governo attendista e temporeggiatore.

Sommati, i tre rifiuti fanno una assai disomogenea maggioranza. Ma governare vuol anche dire convincere, e assumere rischi.

Per confutare le varie opposizioni, vanno ricordati gli elementi salienti del MES.

Una istituzione internazionale creata nel 2012 da alcuni Stati, mediante un trattato intergovernativo, al di fuori del quadro giuridico dell’UE, che ha la funzione fondamentale di concedere assistenza finanziaria ai paesi membri che – malgrado un debito pubblico considerato sostenibile – incontrino difficoltà temporanee nel finanziarsi sul mercato.

Assistenza concessa subordinatamente all’assunzione da parte del debitore di misure ritenute tali da permettere il superamento delle difficoltà; a seconda dei casi, mediante “memorandum of understanding” stipulati tra le parti o di “letters of intent”. Si è deciso, nell’attuale situazione sanitaria eccezionale, di erogarli senza le previste condizionalità, se non quella che i fondi vengano utilizzati per questa emergenza.

Al MES hanno aderito 22 paesi, con quote pari al 27,15% per la Germania, il 20,39% per la Francia, il 17,91% per l’Italia (terza per peso specifico), l’11,90% per la Spagna (per un totale del 77,35% dei primi quattro Stati membri, le quattro economie maggiori); il quinto Stato membro, l’Olanda, ha una quota assai minore, del 5,72%; i successivi 17 posseggono tutti assieme il 16,93% (meno, tutti assieme, della quota italiana), con quote comprese tra il 3,48% del Belgio e meno dell’1% di ciascuno degli ultimi sei.

Come si possa dire che “il MES non ci piace”, quando esso è stato ritenuto un importante istituto a fini di stabilità economico finanziaria degli Stati che lo hanno istituito e ne fanno parte (e solo indirettamente dell’Unione; gli altri sei Stati membri non vi hanno aderito e il MES non è un’istituzione dell’Unione), è stato adottato da 22 Stati europei, e l’Italia ne è il terzo partecipante, di fatto con diritto di veto, è difficile da comprendere.

Il diritto di veto è assoluto per tutti gli Stati membri (salvo ovviamente quelli che ne chiedono l’intervento); le decisioni, infatti sono assunte nella maggior parte dei casi all’unanimità, salvo che in alcuni casi particolarmente gravi nei quali possono essere assunte con il voto favorevole dell’85% delle quote. Anche in tale circostanza la nostra quota ci garantisce in quella sede.

Tuttavia non può essere il MES a “non piacerci”, ma piuttosto il trovarci nella impossibilità di finanziare le nostre esigenze (inclusa quella di rifinanziare il debito pregresso). Cosa che, se fossimo a rischio di inadempienza, non potremmo imputare che a noi stessi e alle politiche di indebitamento che l’Italia ha adottato, chiedendo costantemente maggiore “flessibilità”, sforamenti, e sbandierando come successi di un governo sostenuto da partiti sovranisti e movimentisti – è passato poco più di un anno – un deficit del 2,4% piuttosto che del 2, con i connessi affacci da storici balconi.

Oggi passiamo a un deficit dell’8/11%, se non peggio, e qualcuno ne sarà contento. Poiché il denaro è fungibile, indebitarsi, ove necessario, con la BCE piuttosto che con il MES o con i cittadini italiani è del tutto irrilevante in termini di rischio; il problema non è il MES, ma il monte del debito complessivo e la sua finanziabilità sui mercati, e, in carenza di questi, per la benevolenza della BCE; anche di questa possediamo una quota dello stesso ordine di grandezza. A ciò non si vuole pensare, ma, respingendo i fondi del MES, si discute del sesso degli angeli. E, comunque, di altro, rispetto al reale problema.

Il MES può operare a maggioranza qualificata dell’85 per cento del capitale solo se vi sia una minaccia per la stabilità finanziaria ed economica dell’area dell’euro e la Commissione europea e la BCE richiedano l’assunzione di decisioni urgenti in materia di assistenza finanziaria. Il “trappolone”, quindi, non è il MES, ma il debito di chi è a rischio, e la possibilità che la Commissione e la BCE ci sottopongano a una sorveglianza rafforzata, cosa in teoria possibile, che l’Italia sia debitrice del MES o di chiunque altro, inclusi gli italiani, qualora si rischi concretamente il default.

Il capitale sottoscritto del MES è pari a 704,8 miliardi, mentre il capitale versato è di 80,5 miliardi; la sua capacità di prestito ammonta a 500 miliardi (salvo aumenti del capitale versato). I diritti di voto dei membri del Consiglio sono proporzionali al capitale sottoscritto dai rispettivi paesi. Il MES ha la funzione di attenuare i rischi di contagio connessi a eventuali crisi di un paese dell’area dell’euro, rischi che in passato hanno avuto gravi ripercussioni sul nostro paese (nel 2010, ad esempio con la crisi della Grecia).

La presenza del MES riduce la probabilità di un default sovrano, almeno per i paesi le cui difficoltà sono temporanee e possono essere risolte con prestiti o linee di credito. Non è un meccanismo per la ristrutturazione del debito sovrano, anzi è volto a evitarla; come sancito dal Trattato vigente e ribadito dalle proposte di riforma che gli permetterebbero di intervenire anche nel caso di crisi sistemiche del settore bancario; la ristrutturazione può essere presa in considerazione soltanto in casi eccezionali.

Ciò, tuttavia, non ci mette al riparo da un possibile default, che dipende da disavanzi pubblici eccessivi e dalle politiche economiche adottate; eventuali “trappoloni” ce li costruiamo da soli; e la competenza per accertare la nostra situazione non è del MES, ma dalla Commissione e dalla BCE, ed è prevista dal Trattato per il funzionamento dell’Unione europea, che si ricorra o meno al MES. Va in ogni caso ricordato che la probabilità di un default dipende in primo luogo dalle politiche economiche messe in atto dai paesi.

Va anche ricordato che nei casi in cui il MES è intervenuto (Portogallo, Spagna, Irlanda, Cipro), le condizionalità imposte hanno contribuito a risolvere i problemi economico-finanziari incontrati dai paesi che ne hanno richiesto l’assistenza. Nel caso della Grecia, non si può dimenticare che il paese aveva falsificato in maniera sostanziale i propri conti per entrare nell’euro; e se si ritiene che in quel caso la Troika abbia imposto condizioni capestro, il nostro paese, che ha un peso rilevante in tutte le sue componenti – la Commissione europea, la BCE e il Fondo monetario internazionale – ne sarebbe stato quanto meno corresponsabile.

Temendo il MES, non ci fidiamo, quindi, di noi stessi.

Il rifiuto dell’utilizzo del MES in relazione al Covid 19 ha funzione elettorale, antieuropea, o di mera sopravvivenza del Governo, oppure è infondatamente ideologico, privo di giustificazioni razionali, e riflette una lotta politica basata sul nulla; e per il Paese è controproducente da ogni punto di vista.