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In Filigrana

di Giuseppe G. Santorsola

Fra cryptoasset, stablecoin, token,€ digitale

Monete o strumenti finanziari? L'era degli strumenti digitali che competono, a torto o a ragione, con la moneta legale offre molti prodotti. Una guida per non sbagliare

Giuseppe Guglielmo Santorsola
santorsola

Con tutte le precauzioni necessarie in merito agli strumenti elencati nel titolo, il momento consente  di analizzare lo scenario con maggiore obiettività, senza la costrizione di particolari situazioni di entusiasmo o di preoccupazione in merito alle quattro tipologie, indicate per opportuna chiarezza in merito alle evidenti diversità di ciascuna.

Iniziamo con una breve definizione di ciascuna, rispettando l’ordine cronologico della loro introduzione sui mercati.

  1. cryptovalute, successivamente meglio definite come cryptoasset;
  2. token, quali, in particolare gli NFT (not fungible token), digitalizzazione di beni quali anche i beni artistici;
  3. stablecoins quali cryptoasset “garantiti da garanzie” caratterizzate dal legame e dall’ancoraggio ad una valuta tradizionale dai margini del mercato al mainstream;
  4. euro digitale, concetto operativamente e giuridicamente molto distinto, ma tecnicamente connesso a molte delle caratteristiche degli altri tre.

Dal 2009 è iniziata, con molte incertezze, dubbi e differenti valutazioni, l’era degli strumenti digitali che sono stati concepiti come alternativa alla moneta legale e, successivamente e in prevalenza, quali strumenti di investimento. È stata significativamente la prima esperienza di “competizione esterna” in campo “monetario” per la quale molte Authority sono intervenute tempestivamente, al sorgere dello sviluppo della innovazione, per inquadrarla nel contesto della riserva d’azione dedicata ovunque nel mondo per la circolazione della moneta legale.

CRYPTOASSET

L’origine del fenomeno si deve, come è ampiamente noto, alla proposta (si ritiene) di Satoshi Nakamoto che elaborò un corposo documento nel quale delineò le caratteristiche del Bitcoin, appunto una moneta digitale concepita per offrire un’alternativa globale alle numerosissime valute in circolazione nel mondo secondo uno schema estraneo al principio generale della sovranità monetaria.

Il principio di fondo risiede nello schema matematico che caratterizzava il progetto con la limitazione, fin dall’origine, del numero complessivo di bitcoin “estraibili” nel corso del tempo (21 milioni). Tale disegno contrastava la tendenza delle principali banche centrali del mondo di continuare ad aumentare la quantità della moneta per supportare i disavanzi di bilancio pubblico, oppure i saldi delle bilance dei pagamenti, oppure le scelte espansive della politica economica. Quel contrasto fu valutato nelle sue potenziali conseguenze come pericoloso per l’equilibrio storicamente fondamentale tra le scelte dei governi e l’autonomia delle Banche Centrali. Esauriamo con queste considerazioni l’analisi dell’origine e la funzione sostitutiva assegnata al Bitcoin. Questa ipotesi è stata in gran parte affossata da due fattori:

  • la creazione di molteplici alternative di valute digitali, solo alcune delle quali hanno resistito nel tempo e la cui assoluta maggioranza è fallita, ha presentato elevatissime volatilità e/o ha determinato vere e proprie frodi, acquisendo moneta legale in forma illegale e lasciando i contenuti digitali privi di ogni valore;
  • lo stesso fenomeno di crescita del prezzo (in rapporto al suo valore (non sempre “fair” rispetto alla moneta legale) ne ha alterato la funzione monetaria trasformandola in un investimento speculativo non protetto da nessun soggetto, caratterizzato da un’altissima volatilità del suo valore di scambio (appunto con la moneta legale).

Il tempo ha dato ragione a chi, fin dall’inizio, ha considerato tale strumento come finanziario e non come moneta legale fino ad orientare in tal senso e in modo crescente la regolamentazione impostata dal Financial Stability Board e poi dalle Banche Centrali e dai Parlamenti Nazionali. L’economia irregolare e lo shadow banking hanno invece utilizzato largamente e, negli ultimi anni irregolarmente, il ruolo di moneta sfuggendo in tal modo all’inasprimento dei controlli sull’utilizzo delle banconote, al contrasto in materia di antiriciclaggio e finanziamento del terrorismo ed alla lotta su tutti i reati presupposti che alimentano la ricerca del money laundering.

STABLECOINS

L’innovazione finanziaria ha suggerito in un secondo tempo la nascita degli stablecoin (SC), mantenendo la natura digitale e la natura privata del loro sorgere e del governo degli scambi. Nel frattempo, alcuni Paesi dalla valuta particolarmente debole (Laos, El Salvador, Repubblica Centroafricana e, diversamente, il Venezuela) hanno ipotizzato e, nei loro limiti sviluppato, la sostituzione delle loro monete tradizionali con il bitcoin, senza superare i problemi economici interni e, in taluni casi, peggiorandoli ulteriormente.

Lo stablecoin non ha una localizzazione territoriale quanto legame con una valuta tradizionale (alterando la ratio iniziale del progetto del 2009) e collegando il proprio valore a quello del dollaro (o altra valuta simile per forza e natura convertibile in diversi Paesi). L’idea forte di questo progetto è la presenza di investimenti della moneta legale raccolta in asset espressi nella moneta di collegamento creando (anche questo in modo difforme dallo spirito originario) una correlazione positiva con il problema del disavanzo pubblico: i gestori delle stablecoin investono in titoli pubblici (degli Stati Uniti in particolare) fino a risultarne detentori di quote rilevanti nel caso delle due SC di maggiore dimensione (Tether-USDT e USD€).

Fondamentale differenza risulta la negoziabilità dello strumento nel caso inevitabile che i detentori desiderino o necessitino di riconvertire l’asset alternativo in moneta legale. La presenza degli asset tradizionali (titoli di Stato) ne consente la vendita sui mercati, l’acquisizione della liquidità e l’azione di restituzione. Non sono mancate situazioni di difficoltà in fasi di crisi e il mercato è divenuto celermente oligopolistico creando in collaterale il fenomeno dei memecoin, tecnicamente non dissimili ma legati di fatto ad una raccolta fondi. Tra le più affascinanti e controverse vi sono memecoin, criptovalute che si ispirano a personaggi della cultura popolare e fenomeni virali su internet. Queste monete, spesso nate come scherzi o provocazioni, hanno guadagnato inaspettatamente una vasta attenzione, arrivando ad accumulare importanti capitalizzazioni di mercato e arrivando a far parte di diritto nel mercato delle criptovalute.

Anche gli stablecoin presentano importanti limiti; sono criptovalute ancorate a valute o commodity tradizionali come euro, dollaro, oro e sono interessanti perché il loro valore non risente della volatilità tipica dei “mercati criptovalutari”; al contrario, mantengono la stabilità della valuta o commodity a cui sono ancorate. La realtà ci dimostra peraltro che il riferimento di ancoraggio è anch’esso volatile come dimostrano le esperienze proprio su dollaro, euro e oro negli ultimi anni. Sono pertanto un investimento e non un coin, cioè una moneta. Rimane pertanto la convinzione, teoricamente esposta negli anni passati da Tancredi Bianchi, che la moneta sia soggetto ad uno “scorciamento” del suo metro di riferimento e che il “malessere” di un’economia risiede nel concetto di inflazione (più raramente di deflazione) e che sia necessario il sistema bipolare e reciprocamente autonomo disegnato quasi ovunque fra autorità politica e autorità monetaria.

Le stablecoin sono leggibili come una mina vagante in alcuni Paesi per le valute classiche. Competono infatti con le banche nel risparmio e nel credito, senza le stesse regole, meccanismo che meriterebbe un’analisi più approfondita al di fuori di queste note. Quelle agganciate al dollaro stanno già soppiantando le valute relativamente piccole in alcuni corridoi transfrontalieri dei mercati emergenti, come l’America Latina, l’Africa sub sahariana e il Medio Oriente. Sotto un profilo tecnico e tecnologico tutte le stablecoin si scambiano su registri distribuiti (DLT), ma non tutti gli asset che circolano sulle blockchain sono stablecoin (i depositi tokenizzati, ad esempio) e ciò alimenta una opaca trasparenza per gli operatori meno specializzati. Rappresentano, secondo statistiche affidabili, circa il 43% del volume totale delle transazioni nella regione Sub sahariana, in piena competizione con la penetrazione del renmimbi yuan cinese.

TOKEN

Un terzo tema innovativo è stato introdotto con la creazione dei token. Essi ricoprono un ruolo sempre più importante. Si tratta di asset digitali basati su una blockchain, in grado di ricoprire diversi ruoli all’interno di un progetto basato sulle criptovalute. Ne esistono di diversi tipi, dalle utility token alle security token, passando per i governance token e gli NFT. Ognuno di essi ha un ruolo e caratteristiche tecniche differenti, che li rendono unici nel loro genere:
– token di moneta elettronica: un tipo di cripto-attività che mantiene valore stabile con riferimento al valore di una valuta ufficiale.
– token collegati ad attività che mirano a mantenere un valore stabile facendo riferimento a un altro valore di diritto (tra cui i citati NFT) o a una combinazione dei due, comprese una o più valute ufficiali.
– altre cripto-attività non rientranti nel regolamento Ue e valute digitali o virtuali iscritte in un registro.
– token di moneta elettronica, cripto-attività che hanno le caratteristiche indicate, sotto un profilo contabile dall’Ifrs-Ic, ossia valute digitali o virtuali registrate su un registro che utilizza la crittografia per la sicurezza, non emesse da un’autorità giurisdizionale o da un’altra parte e che non danno luogo ad un contratto tra titolare e altra parte.

EURO DIGITALE

Del tutto differente è invece l’ipotesi dell’euro, dollaro o yuan digitale, denominabili quali CBDC (Central Bank Digital Currencies); è un’iniziativa curata dalle Banche Centrali, ha pieno ruolo monetario e non di investimento, è semplicemente una formulazione tecnica diversa dalle banconote e dalle monete metalliche introducendo la dematerializzazione e restando sotto il pieno controllo dell’emittente. Nel caso della BCE, una delle ragioni più consistenti per la sua adozione è l’obiettivo di contrastare il forte oligopolio delle principali carte di credito internazionali il cui controllo e la cui governance sono stabilmente in mano a soggetti statunitensi privati (Visa, Mastercard e Americano Express).

Una seconda motivazione (alimentata dalle particolare efficienza delle blockchain) risiede nella fondata convinzione che il regolamento centralizzato delle transazioni monetarie non è sempre fattibile o efficiente. In assenza di una “unica” banca centrale mondiale, i pagamenti transfrontalieri non possono essere regolati su un unico registro centralizzato. Inefficienza e rischi sono riconducibili anche dalla stretta dipendenza dai conti corrispondenti delle grandi banche internazionali, le quali operano (con una lettura veritiera ma semplificata) quali blockchain autorizzate e supervisionate dalle banche centrali). Un effettivo sviluppo di una blockchain sottoposta a controlli renderebbe il sistema dei pagamenti internazionali più sicuro e probabilmente meno costoso.

Non tutti concordano su tale lettura del problema, salvo la convinzione (meramente competitiva) che il predominio digitale delle società extracomunitarie sia una debolezza in sé ed un rischio per la protezione dei dati e delle informazioni che sono messi in circolazione tramite il crescente utilizzo degli strumenti digitali. Le tensioni politiche tra USA e UE hanno accentuato questa convinzione e spinto per un’accelerazione del progetto dell’euro digitale, ormai in una fase avanzata di sperimentazione, ma non prossimo nella sua attuazione. Taluni ipotizzano anche una possibile combinazione virtuosa fra CBDC e stablecoin purché sia mantenuto un forte controllo della Banche Centrali nella gestione complessiva della blockchain. Obiettivamente, il raggiungimento di un accordo in tal senso appare distante nel tempo, mentre lo sviluppo di distinte CBDC appare più sperimentabile e, in tempi opportuni, più praticabile.

Recentemente, la Banca d’Italia ha esposto un quadro molto aggiornato dello stato dell’arte alla cui lettura si rimanda anche per la necessaria conoscenza della dimensione del fenomeno.

CONCLUSIONI

Un’ultima considerazione concerne le ipotesi di sinergie possibili fra le innovazioni qui descritte. Le stablecoin hanno raggiunto una rilevanza significativa, ma principalmente come strumenti per il trading di criptovalute e per la gestione della liquidità. Il loro uso efficace per i pagamenti nella economia reale resta relativamente limitato e ancora difficile da valutare in termini di riconoscimento fiduciario.

Resta la forte enfasi, soprattutto nelle politiche di marketing degli emittenti, sull’aspetto del rendimento di crypto, token, memecoin e stablecoin, un fattore che contrasta con i principi fondamentali della moneta (riserva di valore, unità di conto, mezzo di scambio), non solo nella nota e chiara lettura che John Maynard Keynes impostò quasi 100 anni fa (A Treatise on Money, edito nel 1930). Le innovazioni degli ultimi anni non presentano congiuntamente questi tre fattori. La moneta digitale (quale l’euro nel caso), si!

Tuttavia, la DLT può invece diventare una componente importante della architettura dei sistemi di pagamento, della finanza e delle infrastrutture di mercato, favorendone una migliore armonizzazione, sia orizzontale tra le diverse aree economiche, sia verticale tra le quattro innovazioni descritte. Al momento prevalgono soluzioni distinte con numerose blockchain difficilmente dialoganti fra di loro.

Resta la grande rivoluzione rispetto a cinquanta anni fa, quando il sistema dei pagamenti era dominato da monete metalliche, banconote, assegni e cambiali, senza grande mobilità fra i diversi Paesi e le loro Banche Centrali!

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