L'impegno ESG delle imprese piacentine

Facciamo un check up gratuito del rischio ambientale

intervista ad Alberto Rota, presidente Confindustria Piacenza

G.P.

Dottor Rota, l’approccio verso l’economia circolare sembra destinato ad affermarsi sempre più nel nostro paese. Qual è a questo proposito l’esperienza di Piacenza? Come si interpreta il trade off fra profittabilità e sostenibilità?

«Nella nostra assemblea del giugno scorso, anche con la presenza di Gunter Pauli, guru della Blue Economy, abbiamo trattato proprio il tema dell’economia circolare. E abbiamo mostrato alcuni esempi di ciò che si sta facendo sul territorio. È un approccio che sta sempre più affermandosi e che coinvolge un numero crescente di aziende, con un processo che è più o meno intenso in relazione a quanto l’attività svolta si presti a introdurre i temi dell’economia circolare.

Sicuramente la questione dell’approvvigionamento energetico e delle fonti utilizzate è trasversalmente diffusa. Trattandosi di attività economiche, è evidente che la ricerca dell’equilibrio economico non può venire meno, pena l’impossibilità di garantire non solo la continuità aziendale ma anche la sua sostenibilità e crescita nel medio lungo periodo, soprattutto se l’azienda in questione si muove sui mercati internazionali dove operano soggetti che hanno a riferimento regole non sempre allineate sui medesimi standard ambientali o addirittura sociali.

Detto questo, da noi c’è una crescente attenzione alla sostenibilità nelle sue tre dimensioni (economica, sociale ed ambientale), il che ci fa comprendere che non necessariamente esiste un trade-off tra profittabilità e sostenibilità ma anzi la ricerca della sostenibilità diventa spesso essa stessa un elemento della profittabilità nel lungo periodo. Devo dire inoltre che questa accresciuta attenzione ha portato alla costituzione, in Associazione, di uno SPORTELLO ECONOMIA CIRCOLARE per dare alle aziende un supporto sulla comunicazione ambientale sulla sostenibilità.

Tante aziende stanno infatti facendo interventi. Come misurarli? In Europa ci sono diversi strumenti (benchmark, Life Cicle Assesment, dichiarazione ambientale di prodotto EPD)  Come comunicarli? Li aiuteremo a verificare se nella loro attività producono rifiuti che possono essere riciclati o riusati per altri processi e poi li aiuteremo anche a comunicare queste iniziative». 

Può parlarci delle iniziative per il bio-gas, un tema sempre più importante nella pianura padana?  

«Attualmente l’Italia ha, nel settore del biogas, una quota incentivi piuttosto interessante, che permette al settore di sostenersi; anche se in applicazione solo al settore agro-zootecnico. Le dimensioni massime di tali impianti rimangono comunque di taglia piccola, ma adeguata all’applicazione e all’investimento ai quali sono rivolti.

Il vero problema è costruire un percorso di più ampio respiro, che possa proseguire in quello spirito di supporto al comparto agricolo in primis e diventare, secondo una prospettiva di anni a venire, una delle fonti di produzione e quindi consumo di energia elettrica sostenibile “on demand”, dove solo quando la rete la chiede essa viene chiamata: per esempio di notte o quando non c’è vento il Biogas potrebbe dare quella quantità necessaria. In tale modo si potrebbe costruire una gestione dei picchi più logica e distribuita sul territorio».

I fattori ESG (Environmental, Social, Governance) sono diventati sempre più rilevanti negli ultimi anni, dopo che molti investitori hanno subito perdite sostanziali da disastri ambientali, controversie sociali o lacune nel buon governo delle aziende. Qual è il suo punto di vista?

«Credo che questo processo continuerà e mi auguro possa diffondersi anche nei paesi emergenti che stanno crescendo vertiginosamente nella creazione del PIL mondiale. In questo, le giovani generazioni, che giustamente dimostrano una grande sensibilità verso le questioni ambientali, rappresentano una spinta naturale verso il cambiamento. 

Al di là delle questioni etiche, credo però che sia imprescindibile un percorso di questo tipo proprio per questioni di equilibrio globale e sostenibilità complessiva del nostro pianeta. In questo le associazioni come Confindustria svolgono un ruolo molto importante dal punto di vista “culturale” ma non solo. La nostra è un’azione di informazione – formazione – fornitura di soluzioni servizi.

Infatti, a parte una intensa attività di informazione/formazione, abbiamo attivato diversi servizi per le aziende che vogliono dare una risposta concreta alla necessità di rispondere in modo consapevole ed adeguato ai fattori ESG. Proprio in questi giorni abbiamo attivato un servizio gratuito che offre alle aziende la possibilità di fare un check up sulla propria situazione di “rischio” complessiva. In questo modo si acquista prima di tutto consapevolezza e poi si possono mettere in atto le misure che ciascuno riterrà più opportune».

Lei è un imprenditore di successo, come ritiene debba essere una governance aziendale consapevole della sostenibilità? 

«La nostra economia provinciale è fatta in gran parte di PMI dove la famiglia gioca un ruolo di primo piano. Io stesso sono imprenditore di seconda generazione, avendo proseguito l’attività fondata dai miei genitori.  Negli anni si sono susseguite diverse normative, alcune delle quali, come la 231, hanno avuto un impatto di un certo tipo nel far prendere coscienza sulla necessità di impostare un certo tipo di governance, anche nelle aziende di minori dimensioni.

Al di là delle normative tuttavia, che certamente possono accelerare certi comportamenti, è il mercato, nel quale un ruolo crescente lo avranno i consumatori, che ci spingerà verso un modo di operare che, come dicevo prima, ingloberà inevitabilmente tutte le dimensioni della sostenibilità. Sostenibilità che tuttavia non può assolutamente prescindere dall’economicità di gestione».

L’Agenda 2030 con i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), esprime un chiaro giudizio sull’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale. In questo modo viene definitivamente superata l’idea che la sostenibilità sia unicamente una questione ambientale e si afferma una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo. Quali fra i 17 obiettivi dell’Agenda 2030 porrebbe ai primi posti? E quali in particolare considerando anche la realtà piacentina? 

«È difficile fare una classifica poiché ciascun obiettivo è strettamente legato a molti altri e soprattutto sono indirizzati, io credo, a realizzare i primi 2: sconfiggere la fame e la povertà. Per il mestiere che faccio metto ai primi posti il 4 (istruzione e formazione) e l’8 (lavoro dignitoso e crescita economica), per realizzare i quali credo che siano molto importanti anche il 9 (imprese, innovazione ed infrastrutture) e l’11 (città e comunità sostenibili) da realizzare secondo l’obiettivo 12 ( consumo e produzione responsabile) possibilmente con le modalità del 17 ( partnership per gli obiettivi). Insomma, fare una classifica è molto molto difficile ma se ciascuno di noi, a seconda del ruolo che ha, fa bene il suo pezzettino, credo che potremo centrare tutti i 17 “goal”».