new
BANKITALIA
Energia: finanziare la transizione conviene

Se il prezzo dell’energia resta uno dei principali svantaggi competitivi dell’industria europea e italiana, gli investimenti in generazione rinnovabile, accumuli e reti possono diventare investimenti produttivi a tutti gli effetti. E la valutazione della sostenibilità energetica può entrare progressivamente nella valutazione tradizionale del merito di credito

Non è più soltanto una questione ambientale. E neppure soltanto una voce di costo da sopportare in nome della decarbonizzazione. Per la Banca d’Italia la transizione energetica è ormai soprattutto una questione di competitività, sicurezza economica e capacità di investimento. E, di conseguenza, anche una questione di credito. È questo il messaggio che Paolo Angelini, direttore generale della Banca d’Italia, affida alla 58 ma Giornata del credito, mettendo in discussione una delle rappresentazioni più consolidate del dibattito: quella secondo cui la transizione sarebbe un processo necessariamente costoso, che imprese e famiglie devono finanziare perché imposto dalla politica ambientale.

La lettura proposta da Bankitalia è diversa. Se l’energia è un fattore determinante della capacità produttiva, ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e aumentare la disponibilità di elettricità prodotta a costi competitivi significa anche rendere l’economia più resistente agli shock e più prevedibile. La guerra in Ucraina e, più recentemente, la crisi nello stretto di Hormuz, hanno ricordato quanto un’economia fortemente dipendente dalle importazioni energetiche resti esposta a improvvisi aumenti dei prezzi, con effetti sull’inflazione, sul reddito reale delle famiglie e sui margini delle imprese.

Da qui la prima conclusione: finanziare la transizione non significa necessariamente finanziare un costo aggiuntivo dell’economia; può significare finanziare la riduzione di un costo futuro. È un passaggio importante perché sposta la discussione dal terreno della sostenibilità ambientale a quello del rendimento economico degli investimenti.

La trasformazione tecnologica, del resto, sta già modificando i conti. Angelini ricorda che tra il 2010 e il 2024 il costo di installazione del fotovoltaico è diminuito di circa l’87%, quello dell’eolico onshore del 55%, quello dell’eolico offshore galleggiante del 48% e quello delle batterie per impianti utility scale di oltre il 90%. Le rinnovabili, quindi, non sono più soltanto una tecnologia sostenuta da incentivi pubblici: la loro diffusione è sempre più legata alla riduzione dei costi e al progresso tecnologico.

È qui che entra in gioco il sistema finanziario. Se il prezzo dell’energia resta uno dei principali svantaggi competitivi dell’industria europea e italiana, gli investimenti in generazione rinnovabile, accumuli e reti possono diventare investimenti produttivi a tutti gli effetti. In un mercato elettrico nel quale il prezzo all’ingrosso viene determinato dall’impianto marginale più costoso, l’aumento dell’offerta rinnovabile può infatti ridurre il numero delle ore in cui sono gli impianti a gas, generalmente più costosi, a fissare il prezzo. Per un Paese come l’Italia, che presenta prezzi finali dell’elettricità elevati, questo è un elemento tutt’altro che secondario.

Il problema è che questo investimento non si finanzia da solo. Servono reti, accumuli, connessioni, impianti, efficienza energetica, infrastrutture e nuovi modelli contrattuali. E servono capitali pazienti, perché una parte consistente degli investimenti ha ritorni distribuiti su molti anni. È precisamente in questo spazio che Angelini individua il ruolo del sistema finanziario: non decidere quale debba essere la traiettoria della transizione, ma valutare i progetti, prezzarne correttamente i rischi e indirizzare il capitale verso quelli economicamente solidi.

È una posizione che contiene anche una presa di distanza dalla stagione in cui alla finanza sostenibile veniva attribuito un ruolo quasi dirigistico. Green bond e fondi Esg sono cresciuti rapidamente e l’Europa è stata protagonista di questo sviluppo, ma secondo Angelini è ormai «superata» l’idea che la finanza debba essere il principale strumento per imporre la transizione, mettendo la sostenibilità davanti ai tradizionali criteri finanziari. Gli investitori, osserva il direttore generale di Bankitalia, continueranno a essere guidati soprattutto dal rapporto fra rischio e rendimento.

Ed è proprio qui che la transizione può trovare un punto di forza: se un investimento verde è anche un buon investimento finanziario, non occorre forzare il mercato a finanziarlo. Occorre piuttosto creare le condizioni perché il suo rendimento e il suo profilo di rischio possano essere valutati correttamente.

Il ragionamento vale anche per il credito bancario. Bankitalia segnala che i prestiti destinati all’efficienza energetica e le nuove forme di finanziamento verde possono presentare un rischio di credito inferiore alla media. Un’impresa che consuma meno energia, o che produce una parte dell’elettricità che utilizza, è infatti meno vulnerabile a uno shock dei prezzi energetici. La sua capacità di rimborso può diventare più solida proprio perché la bolletta è meno esposta alla volatilità dei mercati internazionali. Lo stesso principio vale per le famiglie: una casa energeticamente più efficiente è meno vulnerabile ai rincari dell’energia.

Non è un dettaglio. Significa che la valutazione della sostenibilità energetica può entrare progressivamente nella valutazione tradizionale del merito di credito. E che il “verde” può trasformarsi da etichetta regolamentare a variabile economica capace di incidere sul rischio e, potenzialmente, sul costo del finanziamento.

In Italia c’è poi un patrimonio di investimenti ancora largamente inutilizzato. Secondo una stima Cerved richiamata da Angelini, il pieno utilizzo delle coperture degli edifici industriali esistenti per installare impianti fotovoltaici potrebbe arrivare a raddoppiare la capacità attualmente installata, con investimenti stimati fra 30 e 36 miliardi di euro. Ma il punto interessante è che non tutto questo capitale deve necessariamente essere messo subito dalle imprese. Modelli come il pay-as-you-save, gli energy performance contract e i power purchase agreement possono trasferire una parte dell’investimento iniziale a soggetti terzi, remunerati nel tempo attraverso i risparmi energetici o contratti di fornitura di lungo periodo.

Il credito, dunque, può diventare un acceleratore della competitività senza trasformarsi in un regista di politica industriale, mestiere che non gli compete.

Resta però il problema delle condizioni nelle quali il mercato deve operare. Ed è forse il passaggio più politico dell’intervento di Angelini. Investimenti con orizzonti di decenni non possono essere effettuati in presenza di regole che cambiano continuamente. Autorizzazioni lente, difficoltà nelle connessioni alla rete, incertezza normativa e opposizioni locali aumentano il rischio e quindi il costo del capitale. Per Bankitalia la certezza delle regole è dunque essa stessa una forma di sostegno all’investimento.

Anche gli incentivi pubblici, in questa prospettiva, devono cambiare natura. Possono essere necessari per superare specifici ostacoli o accompagnare fasi di investimento, ma non dovrebbero trasformarsi in sussidi generalizzati e permanenti. Al contrario, la Banca d’Italia invita a puntare su procedure competitive e segnali di prezzo corretti, evitando che la politica sostituisca sistematicamente il mercato nella scelta delle tecnologie.

È una linea che arriva fino alla bolletta elettrica. Angelini propone di valutare lo spostamento dalla bolletta alla fiscalità generale di alcune componenti che hanno natura redistributiva o di politica generale. Non perché i costi spariscano, ma perché una diversa modalità di finanziamento può ridurre il prezzo dell’elettricità pagato dagli utenti e quindi favorire l’elettrificazione, proteggendo nello stesso tempo le famiglie più vulnerabili. Il vincolo, naturalmente, resta quello della sostenibilità dei conti pubblici.

Il messaggio finale è quindi meno ideologico di quanto possa sembrare. La Banca d’Italia non chiede alla finanza di “salvare” la transizione: chiede che la finanza impari a riconoscere il valore economico della transizione. Se un’impresa riduce strutturalmente la propria esposizione al prezzo del gas, se una famiglia abbassa i consumi energetici, se un impianto rinnovabile produce elettricità a costi competitivi, cambia anche il profilo economico e finanziario dell’investimento.

La vera sfida, per l’Italia, è allora trasformare questa convenienza potenziale in investimenti effettivi. Nel 2025 la produzione elettrica da fonti rinnovabili rappresentava il 41% del totale italiano, contro il 49% della media europea, mentre le nuove installazioni restano inferiori a quelle necessarie per centrare gli obiettivi del Pniec, il Piano nazionale per l’energia e il clima.

Per questo il messaggio di Bankitalia non è semplicemente “finanziare il verde”. È più radicale: finanziare infrastrutture, tecnologia ed efficienza che rendano l’economia meno dipendente da energia costosa e da fornitori geopoliticamente vulnerabili. In questa lettura, la transizione energetica non è più soltanto una voce della politica climatica. Diventa una componente della politica industriale e della sicurezza economica. E il credito, più che guidarla, deve fare ciò che sa fare meglio: selezionare gli investimenti che hanno un futuro economico.

P.P.

Condividi questo articolo