Elezioni europee: quanto conteranno i partiti anti-europei

Leonardo Morlino
Leonardo Morlino

Le prossime elezioni europee saranno importanti e presenteranno qualche incertezza in più, anche rispetto a quelle del 2014. È tempo, quindi, di cominciare a discuterne, soprattutto ponendosi la domanda principale, ovvero: quanto saranno forti nel nuovo Parlamento i partiti antieuropei, che in quello in scadenza hanno circa il 20% dei seggi? 

Prima di cercare una risposta dobbiamo ricordare due aspetti importanti. Il primo. È ormai un luogo comune, ripetuto più volte dagli esperti, che l’Unione Europea si sviluppa, fa passi avanti, come conseguenza delle crisi. Per quanto paradossale possa sembrare, è stato così in passato, anche in quello più recente. La Grande Recessione, iniziata in Europa nel 2008, è sostanzialmente rimasta senza reazioni e provvedimenti nei due/tre anni successivi. Quando tra il 2011 e il 2013 giungono le decisioni principali, queste sono prese ed accettate da tutti i governi, e in particolare da quelli del Sud Europa, più in difficoltà degli altri. 

Date le possibili turbolenze dei mercati e la crescita del famoso spread, quei governi non avevano altre soluzioni, ma contemporaneamente avevano dovuto accettare numerosi vincoli economici e finanziari, molto più forti e condizionanti nell’area euro, ma non irrilevanti nel resto dei paesi membri. In breve, il risultato è stato una maggiore integrazione, pur con diversi problemi aperti, principalmente quelli di squilibrio economico tra un’area e un’altra. 

Secondo aspetto: l’Unione e le decisioni prese dalle sue istituzioni sono politicamente molto rilevanti. Sull’Unione non ci può essere più quell’unanimità propria del passato, quando l’Unione contava assai poco. Se conta, come conta, allora è inevitabile dividersi. Avere opinioni diverse.

Le conseguenze saranno le seguenti. Quasi per la prima volta ci sarà una campagna elettorale in cui si discuterà di temi europei e non di temi interni, come si è fatto in tutte le campagne elettorali europee precedenti, fino al 2009, con quella del 2014 che a questo punto possiamo considerare di transizione. Vi sarà una probabile crescita della partecipazione al voto, già anche questa segnalata dal fatto che la partecipazione al voto del 2014 si era attestata interno al 43%, non in declino rispetto al trend precedente. La partecipazione prevista potrebbe essere vicina a o superare di poco il 50%. La terza conseguenza sarà la crescita della presenza dei partiti euroscettici. Una recente stima dell’Istituto Cattaneo vede una differenziazione tra forze eurocritiche che salirebbero al 20% e forze euroscettiche al 23% circa. Dunque, più del 40% di forze politiche non europeiste. 

I problemi che si pongono sono due: che maggioranza si potrà formare nel nuovo parlamento e come funzionerà quella istituzione? Poiché la crescita dei partiti non europeisti significherà contemporaneamente un indebolimento dei popolari e dei socialisti, questi per avere una probabile maggioranza dovranno cercare almeno un altro gruppo a cui allearsi, probabilmente i liberali. Questo aspetto sarà già immediatamente rilevante – e lo vedremo in azione – con la decisione sui candidati alla presidenza della commissione, che caratterizzerà anche questa campagna elettorale. 

L’altro aspetto meno apparente, ma più importante, sarà un altro passo decisivo nell’avere un parlamento che invece di funzionare in modo consensuale, come è avvenuto nei decenni precedenti, sarà un parlamento con una vera opposizione, che si esprimerà anche nelle commissioni parlamentari, così importanti per capire il funzionamento di quell’istituzione. 

Nel quadro europeo e al di là delle stesse volontà dei protagonisti questo molto probabilmente significherà una maggiore centralità del Consiglio Europeo, cioè dei governi. Dunque, vi sarebbe una spinta per un rafforzamento dei meccanismi decisionali intergovernativi, con un conseguente indebolimento dell’integrazione. In breve, un passo indietro che segue a quelli in avanti effetto della crisi economica. Con un paradosso incistato: la crisi che doveva creare divisione ha in realtà spinto vero l’integrazione; le elezioni parlamentari, che sono l’occasione anche simbolica di integrazione (democratica), spingeranno in direzione opposta.