Mar 2019
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Parla il commissario straordinario

Ecco il piano per Carige. Aspettiamo le offerte vincolanti

intervista a Raffaele Lener di Paola Pilati

Un aumento di capitale di 630 milioni. Altri 600 dipendenti da prepensionare oltre i 450 già in programma. Cento sportelli da chiudere. Sono le tre pillole amare che possono riportare Carige in un porto sicuro. Così garantisce il Piano strategico dei tre commissari – Fabio Innocenzi, Raffaele Lener e Pietro Modiano – a cui la Bce ha affidato il timone della banca genovese. L’allarme sulla fuga dei clienti e dei depositi, che aveva fatto intervenire in tutta fretta la Vigilanza Bce alla fine dell’anno scorso, si può dire dunque rientrato? L’affidabilità della banca è garantita sul mercato? La compagine azionaria, che a dicembre ha provocato la crisi con il no all’aumento di capitale, ha ritrovato l’armonia per tornare a fare la sua parte? Soprattutto: ci sono dei seri pretendenti pronti a investire su Carige?

Di tutto questo parliamo con uno dei commissari, Raffaele Lener, docente di diritto societario, bancario e dei mercati finanziari.

Professor Lener, per Carige a dicembre era necessario un aumento di capitale di 400 milioni. Oggi lo stimate in 630 milioni. A che cosa servono i 230 in più? È così peggiorata la situazione economica?

«L’aumento non è dovuto al peggioramento dei conti, quanto alle scelte che abbiamo deciso di fare. L’unico vero aumento dei costi, rispetto ai 400 milioni necessari a dicembre, è di 45 milioni. Quelli che serviranno a pagare gli interessi, maggiorati dal 13 al 16 per cento, per il bond che il Fondo interbancario ha sottoscritto per sostenere la banca: sono circa 20/25 milioni in più per la maggiorazione del tasso e per l’ipotesi che il bond venga rimborsato 2-3 mesi dopo il previsto (ogni mese di ritardo nell’aumento di capitale ci costa 5 milioni in più). A questi si aggiungono le commissioni sulla garanzia statale. Poi ci sono le scelte del Piano: 120 milioni in più sono legati alla decisione di incrementare la quantità di Npl da vendere, che comporteranno ulteriori svalutazioni, ma garantiranno alla banca di scendere non al 13 per cento circa come previsto prima, ma al 6 per cento del rapporto tra crediti deteriorati e totale dei crediti erogati. Così, più pulita, la banca sarà più attraente. Gli ultimi 65 milioni serviranno a trasformare il modello di banca attraverso l’informatizzazione dei servizi».

Che senso ha investire in informatica, se deve entrare un compratore? Non sarà quest’ultimo a decidere cosa fare?

«È nostro dovere di commissari cercare di ridare un futuro alla banca e la digitalizzazione è un passaggio fondamentale a prescindere dalla business combination con un soggetto bancario o non bancario. Noi dobbiamo dimostrare che la banca sta in piedi anche nella soluzione dell’entrata di un socio finanziario forte che non porti a una integrazione industriale con un’altra rete bancaria».

In vista di un possibile acquirente non bancario, quindi: chi?

«Ovviamente un investitore istituzionale».

Ci sono precedenti di vendita di una banca a un fondo?

«Sì: il Gruppo Bancario Mediterraneo, di cui sono stato io il commissario. L’ha comprata il fondo Metric capital partners, non di diritto italiano, autorizzato dalla Bce».

L’idea di un fondo, per di più se fosse straniero, che compra Carige, potrebbe sollevare qualche reazione sovranista. Non finirà per spianare la strada all’intervento del Tesoro?

«No, escludo questo secondo fine. È sul mercato che si troverà la soluzione. Il nostro mandato non è il ricorso allo Stato, anche se c’è il precedente di Montepaschi. Ma le banche in difficoltà non possono diventare tutte pubbliche. Per Carige ci sono interlocutori seri. E su chiunque voglia comprare, la Bce farà la sua indagine approfondita».

Quante offerte avete avuto?

«Le offerte non vincolanti ci sono. Non possiamo darne pubblicità, non perché ce lo dice la Vigilanza, ma perché lo hanno chiesto le controparti. Dovranno diventare vincolanti nella prima metà di aprile».

Resta che 630 milioni sono tanti.

«Così chi entra sa quanto serve. Abbiamo voluto far vedere quanto può costare».

Avete detto che tenete informato di tutto Vittorio Malacalza, l’azionista più importante con il 27 per cento. Perché lui sì e gli altri azionisti no?

«Per diffondere le informazioni dobbiamo fare un “non disclosure agreement”. Sarebbe impossibile farlo con tutti i piccoli azionisti. Lo abbiamo fatto con chi lo ha chiesto»

Vi aspettate che i Malacalza, che si sono negati al passato progetto di aumento di capitale di 400 milioni, ora sottoscriveranno?

«Per quel che so, il socio di maggioranza relativa ha detto che si asteneva perché non conosceva il piano. Ora lo conosce, quindi può decidere se approvare con un congruo anticipo sulla data dell’assemblea, in modo da evitare che si crei di nuovo quella situazione di incertezza che la banca non può sopportare».

Una Carige rimpicciolita da tagli a sportelli e personale, e con meno crediti incagliati, tornerà al profitto, dice il vostro Piano. Abbastanza da convincere qualcuno a metterci 630 milioni. Quindi Malacalza perderà il controllo.

«Questo si vedrà in assemblea. Dove Malacalza Investimenti potrà anche scegliere di ricapitalizzare in proprio la banca. Come d’altronde tutti i soci attuali potrebbero esercitare il loro diritto d’opzione, e limitare il peso dell’eventuale nuovo socio finanziario».

La Bce potrebbe accettarlo?

«Ricordo che il commissariamento si è reso necessario anche per un problema di governance. Quindi la Bce farà le sue valutazioni analizzando la governance proposta in ottica di sana e prudente gestione. Non posso essere io a dire cosa possa fare la Bce».

Tutto si deve definire in tempi strettissimi.

«La Bce vuole vedere le offerte vincolanti ad aprile. Quello che ci auguriamo è che le offerte non vincolanti si trasformino realmente in vincolanti».

E se non si trasformano?

«Se a fine marzo-primi di aprile le offerte non arriveranno spetterà alla Vigilanza decidere il da farsi».

Si può anche arrivare alla risoluzione?

«Non è ipotesi sul tavolo al momento. Né conseguenza obbligata della mancanza di offerte. Le due banche venete, ad esempio, non sono state messe in risoluzione ma in liquidazione coatta. Sono questioni molto tecniche. Dipende anche dal ” peso sistemico” della banca».

Quando presenterete il bilancio di Carige?

«La legge italiana prevede che, durante una procedura di amministrazione come questa, l’ultimo bilancio non approvato, cioè il 2018, resta sospeso fino alla fine della procedura, che fa un unico bilancio. Se lo faremo al 30 giugno prossimo, sarà un bilancio di un anno e mezzo. Ma noi faremo un bilancio prima, anche se lo dobbiamo chiamare Relazione sulla situazione patrimoniale. Serve perché chi compra deve avere dei conti certificati. In tal senso abbiamo già illustrato i conti del 2018 su base volontaria».

Avete sul tavolo delle offerte per rilevare gli Npl di Carige. Che intendete fare?

«Le offerte sono tre. Una vincolante, ed è quella di Sga, una non vincolante che proviene da Italfondiario. Una terza che non sono autorizzato a rivelare».

Quando deciderete?

«Dopo l’assemblea, In modo che nessuno possa dire che la decisione sull’aumento di capitale si prende quando la banca è già stata svuotata degli Npl. Sono cessioni per 2,1 miliardi, un grosso valore».

Il vostro Piano prevede oltre mille persone in meno in organico. Come farete a ottenerle?

«Ci sono già 450 uscite concordate durante la gestione Fiorentino. Se ne aggiungono altre 600. Secondo i calcoli dell’ufficio personale ci dovremmo arrivare con scelte volontarie e approfittando di quota 100. Ma non imporremo niente, né licenzieremo».

Ci saranno azioni di responsabilità?

«Rientra espressamente fra i compiti a noi assegnati dalla Bce accertare eventuali responsabilità in termini di cattiva gestione della banca. Ci stiamo lavorando, presenteremo una relazione».

Quante gestioni mettete sotto esame?

«I termini della responsabilità civile sono quinquennali, dunque esamineremo gli ultimi cinque anni. Ma alcune azioni di responsabilità sono già state esercitate dalla banca prima del commissariamento. Quella contro Giovanni Berneschi pende di fronte al Tribunale di Roma. Quella contro Cesare Castelbarco e Piero Montani, collegata all’operazione Amissima, è stata persa dalla banca in primo grado, ma pende in appello».

Si è parlato dell’intenzione dei Malacalza di fare causa alla Bce per la decisione di commissariare. Le risulta qualche iniziativa in questo senso?

«Sinceramente non mi risulta. Anch’io avevo letto qualcosa sulla stampa. Si può anche pensare, ma lo vedo difficile. Si tratterebbe di adire il Tribunale UE di prima istanza. In verità si poteva anche pensare di ricorrere all’Administrative Board of review della stessa Bce, ma non mi risulta sia stato fatto».

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