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RISPOSTE ALLA CRISI/I PROBLEMI STRUTTURALI

È ora di sbloccare la crescita

Giorgio Di Giorgio

Una lunga e dolorosa lista di problemi strutturali viene da almeno venti anni stilata da diversi economisti ed osservatori delle (scarse) performances dell’economia italiana*. Una economia che da quasi tre decadi cresce meno della media degli altri paesi dell’Eurozona e che nell’ultimo ventennio ha visto una riduzione del prodotto interno lordo pro capite, un indicatore rozzo e limitato, ma comunque efficace, del benessere di una collettività. 

Oggi, l’attenzione è giustamente concentrata su come affrontare il violento doppio shock comune, di offerta e domanda, innescato dall’emergenza pandemica del Covid. La sospensione del Patto di Stabilità e Crescita nell’Eurozona ha concesso spazi di azione a interventi di politica fiscale interna.

Questi si sono concretizzati soprattutto in vari sostegni a favore di famiglie e imprese e si accompagnano ad un insieme di misure, in parte ancora in elaborazione, che attiveranno risorse europee a beneficio dei singoli Stati membri, quali il fondo SURE e il Fondo per la Ripresa appena annunciato dalla Commissione. E, soprattutto, ai ponderosi interventi a sostegno dei mercati finanziari e dei sistemi bancari deliberati dalla Banca Centrale Europea con l’obiettivo di assicurare liquidità e finanziamenti a tutto il sistema economico. 

Va tuttavia sottolineato che, una volta superate le conseguenze della crisi economica innescata dalla diffusione del coronavirus, le prospettive di crescita del nostro paese rimarranno largamente insoddisfacenti se non verrà colta l’opportunità (l’ultima?) di affrontare e superare i principali problemi strutturali che abbiamo ereditato dal passato.

E che vengo ora a ricordare, ancora una volta.

Il più rilevante riguarda una generale ridotta produttività del paese, che ha perso terreno nei confronti non solo della Germania, ma di quasi tutti gli altri partners in Europa. Una scarsa produttività, tuttavia, ha ragioni e determinanti che vanno individuate in molteplici fattori. Tra questi:

  1. una burocrazia invasiva, costosa ed inefficiente, che spesso ostacola invece di aiutare l’attività economica; 
  2. un ritardo infrastrutturale pesante, sia in termini di infrastrutture materiali che immateriali, dovuto alla compressione degli investimenti pubblici e alla scarsa capacità di fornire incentivi adeguati ad investimenti privati in questo campo, in cui i ritorni sono incerti e a lunghissimo termine; 
  3. un apparato produttivo costituito da imprese di piccola dimensione. In tutte le economie sviluppate le PMI sono l’ossatura dell’attività produttiva, ma da noi prevalgono le microimprese (con un numero di addetti inferiore a 9). Queste non riescono a creare un terreno propizio all’attività di ricerca e sviluppo, all’innovazione e la sua rapida diffusione. Dobbiamo aiutarle a crescere e raggiungere quella dimensione “media” che gli consenta il giusto equilibrio tra flessibilità, capacità di adattamento al cambiamento e solidità e prontezza per risultare aggressive anche all’estero, capaci di penetrare nuovi mercati oltre che mantenere una posizione di successo nel paese. Centinaia di aziende italiane di dimensione “media” sono già molto competitive sui mercati internazionali, esportano un modello di successo, lo fanno meglio di imprese francesi e tedesche. Dobbiamo riuscire a incentivare la crescita dimensionale di quelle minori e un loro adeguato sviluppo in termini di qualità della governance e del management.
  4. un sistema di regole caratterizzato da una moltitudine di leggi, spesso conflittuali tra loro e “stratificate”, a cui si accompagna una scarsissima capacità di “enforcement”, relativamente a indurne il rispetto. Dobbiamo semplificare radicalmente e allo stesso tempo assumerci la responsabilità che comportamenti errati e in malafede siano rapidamente individuati e sanzionati. Il che richiede: 
  5. una giustizia civile molto più rapida, in grado di utilizzare meglio l’innovazione tecnologica e le risorse digitali oggi disponibili. Ma anche: 
  6. la diffusione di una cultura largamente mancante nel settore pubblico e nella politica economica di valutazione preventiva di ogni intervento, monitoraggio in itinere del suo svolgimento, rendicontazione trasparente a consuntivo degli effetti indotti e confronto esplicito con gli obiettivi annunciati. 

Il paese è anche caratterizzato da importanti fragilità, sia fiscali che finanziarie. 

Siamo il terzo paese al mondo per incidenza del debito pubblico sul prodotto interno lordo. A fine 2019 il rapporto debito PIL era pari a circa il 135%, ma a fine anno, per il combinato della grave recessione in fieri e delle misure adottate dal Governo per limitarne i danni, questo si collocherà ben oltre il 150%, una soglia davvero preoccupante per la sostenibilità a lungo termine della finanza pubblica. 

Un debito elevato ereditato dagli anni ’70 e ’80, che permane nonostante i flussi annuali di finanza pubblica, misurati dall’indebitamento della pubblica amministrazione in rapporto al PIL, siano rimasti sostanzialmente sotto controllo negli ultimi venti anni (praticamente sempre entro il famoso limite del 3%). Un rapporto debito PIL così alto espone il paese al rischio di attacchi speculativi –  oggi frenati dal sostegno degli acquisiti della BCE –  e di una pericolosa spirale che l’aumento dei tassi di interesse potrebbe innescare determinando una crisi di fiducia in futuro. 

Il problema necessita di essere, non subito ma presto, risolto. Con una combinazione di crescita, moderata inflazione e conseguimento di prolungati avanzi primari. Questi ultimi richiedono una revisione della spesa pubblica, orientandola maggiormente alla crescita, e la capacità di riformare un fisco iniquo e inefficace, che mantiene tasse troppo pesanti sulle famiglie e le imprese (incluse quelle bancarie e finanziarie) che le pagano, ma consente una elusione ed una evasione fiscale tra le più elevate del pianeta.  

Il sistema fiscale va semplificato e riequilibrato favorendo il giusto mix tra imposte dirette, indirette e sul patrimonio, considerando esplicitamente il ruolo “incentivante” o “disincentivante” che ogni sistema di aliquote induce in un sistema economico. Come ha messo in luce l’ultimo numero della rivista Economia Italiana**, dedicato alla riforma fiscale, un sistema di tassazione equo ed efficiente, che sia anche efficace nel contrasto all’evasione, rappresenta un obiettivo fondamentale per la crescita equilibrata del Paese.

La seconda fragilità riguarda un sistema bancario poco profittevole e molto esposto alle conseguenze di un eventuale default dello Stato. La scarsa redditività dipende prevalentemente dalla ancora diffusa adozione di un modello bancario tradizionale di banca commerciale. Questo soffre i ridotti margini di interesse indotti dalla lunga congiuntura di tassi a zero o negativi, che non sono adeguatamente compensati all’interno del margine di intermediazione da una redditività più elevata nei servizi, in particolare nell’asset management, nell’investment banking, nella corporate finance. E il peso dei crediti in sofferenza, favoriti dall’andamento negativo o asfittico dell’economia italiana e su cui oggi con la pandemia si accende un nuovo alert.

Con poche eccezioni, abbiamo ancora, nonostante rilevanti mutamenti strutturali negli ultimi 20 anni, banche di dimensione insufficiente per sfruttare le economie di scala e di scopo richieste da un contesto competitivo globale più sfidante. Un ulteriore consolidamento appare inevitabile a livello nazionale ma anche cross border, non richiede tuttavia di sacrificare l’esistenza di alcune piccole banche locali ben radicate nel territorio.

Il paese sconta ritardi ed inefficienze nel funzionamento dei mercati del lavoro e dei beni. 

La protezione del lavoro non coincide perfettamente con la protezione del singolo posto di lavoro, che può divenire impossibile in uno scenario internazionale altamente competitivo, in cui mutamenti settoriali e dimensionali divengono necessari per le imprese.

Il lavoratore deve essere protetto, salvaguardato da un punto di vista economico e aiutato a riqualificarsi e trovare un nuovo impiego, adottando politiche attive del lavoro che da noi non sono mai veramente decollate. E che andrebbero rivolte anche in modo mirato per aumentare il tasso di occupazione al Sud, tra le donne (in Italia lavora una donna su due e al Sud una su tre, nonostante un tasso di scolarizzazione molto più alto di quello degli uomini***) e tra i giovani. I nostri indicatori sono impietosi su queste tre dimensioni a livello europeo. 

Per aiutare i giovani, andrebbe riorientata anche una spesa sociale tropo sbilanciata sul fronte pensionistico e limitata nel fornire servizi necessari quali l’assistenza ai bambini e agli anziani. 

Altro tema a cui dedicare attenzione è quello di una maggiore diffusione e uso delle conoscenze informatiche. L’indice della digitalizzazione europea (DESI) ci colloca ancora agli ultimissimi posti in Europa, anche se in recupero; recupero a cui certamente ha contribuito e potrà contribuire oggi l’esperienza del lavoro agile e delle altre forme di attività via web. 

Nella produzione e nella distribuzione di molti servizi, il settore “terziario”, quello dimensionalmente più importante di ogni economia sviluppata, permane un’impostazione eccessivamente regolatoria e protettiva, che ha generato diffuse inefficienze non sanate da una onesta dinamica competitiva. In particolare nel settore dei servizi pubblici locali si annidano clientele, corruzione e pratiche di cattiva gestione manageriale che producono esternalità negative giornaliere in molte città e regioni italiane. 

La rilessione sul numero adeguato di livelli di rappresentanza democratica e di coordinamento politico tra istituzioni e amministrazioni centrali e locali è stata interrotta senza che abbia prodotto grandi novità, risparmi di costi e recupero di efficienza. Non possiamo permetterci una disarticolazione decisionale costosa dal punto di vista delle risorse che assorbe e della burocrazia che produce. 

L’elenco dei nostri problemi strutturali potrebbe ulteriormente essere arricchito. Non ho la pretesa di averli individuati o ricordati tutti. Ma sembra decisamente sufficiente per stimolare un dibattito serio tra società civile e forze politiche finalizzato a delineare la nuova Italia da costruire dopo la crisi, per riprendere un sentiero di sviluppo e crescita abbandonato da troppo tempo.

* Si veda ad esempio Di Giorgio G. e P. Parascandolo (2010): “In Search for Growth and Productivity: Analysis and Policy Suggestions for the Italian Economy”, in Rivista Bancaria – Minerva Bancaria, n.5-6, 2010. 

** Cfr. Economia Italiana, n. 1/2020, Problemi e prospettive del sistema fiscale in Italia, dalla teoria alla policy, editors Emma Galli e Paola Profeta. 

*** Cfr. Economia Italiana, n. 3/2019. Gender gaps in Italy and the role of public policy, editor Paola Profeta.