Assicurazioni

È la tecnologia che taglia i prezzi

intervista con Dario Focarelli, direttore generale Ania

Paola Pilati

Gli italiani, visti dalle assicurazioni, sono diventati più prudenti alla guida, attirati dagli strumenti che consentono di ridurre il costo della polizza, e finalmente disposti a coprire dal rischio danni anche la propria casa. Le compagnie hanno abbassato i prezzi, ma si difendono offrendo nuovi servizi come le instant insurance, hanno nelle banche nuovi canali di vendita molto efficaci, affinano le loro armi usando il big data. 

Nella relazione, tutt’altro che tenera, tra assicuratori e assicurati, molto sta cambiando. E il motore di tutto questo è innanzitutto la tecnologia. Che ha introdotto, in un mondo una volta rocciosamente ostile al nuovo, la morsa della concorrenza. Ma si può arrivare a dire che questi giganti finanziari non vengano più considerati come fastidiosi esattori, e che i clienti abbiano cominciato a vederli non come menagrami ma come angeli custodi? Di tutte queste cose abbiamo parlato con il direttore generale dell’Ania, Dario Focarelli, nell’intervista che segue.

Dottor Focarelli, i comparatori online sui prezzi delle polizze hanno funzionato meglio dell’antitrust nella discesa dei prezzi?

«L’Antitrust ha avuto il suo peso: quindici anni fa, quando sono entrato in Ania, eravamo spesso nel suo mirino. Oggi i suoi interventi sono ridotti al minimo. Segno che i cambiamenti li abbiamo fatti. Allora l’Rc auto aveva un costo molto più alto rispetto al resto d’Europa. Oggi il distacco tra il premio medio italiano e quello europeo si è ridotto, passando dai 213 euro della media 2008-2012 ai 72 euro del 2018».

E la differenza che ancora resta?

«È un tema delicato: dipende dal costo degli incidenti che, nel nostro Paese, è molto più elevato. Mi riferisco, in particolare, al valore che si dà alla vita umana nell’infortunio. Stabilirlo a cento, o a mille, avrà un corrispettivo nel prezzo della polizza. Se in Italia tale valore è più alto, quel pezzetto di maggiore protezione che si vuole dare, si paga. Per quelle povere ragazze italiane morte in Spagna nel 2016 durante l’Erasmus, le assicurazioni spagnole, applicando la loro legge, hanno pagato pochissimo rispetto ai nostri standard. E un indennizzo per un infortunio sul lavoro viene risarcito dall’Inail molto meno rispetto a quanto previsto dalle assicurazioni. Ma non siamo noi a deciderlo, noi seguiamo i valori stabiliti dai tribunali, mentre attendiamo da anni la pubblicazione delle tabelle previste dalla legge».

Torniamo ai comparatori: i sistemi online che confrontano i prezzi delle polizze – come Facile o Segugio – quanto hanno aumentato la pressione competitiva sulle assicurazioni tradizionali?

«I prezzi sono scesi molto negli ultimi anni. In questa partita hanno avuto un ruolo innanzitutto le assicurazioni online. Ma direi ancora di più l’utilizzo della tecnologia, come la scatola nera, che ha contribuito anche a ridurre le frodi. Ulteriore elemento di riduzione dei prezzi è stata l’introduzione (nel 2012) della norma che impone accertamenti strumentali per ottenere il risarcimento in caso di danni lievi alle persone (come, ad esempio, il cosiddetto colpo di frusta). Poi c’è anche il fatto che gli italiani, durante la fase acuta della crisi, hanno guidato di meno e con più attenzione. Con la riduzione degli incidenti è sceso anche il prezzo. Purtroppo, ora sta aumentando il fenomeno della distrazione alla guida a causa dei cellulari. Quindi la riduzione tendenziale del numero dei morti sulle strade si è fermata». 

Ma l’industria vede i comparatori più come un’opportunità o una spina nel fianco?

«Nella distribuzione online ha giocato un ruolo importante la comparazione, che ha aumentato nei clienti la consapevolezza dei prezzi. Infatti, dal 2010 al 2018, la quota di mercato delle assicurazioni “dirette” è passata dal 6 al 9 per cento. È un aumento forte. Ed è una leva anche nei confronti degli agenti assicurativi».

Sono loro che devono assorbire il prezzo della competizione?

«Online vengono pubblicate le tariffe mentre con gli agenti è possibile dialogare e ottenere un prezzo più basso. Agli agenti viene dato ogni anno un “monte sconti” che ha effetto sul conto economico della società, non su di loro. È qui che si scarica la pressione competitiva. Non bisogna scordare, comunque, che i comparatori sono tecnicamente dei broker».

In che senso? 

«Presentano – legittimamente – la comparazione solo per un gruppo di imprese. E prendono una commissione a seconda della polizza che vendono. Ma non si sa se il comparatore guadagna di più vendendo la polizza della compagnia A o quella della compagnia B. Al consumatore può servire per fare pressione sul proprio agente per ottenere uno sconto. Ma diciamo anche che è un meccanismo di confronto fatto da un soggetto economico che ha un suo interesse».

Ma chi potrebbe farlo senza avere un interesse?

«Il preventivatore unico».

Che cosa è?

«Un sistema sofisticato a cui sta lavorando l’Ivass, che permetterà di mettere a confronto tutti gli operatori del mercato, da parte di un soggetto che non ha un interesse nel mercato».

Il mondo assicurativo gradisce?

«I preventivatori riducono i prezzi e impongono più concorrenza. Difficile sollevino entusiasmo tra gli operatori. Ma la trasparenza sui prezzi (che aiuta anche ad eliminare i pregiudizi) compensa qualche guadagno in meno».

Magicamente a Napoli assicurarsi costerà di meno?

«Napoli e Caserta sono le città con più scatole nere, perché le persone oneste le installano e non sono più assimilate a chi se ne approfitta. E questo è anche merito dei preventivatori, che hanno aiutato il mercato a essere più trasparente. Poi in alcune città si continuerà a pagare di più rispetto ad altre per le condizioni delle infrastrutture, delle strade e del traffico. Ma è importante sottolineare che le differenze di prezzo a livello territoriale si registrano in tutti i Paesi e che il gap tra le province italiane dove la rc auto è più costosa e quelle dove si spende meno, negli ultimi anni, si è ridotto sensibilmente. Alla fine il risultato della nuova tecnologia è positivo per tutti».

Il ruolo della scatola nera sta diventando più sofisticato?

«Con la scatola nera si ottengono tantissime informazioni: se chi guida frena troppo, o accelera troppo, se esce solo la sera, con più rischi, o la domenica, quando c’è meno traffico, e via dicendo. Rispetto a queste informazioni, le compagnie seguono due approcci. Ci sono quelle che modulano tariffe e sconti su questi comportamenti, e altri che usano, per esempio, il cap postale, o l’età di chi guida l’auto. Nel complesso c’è una crescita dell’uso del Big Data nelle assicurazioni, che possono avere più finalità».

Quali?

«Possono essere usati per offrire nuovi servizi. Per esempio pagare il bollo, o l’autostrada. O darti consigli d’acquisto. L’idea è di fare offerte sempre più “su misura” per gli assicurati. Per esempio, grazie alla geolocalizzazione, è possibile che un assicurato che sta andando in montagna riceva sul cellulare proposte legate allo skypass. Insomma il sogno è di diventare un po’ come i grandi player del marketing digitale».

Qual è lo stato dell’arte, su questo terreno: è già tutto operativo?

«Gli investimenti in “insuretech” sono molto cresciuti: nel primo trimestre del 2019 hanno raggiunto, nel mondo, un miliardo e mezzo di dollari. Siamo alla produzione, tutto è nella fase che sta per esplodere. Gli scenari che si aprono per le assicurazioni, con l’uso dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi, sono immensi: si possono offrire nuovi servizi nel settore della salute, della casa, e nell’instant insurance».

Che cosa è? 

«La copertura per specifiche attività, limitate nel tempo. Ad esempio, quella che ti viene proposta sul telefonino prima di andare al calcetto: il costo di un caffè e sei assicurato per la durata della partita. O se parti per un viaggio e acquisti una polizza, poniamo, sulla puntualità del volo. In caso di ritardo, hai diritto a un indennizzo che viene accreditato subito sul tuo conto. Addio alle attese, alle raccomandate alla compagnia, e via dicendo».

L’insuretech costa molto: le compagnie italiane marciano unite oppure ognuna per conto suo? 

«Ognuno a casa sua creando innovation hub e testando soluzioni. Tutte le grandi imprese hanno team dedicati. C’è chi ragiona sulla mobilità, e chi sulle catastrofi naturali con le polizze parametriche».

Anche qui deve spiegare di che cosa si tratta.

«Sono soluzioni innovative grazie alle quali l’esistenza dell’evento dannoso viene accertata da sistemi intelligenti. In caso di pioggia, non è necessario verificare se c’è stato il danno: se piove più di una certa quantità di acqua, si avvia la procedura di risarcimento. Lo stesso sistema può essere ancor più perfezionato per i terremoti: il diritto all’indennizzo scatta se il sensore installato in casa registra una scossa che supera un certo parametro. Siamo ancora ai prototipi, ma si va in quella direzione».

Gli italiani si assicurano di più contro le catastrofi?

«Dieci anni fa le case assicurate erano pochissime, una percentuale prossima allo zero per cento. Ora siamo al 3,5 per cento. Ma su questo fronte sarebbe meglio avviare una partnership pubblico-privato di gestione degli eventi catastrofici: tutti i paesi del mondo, con sistemi diversi, impongono o incentivano o consigliano, la polizza. E utilizzano i sistemi assicurativi per la valutazione del danno. Da noi no. Il progetto è partito tante volte, sotto il governo Berlusconi, poi con il governo Renzi. Si è sempre arenato. Paura che fosse vissuto come una nuova tassa. Un tabù della politica». 

Il sistema assicurativo ha vissuto una stagione di forte regolamentazione. Prima le nuove regole di Solvency II, adesso i nuovi criteri contabili. Impongono nuovi costi: si scaricheranno sui prezzi?

«Tutti i costi di gestione sono il 4 per cento dei premi nei rami vita e il 9 per cento nel complesso del business. Rispetto all’esposizione, cioè tutte le potenziali perdite in caso di sinistri, è niente. Io penso che sia più dannoso quando la regolamentazione forza la natura del business. Intendo dire, per esempio, che al business delle polizze a lungo termine sarebbe stata più utile una maggiore quota di investimenti in azioni. Ma la nuova regolamentazione impone la valutazione del rischio a un anno. E la volatilità delle azioni a un anno è molto alta. Una volta ogni 200 anni si ha il 39 per cento di perdita sulle imprese quotate, e questo rischio deve essere coperto con il capitale. Invece la possibilità di perdita a dieci anni è pressoché pari a zero. Con la previsione di un business a dieci anni, le assicurazioni sarebbero naturali candidate a comprare azioni. Invece la regolamentazione ci impone una camicia di forza».

Questo non vi impedisce di fare buoni utili.

«Abbiamo già i dati di gran parte del 2019. Registriamo una forte crescita del ramo danni, spinto dalle vendite nel canale bancario: è una crescita a due cifre, mai registrata in passato. Una crescita del ramo vita. L’auto è stabile. Sul fronte delle polizze che proteggono dai danni non auto, il paese è però ancora molto sottoassicurato, e c’è spazio per crescere. La novità di quest’anno è che il calo dello spread, e il ribasso dei tassi interesse, hanno un influsso molto positivo sugli andamenti finanziari. Ma ti costringono anche a ragionare sul futuro: la previsione è che avremo tassi negativi per i prossimi vent’anni. Se devi dare, con certezza, cento euro tra vent’anni, devi chiederne oggi 105, 107. Questo richiede alle imprese una riflessione e la progettazione di nuovi prodotti per i clienti. E comunque non è certo che i tassi rimangano negativi per così tanti anni».