In Italia non esiste un meccanismo automatico che indicizzi all'inflazione scaglioni, detrazioni e deduzioni fiscali: la restituzione del maggior gettito avviene solo a discrezione della politica. Un'analisi rivela chi ha recuperato il drenaggio fiscale generato dall'inflazione nel periodo 2021-2026 e chi - come i pensionati - non ha invece beneficiato di alcuna compensazione
Il drenaggio fiscale è un fenomeno che si verifica nei sistemi tributari progressivi non indicizzati all’inflazione. Quando i redditi nominali aumentano per compensare l’inflazione, senza che ciò corrisponda a un reale incremento del potere d’acquisto, alcuni contribuenti possono essere spinti verso scaglioni di imposta più elevati. Questo produce un aumento dell’aliquota media effettiva che non riflette una maggiore capacità contributiva reale, ma è semplicemente un effetto nominale dell’inflazione.
In Italia, come in molti altri paesi, non esiste un meccanismo automatico che indicizzi all’inflazione scaglioni, detrazioni e deduzioni fiscali: la restituzione dell’eventuale maggior gettito improprio resta quindi discrezionale, e può avvenire in vari modi, anche tramite strumenti di welfare esterni al sistema fiscale. Il tema è tornato di attualità con l’inflazione elevata registrata nel biennio 2022-2023 e con le successive spinte inflazionistiche.
Il fenomeno è stato stimato per il periodo 2021-2026 utilizzando il modello di micro-simulazione FaMiMod dell’Istat, tenendo conto delle numerose modifiche normative intervenute in questi anni: riforme IRPEF, trattamento integrativo, detrazione da lavoro dipendente, bonus fiscale fino a 20mila euro, ulteriore detrazione 20-40mila euro, passaggio dalle detrazioni per figli a carico all’Assegno Unico e Universale, quoziente familiare sopra i 75mila euro, tetto a 30 anni per le detrazioni figli, sterilizzazione del guadagno della riforma 2026 per redditi sopra 50mila euro.
L’analisi confronta tre scenari di stima dell’imposta dovuta, applicati ai redditi 2026: Y26_N21: imposta 2026 con normativa 2021 (nessuna modifica normativa); Y26_N21ind: imposta 2026 con normativa 2021 indicizzata all’inflazione cumulata (IPCA, +20% nel periodo 2021-2026); Y26_N26: imposta effettivamente dovuta nel 2026 con la normativa vigente, al netto dell’Assegno Unico e Universale (l’AUU ha sostituito le detrazioni fiscali per i figli a carico fino ai 21 anni e pertanto è stato incluso nel calcolo per garantire la comparabilità con gli scenari precedenti).
Da questi scenari si ricavano tre misure: il drenaggio potenziale (Y26_N21 − Y26_N21ind), ovvero l’aumento di imposta dovuto solo all’inflazione, in assenza di riforme; il drenaggio compensato (Y26_N21 − Y26_N26), che stima l’effetto delle sole modifiche normative; e il drenaggio effettivo, pari alla differenza tra i primi due, che permette di valutare se le riforme abbiano compensato, in tutto o in parte, il drenaggio potenziale.
Il drenaggio fiscale potenziale generato dall’inflazione nel periodo 2021-2026 ammonta in media a circa 910 euro per contribuente (3,2% del reddito imponibile). Le riforme fiscali intervenute nello stesso periodo hanno prodotto un vantaggio nominale medio di 950 euro, compensando quindi completamente il drenaggio potenziale. Ne risulta un saldo positivo pari in media a 40 euro (+0,1% del reddito imponibile), a fronte di riduzioni d’imposta nominali introdotte dalle riforme di entità ben superiore.
Il drenaggio potenziale è marcatamente regressivo: più elevato per i redditi medio-bassi (-3,8% per la classe 0-20mila euro; -3,9% per 20-40mila euro) e più contenuto per i redditi alti (-1,5% sopra 60mila euro). Le riforme hanno agito in senso opposto, compensando maggiormente le fasce basse (+5,5% per la classe sotto i 20mila euro). Il risultato netto è quindi redistributivo: un saldo positivo per i redditi più bassi (+1,7%), sostanziale neutralità per i redditi intermedi (circa +0,1%), un lieve svantaggio per i redditi più alti (-0,6%).
I lavoratori dipendenti sperimentano il drenaggio potenziale più elevato (-3,7%) ma beneficiano anche della compensazione più generosa (+4,4%), con un saldo netto positivo (+0,7%). Anche i lavoratori autonomi in regime ordinario (incluso il regime forfettario, la cui soglia di accesso è salita da 65mila a 85mila euro dal 2023) registrano un beneficio netto positivo, seppure minore (+0,4%). I pensionati sono, invece, la categoria più penalizzata: il drenaggio potenziale (-1,9%) non è stato compensato dalle riforme, risultando in un saldo netto negativo (-1,0%). Questo riflette il limitato adeguamento delle pensioni all’inflazione, scelta politica ormai consolidata che riguarda una quota consistente di pensionati.
I risultati non sono direttamente confrontabili con quelli ottenuti in altri lavori, a causa delle differenze metodologiche e dei diversi periodi temporali considerati (Ufficio Parlamentare di Bilancio, 2024; Nannicini T., 2025; Curci N. e Tomasi A., 2026). Il lavoro più comparabile, quello di García-Miralles et al. (2025) sull’Italia nel periodo 2019-2023, conferma risultati analoghi: il fiscal drag risulta più che compensato per lavoro dipendente e autonomo, mentre la compensazione non è completa per i redditi da pensione.
Un passaggio metodologico rilevante riguarda l’Assegno Unico e Universale, trasferimento sociale non collegato al sistema fiscale il cui inserimento nell’analisi risulta necessario per evitare distorsioni nel confronto tra scenari, dato che dal 2021 l’AUU ha progressivamente sostituito le detrazioni fiscali per i figli a carico (circa 10 miliardi di euro nel 2021). Senza includere l’AUU, la compensazione del drenaggio si fermerebbe al 78%, ma questo risultato sarebbe fuorviante, poiché attribuirebbe impropriamente al drenaggio una differenza dovuta solo all’assenza delle detrazioni per figli nello scenario che applica la normativa del 2026.
Un’alternativa per non includere l’AUU nell’analisi sarebbe stata escludere le detrazioni per i figli da tutti gli scenari e anche procedendo in questo senso, si sarebbe concluso che le riforme avrebbero compensato il drenaggio fiscale. Tuttavia l’analisi sarebbe stata incompleta anche alla luce del fatto che, a differenza delle detrazioni, gli importi e le soglie dell’AUU sono parametrizzati al costo della vita, sottraendo il beneficio in favore delle famiglie con figli al meccanismo dell’erosione fiscale.
Le riforme fiscali degli ultimi anni, pur dichiarando come obiettivo la riduzione della pressione fiscale, hanno in sostanza restituito ai contribuenti l’extragettito generato dall’inflazione. Tale restituzione, tuttavia, è avvenuta in modo differenziato e quindi redistributivo, favorendo alcune categorie (redditi bassi, lavoro dipendente) a scapito di altre (pensionati, redditi alti). L’assenza in Italia di un meccanismo strutturale di indicizzazione delle regole tributarie all’inflazione — l’unico strumento in grado di proteggere sistematicamente i contribuenti dagli effetti distorsivi del drenaggio fiscale — lascia la restituzione del gettito improprio affidata alla discrezionalità politica, introducendo un elemento di opacità nel sistema.
*La versione integrale dell’articolo è pubblicata sul numero 1/2026 di “Economia Italiana”