Nov 2018
30
Commissione Ue/ Una strategia per l'Italia

Doppia infrazione. Come uscirne?

Paola Pilati

Riduzione del disavanzo ma anche intervento sul debito, per il suo livello eccessivo. È questo che ha chiesto la Commissione Ue all’Italia, quando il 21 novembre ha raccomandato l’apertura di una procedura nei confronti del nostro paese. Non una infrazione ma due. Un caso finora unico. Il che rende la posizione del nostro paese particolarmente critica. Perché non basterebbe la correzione della manovra proposta dal governo giallo-verde per il 2019. Bisognerebbe incidere molto più in profondità sul fardello di debito che ci portiamo sulle spalle.

Lo spiegano, nel policy brief della School of european polical economy appena pubblicato, Carlo Bastasin e Marcello Messori, chiedendosi nel titolo “E se Junker fosse il miglior alleato dall’Italia?”. L’analisi alza il velo sull’ambiguità che si è generata sulla mossa della Commissione, che ha fatto pensare che il ritocco di pochi decimali di punto del deficit previsto per il 2019, il famoso 2,4 per cento, potrebbe tagliare le unghie ai cani da guardia di Bruxelles, e indurli a frenare il loro attacco all’Italia. Con ciò dando ai mercati un segnale di fine del conflitto.

Tutt’altro. Per la Commissione, l’Italia è prima di tutto venuta meno al rispetto delle regole comuni che prevedevano per il 2019 una correzione dello 0,6 per cento del disavanzo strutturale contenuto nel bilancio pubblico 2017. Invece di diminuirlo, la bozza della legge di bilancio lo incrementa dello 0,8: “Tale divergenza implica che il governo italiano non si limita a disattendere la regola, inserita in Costituzione e relativa all’equilibrio strutturale di bilancio (ossia un deficitcompreso fra lo 0 e il -0,5% del PIL), ma si allontana dal sentiero di convergenza verso questo equilibrio ossia si allontana dal proprio obiettivo di medio termine (MTO). Ciò giustifica l’affermazione della Commissione, secondo cui il nostro paese ha esplicitamente leso le regole comuni rompendo così – un patto mai prima infranto nella storia ventennale dell’euro-area”, scrivono Bastasin e Messori.

Ma non basta. Un aumento del disavanzo strutturale si potrebbe giustificare solo con una congiuntura particolarmente sfavorevole, osserva la Commissione, e con una contrazione della crescita del Pil. Non è il caso dell’Italia, visto che sia nel 2016 che nel 2017 la crescita c’è stata, e visto che il governo prevede un tasso reale di crescita di 1,2 nel 2018, e dello 0,9 per il 2019 (in assenza della manovra governativa). Quanto al 2019, il governo prevede un aumento della spesa pubblica corrente che dovrebbe far crescere il Pil dallo 0,9 all’1,5, ritenuto irrealistico. Infine, il governo dichiara di volere fare dei passi indietro rispetto alle precedenti riforme, e quindi non si può mettere a invocare nuova “flessibilità” di bilancio.

Dunque la procedura invocata dalla Commissione, chiamata “procedura per disavanzi eccessivi basata sul debito”, muove dal rischio che il criterio del debito stabilito dal trattato del Fiscal Compact e dal regolamento del Six pack non venga rispettato. Un’infrazione che mette in pericolo l’Italia, ma si riverbera sull’intera area euro perché si allontana volontariamente dal corpus di regole condivise dell’unione monetaria, e disconosce l’autorità che le tutelano.

Con quale tempistica andranno avanti le cose? La Commissione deve attendere il parere dell’Econfin sulla sua iniziativa, previsto per il 6 dicembre. Se sarà positivo, il processo andrà avanti, ma con un vincolo che taglierebbe la strada a ogni speranza del governo di rinviare la sentenza più avanti possibile: il vincolo che impone di rendere effettiva l’eventuale procedura di infrazione entro quattro mesi dalla comunicazione dei dati di riferimento da parte dell’Istat, avvenuta ai primi di ottobre. A conti fatti, il Consiglio Ue dovrà decidere sulla sorte dell’Italia entro la fine di gennaio 2019, traducendo l’iniziativa in provvedimenti operativi dopo l’Ecofin del 22 gennaio.

Con quali conseguenze? La doppia violazione delle regole comporta per l’Italia un conto assai salato. La violazione del disavanzo comporterà una riscrittura delle legge di bilancio: «Tenuto anche conto delle diverse valutazioni sulle future dinamiche italiane in termini di crescita e di bilancio, la correzione complessiva sarebbe grosso modo equivalente a un aggiustamento del deficitnominale previsto per il 2019 pari a 23,5 miliardi di euro”, scrivono gli autori del paper. Sul fronte debito il conto sarebbe più alto. Per rispettare la regola dell’equilibrio strutturale, dovremmo fare aggiustamenti pari a circa 42 miliardi rispetto all’attuale bozza di bilancio. In sostanza, l’addio a quota 100, al reddito di cittadinanza, e gli sconti fiscali al lavoro autonomo.

Ci sono vie d’uscita? Il paper ne suggerisce una. Che il governo si affretti, a dicembre, a metter mano alla bozza di legge di bilancio arrivando a un disavanzo nominale dell’1,6 per Pil.

In alternativa, dierto l’angolo ci sarebbe l’instabilità economica, la perdita di ricchezza finanziaria, la recessione, e il declassamento dei titoli di Stato italiani. Insomma, un’apocalisse. Questo perché disobbedendo alle regole comuni, l’Italia non avrebbe diritto di accesso ai meccanismi di emergenza per i paesi in difficoltà: “i programmi di aiuto da parte del Meccanismo europeo di stabilità (ESM) per l’acquisto di titoli italiani del debito pubblico sui mercati primari e secondari; il cosiddetto OMT, che permetterebbe alla BCE di acquistare un ammontare indefinito di titoli pubblici italiani di breve-medio periodo. Inoltre, la conseguente crisi di liquidità del settore bancario italiano non potrebbe essere arginata mediante la linea di emergenza (ELA) offerta dalla banca centrale nazionale. Le regole vigenti impedirebbero alla BCE di fornire la necessaria autorizzazione alla Banca d’Italia”, spiega il paper.

L’unica strada per il governo è dunque quella di cedere completamente le armi? Poiché sarebbe politicamente improponibile, il paper profila una strategia: quella rispecchiata dal titolo. Una “soluzione non di breve termine che sia di comune interesse per Roma e per Bruxelles”, cioè per il gvoerno giallo-verde e per Junker. L’impegno al rispetto delle regole deve associarsi al sostegno a un miglioramento del sistema di governance dell’area-euro. Non quello prospettato da Paolo Savona, ma quello, ben più ambizioso, proposto dalla Commissione guidata da Junker nel dicembre 2017: l’istituzione di un Fondo monetario europeo che gestisca le crisi e fornisca i mezzi di intervento al Fondo unico di risoluzione; l’istituzione della figra del ministro europeo delle Finanze per coordinare le politiche di bilancio dei paesi; la creazione di un bilancio europeo per investire sul superamento degli squilibri dell’area, con l’effetto di aiutare i paesi più deboli come noi.

Tutte proposte a cui l’Italia converrebbe aderire. Soprattutto visto che da quel dicembre 2017 il clima è molto cambiato. A livello di Eurogruppo infatti hanno avuto la meglio le posizioni dei paesi del Nordeuropa, che hanno per esempio chiesto di attribuire un rischio maggiore alle banche con un eccesso di titoli pubblici in bilancio come quelle italiane, e che si è rinviata l’approvazione di una assicurazione comune sui depositi; hanno chiesto che ci sia controllo della poliitca economica del paese che beneficia dell’assistenza Esm; hanno dibattuto su clausole per facilitare la ristrutturazione del debito pubblico dei paesi membri. Fronti su cui non è stato trovato accordo, ma che hanno prodotto di fatto un arretramento rispetto a una cornice finanziaria, quella della Commissione, da cui l’Italia varebbe avuto viceversa dei benefici.

Un atteggiamento “contro”, all’Italia dunque non conviene. Le converrebbe, invece, cogliere l’apertura inviata dai governi francesi e tedesco lo scorso 16 novembre, in cui si è proposto un fondo di 27 miliardi di euro per investimenti e riforme dei paesi non convergenti verso gli standard europei di efficienza. Condizione di accesso: la conformità con le regole europee. Peccato che, ancora una volta, il governo italiano l’abbia interpretata non come un’opportunità, ma come un’esclusione. Ostinandosi, con incredibile tafazzismo, ad autoescludersi.

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