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SPECIALE PRODUTTIVITA'

Domanda interna e servizi arretrati sono il nostro handicap

Andrea de Panizza e Gian Paolo Oneto

Nell’ultimo ventennio la dinamica della produttività del lavoro ha rallentato in quasi tutte le economie avanzate, ma l’Italia è risultata del tutto stagnante: nel 2019, il volume del Pil per ora lavorata superava di poco più di un punto percentuale il livello del 2000, a sua volta analogo a quello del 2010. Si tratta di una performance che indica l’incapacità di competere in un mondo che cambia o piuttosto di una transizione difficile? E le misure che usiamo influiscono sul risultato?

Nel numero 2/2020 di Economia Italiana, il saggio su “Fatti stilizzati e problemi di misurazione della produttività nella recente esperienza italiana” affronta questi interrogativi confrontando la dinamica della produttività in Italia e nelle altre maggiori economie europee (Francia, Germania e Spagna, che con l’Italia formano il gruppo “E4”) nel decennio 2010-2019, e considerando congiuntamente diverse possibili misure che hanno proprietà statistiche e significato economico differente. 

L’analisi esplora gli andamenti settoriali di valore aggiunto e input di lavoro sottostanti la dinamica della produttività; oltre che in volume, la crescita dell’output è considerata a prezzi correnti, utilizzando le statistiche strutturali sulle imprese, in modo da considerare la struttura dimensionale delle attività produttive: misure rilevanti nel valutare la tenuta competitiva del sistema economico italiano rispetto a paesi simili e che condividono la stessa moneta. L’evoluzione della produttività del lavoro è anche scomposta attraverso un approccio di contabilità della crescita, nei contributi dovuti alle variazioni della qualità del lavoro, dell’intensità di capitale e della produttività multifattoriale.

Il quadro che ne emerge è articolato. La debolezza della crescita economica e della produttività, in assoluto e nei confronti degli altri paesi E4, è incontrovertibile. Tuttavia, questi andamenti non hanno caratteristiche settoriali generalizzate e una parte importante del divario con le altre economie E4 appare associato alla debolezza della domanda interna, alla quale non sono estranee le condizioni macroeconomiche difficili, in particolare nei primi anni del periodo considerato. Si riscontrano anche eterogeneità nei metodi di deflazione tra i paesi che possono incidere su alcuni aspetti del quadro, ma non alterarne la sostanza. 

Ma veniamo ai fatti, e alle cifre. Punto di partenza è come la stagnazione della produttività sia il corollario (oltre che una possibile causa) della bassa crescita che ha caratterizzato l’economia italiana: a fine 2019 il volume del Pil era ancora inferiore del 4% rispetto al massimo raggiunto nel 2007 e superiore di appena lo 0,6% rispetto al 2010. Tutte le altre grandi economie europee avevano invece recuperato ampiamente i livelli pre-crisi e, a confronto col 2010, il Pil era cresciuto del 10,5% in Spagna, il 12,5% in Francia e ben il 16,1% nel caso della Germania.

Corrispondentemente, il valore aggiunto per ora lavorata (al netto dei rendimenti delle abitazioni di proprietà – i c.d. fitti imputati) era cresciuto dell’1,4% in Italia, del 7,3% in Spagna, dell’8,4% in Francia e dell’8,3% in Germania. Nel determinare l’andamento della produttività, le differenze nella crescita del valore aggiunto sono state attenuate dall’andamento dell’input di lavoro: tra 2010 e 2019 in Italia il monte ore lavorate è diminuito, fornendo un contributo positivo per circa mezzo punto percentuale all’evoluzione della produttività, mentre negli altri paesi è aumentato, sottraendo 2,4 punti in Spagna, 3,5 in Francia e ben 6,7 nel caso della Germania. 

L’andamento del valore aggiunto in volume in Italia è stato il peggiore tra i Paesi E4 nelle costruzioni (dove è caduto di oltre il 20%) e in numerosi comparti nei servizi, che nella quasi totalità dei casi hanno registrato un andamento negativo anche della produttività. Nella manifattura e nel commercio la performance è invece stata poco inferiore alla media degli altri paesi; in questi settori si è assistito a una significativa crescita della produttività (il 13,3 e il 23,7% rispettivamente) con un contributo alla crescita aggregata superiore rispetto a Francia e Spagna e in linea con la Germania. 

La crescita della produttività è stata superiore alla media anche nelle attività finanziarie e della pubblica amministrazione. In questi comparti, tuttavia, il valore aggiunto è diminuito e la crescita della produttività è dovuta alla caduta dell’input di lavoro (con contributi di 11,1 e 16,9 punti percentuali, rispettivamente). In questi comparti, caratterizzati da livelli di valore aggiunto per ora lavorata relativamente elevati, la forte contrazione dell’occupazione ha fatto sì che il loro contributo alla produttività aggregata fosse negativo, particolarmente nel caso della pubblica amministrazione (dove, peraltro, in tutti i paesi il valore aggiunto è determinato essenzialmente sulla base dei costi degli input). È importante rilevare come l’insieme dei comparti di pubblica amministrazione, istruzione e sanità in Italia abbia sottratto quasi un punto percentuale alla crescita della produttività aggregata nel periodo 2011-2018, mentre ha contribuito positivamente per 1,7 punti percentuali in Germania, 1,6 in Francia e 0,8 in Spagna. 

Nel complesso, la riallocazione del lavoro tra settori in Italia e Spagna ha sottratto oltre un punto percentuale alla dinamica della produttività aggregata, riflettendo la perdita di dinamismo e peso occupazionale delle attività con produttività superiore alla media rispetto a quelle con bassa produttività.

Considerando i contributi dei fattori alla crescita della produttività del lavoro, si osserva come in Italia l’apporto della TFP (Produttività Totale dei Fattori) spieghi parte importante della dinamica nei settori che hanno fornito i contributi positivi e negativi più ampi. In quasi tutti i settori il caso italiano è caratterizzato, in termini comparativi, dall’assenza di spinta del capital deepening e da un contributo limitato dei miglioramenti qualitativi del lavoro, due fattori che hanno invece hanno agito in Francia e in Spagna. Ciò accomuna il nostro Paese alla Germania, dove però la spinta dell’efficienza complessiva (misurata dalla TFP) è stata molto più robusta. 

Se si considerano i valori a prezzi correnti, la crescita della produttività dell’Italia è stata appena inferiore a quella della Spagna (l’11,1 contro l’11,8%): la differenza tra i due paesi in volume è quindi quasi interamente dovuta alla dinamica dei prezzi interni (misurati dai deflatori del valore aggiunto). Resta invece relativamente ampio il divario con la Francia (15,4% a prezzi correnti) e si allarga quello con la Germania (25,2%). 

La dinamica dei deflatori in Italia e Francia è simile nella maggior parte dei settori e intermedia rispetto alla Germania (dove crescono di più in quasi tutte le attività) e alla Spagna (dove sono sistematicamente meno dinamici). Fanno eccezione i servizi dell’informazione e della comunicazione, i cui deflatori in Italia e Germania presentano un calo molto contenuto, mentre in Francia e soprattutto in Spagna segnano una caduta marcata. In sintesi, la sostanza dei risultati in volume non è alterata dalle differenze tra paesi nelle dinamiche dei prezzi, per lo più in ambiti rivolti al mercato interno e, quindi, ampiamente spiegabili. Tuttavia, una armonizzazione su scala europea dei criteri di deflazione analoga a quanto già realizzato per la stima delle grandezze di contabilità nazionale a prezzi correnti appare opportuna, per una migliore valutazione comparativa degli andamenti settoriali. 

Infine, gli andamenti a prezzi correnti dalle statistiche strutturali sulle imprese, disponibili fino al 2017, mostrano come gran parte del differenziale del livello di produttività con la media E4 risulti spiegata dalla presenza, in Italia, di una quota considerevolmente più elevata di imprese di dimensioni più piccole e meno produttive: nel 2017 gli occupati nelle imprese fino a 9 addetti rappresentavano il 42,1% del totale, contro il 23,1% nell’insieme degli altri tre paesi, e il loro livello di produttività (pari al 60% di quello medio in Italia e il 72,3% negli altri tre paesi) era inferiore in tutti i settori di attività rispetto alle imprese della medesima classe dimensionale del gruppo E4, nonostante il divario si sia lievemente ridotto nel tempo. Le imprese italiane di dimensioni maggiori risultano, invece, relativamente più performanti.

In sintesi, le analisi contenute nel saggio mostrano come la caduta della produttività sia riconducibile, in misura non trascurabile, alla depressione della domanda interna, riflessa nell’attività dei servizi (in particolare quelli alle imprese) che hanno un ruolo trainante nel dinamismo delle altre economie. A questa si sono aggiunti, amplificati, fenomeni ciclici, come nelle costruzioni (settore che in Italia e in Spagna ha sottratto circa 1,5 punti percentuali alla variazione della produttività aggregata). In tutti i settori economici, resta aperto il nodo della scarsa efficienza relativa delle microimprese, migliorata solo di poco rispetto all’inizio del decennio.