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Unione Europea / La ricerca del green bond standard

Dilemma verde

Paola Pilati

Duecento miliardi di obbligazioni firmate Unione Europea invaderanno il mercato nel 2021. Quattro volte il volume dei bond che la Ue ha attualmente in circolazione, emessi soprattutto per finanziare i prestiti a Irlanda e Portogallo durante la Grande Crisi. Un salto che in un colpo solo fa del continente l’emittente più interessante per gli investitori in cerca di una tripla A.

Il primo banco di prova del nuovo protagonismo europeo sul fronte dei bond è stata l’emissione – un grande successo di pubblico, che ha manifestato una richiesta ben oltre l’offerta – di titoli di debito per arrivare a raccogliere i 100 miliardi di aiuti promessi agli stati membri sotto il programma SURE, mirato a sostenere l’occupazione durante la pandemia. Poi verrà il turno del mega-progetto di aiuti e finanziamenti da 750 miliardi del Recovery Fund, risorse che per la prima volta dovranno essere reperite sul mercato indebitando la cassa comune europea.

Ma c’è anche un’altra “prima volta” della Ue: 225 dei 750 miliardi dovranno essere raccolti attraverso emissioni di titoli “sostenibili”. Cioè green bond. È una somma notevole, pari al totale delle emissioni di bond verdi che ci sono state in tutto il mondo nel 2019, ma concentrate solo nel nostro continente, che ne diventerà così lo specialista mondiale. E la Bce ha già lanciato il suo assist quando ha deciso che dal primo gennaio del 2021 accetterà bond legati a obiettivi di sostenibilità come collaterali e per le sue operazioni di politica monetaria.

Quali sono le caratteristiche del green bond? Che cosa esattamente rende green agli occhi del mercato una certa richiesta di finanziamento? La prima cosa è naturalmente l’emittente e l’autenticità del suo impegno ambientale. Ma come si fa a misurare questi fattori? Di quali strumenti è dotato un investitore? In realtà lo scenario non è ancora chiaro.

Sul fronte degli emittenti privati, un elemento di valutazione è senz’altro l’impegno solenne a rispettare gli obiettivi di riduzione delle emissioni. La lista delle imprese che si dichiarano disponibili alla decarbonizzazione delle proprie attività si allunga: lo ha fatto il produttore elettrico più inquinante d’Europa, la tedesca RWE, lo ha promesso – addirittura entro il 2030 – la GE, tanto per fare degli esempi tra i colossi. E che lo facciano in vista di un aumento delle tasse sulle emissioni di CO2 o per allinearsi agli obiettivi di Parigi resta secondario. Misurare la loro impronta ambientale sarà possibile con una certa oggettività attraverso i report tecnici.

Come si fa invece a garantire che i soldi raccolti con i green bond europei saranno poi spesi dai paesi che riceveranno gli aiuti in modo davvero verde?

Le istituzioni europee si stanno attrezzando per dare una cornice certa e verificabile al termine green: è in corso l’elaborazione di una serie di parametri per misurare quando un investimento si può considerare tale, arrivando a una formulazione che vincoli senza scampo l’uso del denaro raccolto con un green bond a un certo investimento (https://ec.europa.eu/info/business-economy-euro/banking-and-finance/sustainable-finance/eu-taxonomy-sustainable-activities_en). È il processo che porterà a un Eu Green Bond Standard, che la Commissione dovrebbe emanare nel 2021.

Intanto, durante l’estate, è stata definita una Taxonomy Regulation, che ha messo i primi paletti: un bond può essere definito verde se consente a un’iniziativa di diventare sostenibile, di non danneggiare gli obiettivi ambientali, di avere requisiti sociali e difendere i diritti dei lavoratori. Ma gli atti delegati che traducono in criteri utilizzabili tutta la materia devono ancora arrivare, e l’attesa non sarà breve.

La crescita della finanza verde tira in ballo un’altra questione piuttosto controversa, almeno finora: quella che vede i criteri ESG (environmental, social, governance) come un bollino di qualità non solo per i progetti, ma anche per la redditività dell’impresa che li abbraccia. Le evidenze, che spesso danno ragione a questa tesi, tuttavia non sono univoche. Ma con la pandemia il sentimento dei protagonisti della finanza ha scelto di crederci: in un survey di RBC Global asset management citato dal Financial Times il 97,5 per cento dei gestori del denaro e dei manager canadesi intervistati pensa che i criteri ESG migliorino i profitti, insieme al 96 per cento degli europei e del 93 per cento degli asiatici, tutte percentuali in crescita rispetto all’anno passato.

Il terreno appare insomma favorevole alla grande ondata di debito verde che sta per arrivare. Dove hanno già esordito in passato la Francia, la Polonia, l’Olanda, l’Irlanda. E in cui è arrivato a inizio settembre anche un peso massimo come la Germania con il primo green bond governativo (per 6 miliardi a 10 anni), seguito da una emissione verde – anche questa la prima – della Daimler.

Nonostante questa entusiasmante cornice, se il green bond servirà a finanziare una ripresa davvero verde o solo un greenwashing, resta una domanda in sospeso. Anzi. “Emettere green bond non rende verde la spesa per la ripresa economica”, ammoniscono gli autori di un paper appena pubblicato dal Jaques Delors Centre (https://www.delorscentre.eu/en/publications/detail/publication/building-eu-green-bonds-that-deserve-their-name). Ma poiché i progetti del Recovery serviranno a definire lo standard europeo – e mondiale – dell’indebitamento verde, proprio per questo sarà cruciale che gli uni e l’altro siano collegati in maniera insindacabile.

Il futuro della finanza verde è insomma legato prima di tutto alla qualità dei progetti che i paesi saranno in grado di presentare, e “non sarà la natura del bond – verde o marrone che sia – a definire se la qualità della spesa per il Recovery sarà verde, ma la solidità dei criteri nello sceglierli e nel farli realizzare”, si legge nell’analisi.

Il rischio che viene messo in evidenza è che lo standard europeo possa essere poco ambizioso, e che di fatto metta l’asticella del green bond troppo bassa. Da che cosa nasce questo sospetto? Dal fatto che per valutare quanto un progetto sia climate-friendly, cioè non danneggi il clima, non verrà utilizzato il metodo costruito attraverso la nuova Taxonomy Regulation, la nuova tassonomia verde ancora in parte da definire, ma sia invece il metodo usato attualmente per valutare i Fondi strutturali. Questo metodo si basa su una lista di interventi a cui viene associato un peso percentuale (una pista ciclabile vale 100, il rinnovo di un porto 40 per cento…): insomma, è considerato un po’ rozzo e troppo schematico. La Taxonomy Regulation, invece, valuta non solo in base all’impatto sul clima, ma combinando altri obiettivi di sostenibilità, come per esempio la biodiversità.

In sostanza, finché la griglia dei criteri della Taxonomy Regulation non sarà completata e utilizzabile, la Commissione non dovrebbe emettere alcun green bond, suggeriscono gli autori del paper del Centro Delors. Meglio non avere fretta, rinunciare all’etichetta green, piuttosto che dare ai mercati uno standard deludente, insistono. Ma tra l’Europa che deve dimostrare di mantenere le sue promesse e i paesi che aspettano di incassare, è la fretta a governare.