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ARBITRO DELLE CONTROVERSIE FINANZIARIE
Dieci anni di ACF: le grane del risparmio cambiano volto

Il calo dei ricorsi è dovuto al venir meno del gigantesco contenzioso prodotto dalle crisi bancarie del decennio scorso. Ma il mercato non è diventato più virtuoso. Semplicemente, sono cambiate le controversie. E sono arrivate nuove sfide

Paola Pilati

Il tempo delle banche salvate d’urgenza, degli azionisti azzerati e delle obbligazioni subordinate vendute come prodotti sicuri sembra ormai appartenere al passato della finanza italiana. Dieci anni dopo la nascita dell’Arbitro per le Controversie Finanziarie (ACF), i numeri raccontano un Paese diverso: il contenzioso si è più che dimezzato, le crisi sistemiche sono rientrate e gli intermediari appaiono mediamente più attenti ai rapporti con la clientela.

Ma sarebbe un errore leggere questi dati come il certificato di guarigione definitiva del mercato del risparmio. Perché le controversie diminuiscono, è vero, ma diventano più sofisticate. Cambiano gli strumenti, cambiano gli investitori, cambiano le tecnologie. E cambiano, inevitabilmente, anche i problemi che finiscono sulla scrivania dell’ACF.

La Relazione 2025 fotografa un organismo arrivato alla maturità. In nove anni sono arrivati quasi 12.500 ricorsi, sono stati riconosciuti oltre 172 milioni di euro di risarcimenti e il tasso di esecuzione delle decisioni sfiora il 94 per cento. Numeri che certificano una credibilità conquistata sul campo e che spiegano perché le decisioni dell’Arbitro vengano sempre più spesso considerate un punto di riferimento anche dalla giurisprudenza ordinaria.

Eppure sarebbe riduttivo fermarsi ai risultati.

Lo stesso presidente Gianpaolo Eduardo Barbuzzi (che a fine anno concluderà definitivamente il suo mandato) evita accuratamente toni celebrativi. Anzi, ricorda come l’ACF, che lui ha fatto crescere dalla culla, sia nato in un momento in cui il “risparmio tradito” monopolizzava il dibattito pubblico e la fiducia nei mercati finanziari era stata profondamente compromessa. La missione dell’organismo, osserva, non era soltanto risolvere singole controversie, ma contribuire a ricostruire proprio quella fiducia.

Una missione che, a ben vedere, non può dirsi conclusa.

Il primo dato che invita alla prudenza è quello relativo ai ricorsi. Nel 2025 sono scesi a 760, contro gli oltre 1.800 del 2017. Ma la spiegazione è meno rassicurante di quanto possa sembrare. È soprattutto il venir meno del gigantesco contenzioso prodotto dalle crisi bancarie del decennio scorso ad aver alleggerito il lavoro dell’Arbitro. Non è detto, quindi, che il mercato sia diventato improvvisamente più virtuoso; semplicemente sono cambiate le controversie.

Lo stesso Barbuzzi ammette che il calo dei ricorsi potrebbe persino nascondere una criticità diversa: una parte del contenzioso potrebbe non arrivare affatto all’ACF, per insufficiente conoscenza dello strumento, per diffidenza nei confronti della sua efficacia o perché molti professionisti continuano a privilegiare il ricorso al giudice ordinario. Una riflessione che raramente trova spazio nei bilanci ufficiali ma che merita attenzione.

Del resto, un elemento sembra confermarlo. Più della metà dei risparmiatori continua a presentarsi davanti all’Arbitro assistita da un procuratore, nella maggior parte dei casi un avvocato. È il segnale che il procedimento, pur formalmente accessibile senza difesa tecnica, continua a essere percepito come complesso da una larga parte degli investitori.

Anche il tasso di accoglimento racconta una storia meno lineare di quanto sembri. Nei primi anni dell’emergenza bancaria sfiorava il 90 per cento; oggi è sceso sotto il 50. Non perché l’Arbitro sia diventato più severo, ma perché il contenzioso è molto meno seriale e molto più articolato. Le questioni che arrivano sul tavolo del Collegio riguardano consulenza finanziaria, trading online, profilazione algoritmica della clientela, prodotti assicurativo-finanziari, servizi digitali. Ambiti nei quali il confine tra responsabilità dell’intermediario e consapevolezza dell’investitore diventa inevitabilmente più sottile.

È proprio qui che si giocherà la partita dei prossimi anni.

La trasformazione digitale sta modificando radicalmente il rapporto tra banche e clienti. Sempre più spesso il questionario MiFID viene compilato davanti a uno schermo, la consulenza è mediata da procedure automatizzate, le informazioni precontrattuali vengono accettate con un clic. La Relazione segnala già un aumento delle controversie legate a questi passaggi. È una tendenza destinata a crescere con l’espansione dell’intelligenza artificiale nei servizi finanziari.

Barbuzzi invita a evitare sia gli entusiasmi sia i pregiudizi: le nuove tecnologie, osserva, potranno creare valore solo se utilizzate con pragmatismo. Una posizione equilibrata, che però apre interrogativi enormi. Chi risponderà degli errori di un algoritmo? Come si accerterà l’effettiva comprensione del rischio da parte dell’investitore? Quanto sarà davvero “personalizzata” una consulenza sempre più automatizzata? Sono domande alle quali l’ACF sarà chiamato a rispondere ben prima del legislatore.

Non mancano poi le criticità strutturali che la Relazione continua a evidenziare anno dopo anno. Il divario di genere resta impressionante: quasi sette ricorrenti su dieci sono uomini. Gli under 35 rappresentano una quota marginale dei ricorsi, fotografia di un Paese in cui l’investimento finanziario continua a essere appannaggio delle fasce più mature della popolazione. E oltre un quinto dei ricorrenti ha più di 74 anni, categoria inevitabilmente più esposta ai rischi di un mercato sempre più digitalizzato.

C’è infine un passaggio del discorso del presidente che va oltre il bilancio dell’attività dell’Arbitro e investe direttamente la politica economica. L’obiettivo, dice Barbuzzi, è contribuire a convogliare il “risparmio pigro” verso i mercati finanziari.

È probabilmente questa la sfida più delicata. Perché convincere gli italiani a investire di più non dipende soltanto dall’andamento delle Borse o dai rendimenti. Dipende soprattutto dalla fiducia. E la fiducia si costruisce anche garantendo che, quando qualcosa va storto, esistano strumenti rapidi, credibili e autorevoli per tutelare chi investe.

Da questo punto di vista l’ACF ha certamente consolidato il proprio ruolo. Ma il suo decimo compleanno arriva proprio mentre il mercato sta cambiando pelle. Le grandi crisi bancarie sono alle spalle; all’orizzonte avanzano l’intelligenza artificiale, le piattaforme digitali, il crowdfunding, la consulenza automatizzata e nuovi prodotti sempre più complessi.

Insomma, meno casi e meno emergenze non significano meno lavoro. Semmai il contrario. Perché le grane del risparmio non sono finite: hanno semplicemente cambiato volto. E sarà sulla capacità di interpretare questa nuova stagione che si misurerà il valore dell’Arbitro nei prossimi dieci anni.

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