Detroit renaissance

Giuseppe Berta: “ Viaggio nella città degli estremi”

Il Mulino, Bologna 2019

pagg.235, Euro 16,00

Filippo Cucuccio

Molto probabilmente, chi si trova a sfogliare questo libro si pone la stessa domanda che un portiere d’albergo a Philadelphia ha rivolto al suo autore, Giuseppe Berta, storico dell’economia industriale di lungo corso: perché Detroit? Forse perché fare un viaggio in questa città significa riscoprire i monumenti industriali di un’epoca che fu? O piuttosto vuol dire appagare l’interesse di verificarne la loro trasformazione d’uso nell’ambito del rinnovamento complessivo dell’intera area? 

Interrogativi resi ancor più intriganti dalla doppia sfida che ha rappresentato per l’A. la realizzazione di quest’opera e  di cui si viene a conoscenza nelle sue pagine introduttive.

Una prima sfida, che purtroppo lo riguarda dal punto di vista della salute personale, dovendo egli fare i conti  con un tumore e con le relative terapie di contrasto; una seconda, da accademico, che in questo caso compie un percorso narrativo di tipo singolare al di fuori dei canoni classici di ricerca universitaria, unendo, peraltro, al rigore consueto una narrazione di tipo giornalistico da instant book

L’impianto del libro, frutto di considerazioni e riflessioni maturate nel corso di due viaggi compiuti a Detroit, offre al  lettore un primo capitolo che si sofferma sulla deindustrializzazione, che ha caratterizzato quella città e le aree metropolitane del Midwest degli Stati Uniti negli ultimi decenni del secolo scorso. 

Gli altri cinque capitoli sono dedicati alla trattazione di alcuni luoghi simbolo della Detroit che fu, la cosiddetta Motor City, per la contestuale presenza delle fabbriche di Ford, General Motors e Chrysler e di cui restano ancora alcuni edifici, ma con un utilizzo completamente stravolto rispetto al disegno funzionale originario.

Scorrono, così, le pagine dedicate, via via, all’Institute of Arts, sponsorizzato negli anni Trenta del Ventesimo secolo dalla famiglia Ford e che è abbellito dai murales dell’artista messicano Diego Rivera, marito di Frida Kahlo; poi, all’Higland Park e al Ford Museum che raccoglie le testimonianze del fordismo (a cominciare dal famoso “modello T”) e di ciò che ha rappresentato per lo sviluppo industriale degli Stati Uniti e non solo. Quindi, si passa al River Rouge con la fabbrica, simbolo della produzione di massa, eretta dai Ford negli anni Venti sempre del secolo scorso.   

E, poi ancora, l’A. ci conduce al Brush Park, spazio che segnava il passaggio alla Black Detroit, la parte di città dove si collocava il nucleo degli afroamericani, che attualmente è caratterizzata da un’ambigua prospettiva di gentrificazione, ossia di trasformazione da quartiere popolare a zona abitativa di pregio.

Una zona che evoca ricordi storici non banali. Infatti, in passato non lontano da essa si svolsero i comizi sia di Malcom X e del suo movimento Black Power, sia di Martin Luther King: entrambi, anche se con modalità diverse, protagonisti e paladini di un riscatto della comunità nera, trattata ancora in modo discriminato rispetto a quella dei bianchi negli anni Sessanta.

 L’itinerario di visita dell’A. si conclude al Renaissance Center, ove venne stabilito il quartiere della General Motors e che, se costituisce l’ultimo monumento della Motor City di un tempo, oggi si propone a simbolo di un ponte verso una nuova epoca dell’economia.

Completato l’itinerario di visita, è giusto chiedersi quali  insegnamenti si possono trarre da questo affresco, sapientemente delineato da Berta, di una realtà in trasformazione e oscillante tra la fase di uno sviluppo esplosivo e le successive, prima di un declino apparentemente irrimediabile, poi di un rilancio ricco di nuovi entusiasmi.

Insegnamenti che rappresentano la risposta all’interrogativo iniziale circa un motivo valido per fare questo viaggio. È lo stesso A. ad indicarci il primo insegnamento, formulando un vaticinio su Detroit: una città che può sopravvivere alla conversione dell’industria dell’auto nei nuovi paradigmi della mobilità, svolgendo addirittura un ruolo da protagonista.

Il secondo insegnamento è la constatazione, venata da una malcelata ammirazione, dello spirito di intrapresa e di riscatto contro il declino socio – economico che si avverte nei suoi abitanti e che può essere portato a modello di riferimento per una riqualificazione e una nuova valorizzazione dei motori economici della città.

Il terzo insegnamento, infine, lo si coglie nel paragone con Torino e il Piemonte, segnati, in positivo prima e in negativo dopo, dallo sviluppo e dalla successiva crisi del modello tradizionale di industria dell’auto. Accettando con cauto ottimismo l’auspicio che, sia pure in modi diversi rispetto a quelli di Detroit e del Midwest statunitense, anche per queste realtà del nostro Paese, si possano registrare analoghi slanci vitali e stimoli di profondo e consapevole rinnovamento.