Libri

a cura di Filippo Cucuccio

Da Sofocle a oggi, un dialogo in nome del bene collettivo

Livio Pepino e Nello Rossi, “Il potere e la ribelle – Creonte o Antigone? Un dialogo” Edizioni Gruppo Abele, Torino 2019, pagg. 127, E. 14,00

Filippo Cucuccio

Che senso ha rivisitare la trama di una tragedia greca di quasi 2500 anni fa? E, soprattutto, che senso ha aggiungere questa nuova disamina dell’Antigone e Creonte di Sofocle ad altre, già avvenute in epoche precedenti, da quelle di Vittorio Alfieri e Salvador Espriu, passando per le altre di Jean Anouilh e di Berthold Brecht?

Sono interrogativi che qualsiasi lettore istintivamente si pone, cominciando a sfogliare questo librino, scritto a quattro mani sotto forma di dialogo da due magistrati, Livio Pepino e Nello Rossi, con una vastissima esperienza operativa maturata sul campo e tuttora impegnati civilmente dopo il pensionamento: l’uno sul versante della tutela della democrazia dal basso e sulla difesa della società civile dai guasti delle grandi opere; l’altro nelle sue funzioni di Vice Presidente del Tribunale Permanente dei Popoli.

E la curiosità di trovare una risposta agli interrogativi sopra accennati è destinata ad aumentare, trovando in alcuni passaggi del dialogo riferimenti puntuali al sequestro Moro, al caso Cucchi, o ad altre recenti vicende dolorose, che hanno lasciato un’impronta profonda nella memoria collettiva.

Dopo le prime pagine di lettura si comincia, poi, a maturare la convinzione che non si è in presenza di un libro che parla solo agli specialisti e ai cultori delle materie giuridiche, ma che vuole aprire uno spazio di riflessione profonda a quanti, dotati di senso civico e istituzionale, si trovano ad investigare sui rapporti complessi tra poteri dello Stato e diritti del singolo cittadino.

Partendo dal nucleo della trama della tragedia greca, centrato sul divieto di sepoltura emanato da Creonte nei confronti di Polinice, considerato un traditore della patria tebana, e sulla sua violazione da parte della sorella Antigone con la sua conseguente condanna a morte, gli AA., innanzitutto, effettuano una valutazione di questi due personaggi. Un’operazione, condotta attraverso un patrocinio delle due figure da parte dei due magistrati, Pepino per Antigone e Rossi per Creonte, sicuramente singolare; anche perché risulta chiaro l’intento di superare la prima reazione istintiva suscitata nei lettori della tragedia, con cui si è portati a esprimere un’immediata simpatia per le ragioni impersonate da Antigone ai danni di quelle del suo antagonista Creonte. 

Ristabilito così un equilibrio nell’esame critico dei ruoli dei due personaggi, Antigone e Creonte, anche attraverso un’analisi del loro valore simbolico, si passa a sviluppare una rivalutazione della figura del secondo, facendo riferimento ad alcuni elementi essenziali che lo caratterizzano: l’obbligo su di lui incombente di esercitare i poteri del governo e il senso  della tutela dello Stato e del suo ordinamento.  Aspetti ben presenti nella figura di Creonte e da lui sostenuti ad ogni prezzo, compreso quello estremo del sacrificio personale finale. 

La discussione tra i due AA., che assume a volte anche toni aspri, si sposta, poi, sugli aspetti di obbedienza/disobbedienza rappresentati dai due personaggi, formulando un interrogativo problematico, quale l’individuazione di chi è legittimato ad accertare l’esistenza di un pericolo per lo Stato e a disporre successivamente le misure per contrastarlo. Inevitabile in questo percorso intellettuale imbattersi su altri aspetti problematici: dagli abusi di potere che possono arrivare fino all’uso degradante della tortura, al senso e ai limiti della legalità; dalla divaricazione tra legge e giustizia, al corretto inquadramento della dimensione politica e del suo ruolo nella società civile.

Anche le pagine dedicate a fare luce sulla figura di Antigone e sulla sua irriducibilità inducono nel lettore reazioni contrastanti: portatrice di comprensibili ragioni di pietas e di una maggiore mitezza nel diritto, o simbolo di un’utopia sterile, di un rovesciamento radicale di un presente indesiderato? Con l’aggravante ulteriore di non essere in grado di offrire la formulazione di un progetto politico alternativo. Ne nasce, così, l’interpretazione di una persona che si trova, comunque, a scontrarsi con lo Stato e con le sue norme; incluse quelle ispirate all’obbligo di non lasciare spazio al conflitto estremo che mette in pericolo la stessa esistenza dello Stato e, per ciò stesso, viene a configurarsi addirittura come un conflitto  insensibile al bene collettivo.

Non mancano, inoltre, in questo volume le pagine dedicate alla funzione della giustizia nella società e soprattutto al delicato rapporto tra giustizia e giudici nell’esercizio delle loro funzioni. Un rapporto che ha registrato nel corso dei secoli una radicale evoluzione del ruolo dei magistrati: da quello di semplici funzionari dello Stato e suoi meri esecutori, all’altro ben più nobile, che trova accoglienza nella nostra Costituzione, di “istituzione cerniera tra lo Stato comunità e l’apparato pubblico“. Un’analisi di ruolo che porta entrambi gli AA. ad occuparsi delle spinose questioni della neutralità o della imparzialità dei giudici, concordando unanimamente sul rifiuto, sia delle logiche corporativistiche dei magistrati, sia dell’uso della giustizia per finalità politiche di basso livello. 

La gravità dei temi analizzati e la tragicità degli eventi ricordati nel libro, partendo dalla trama di Antigone e Creonte, rispondono dunque in modo esauriente agli interrogativi iniziali che ci si poneva, confermando l’opportunità e la validità di questa rivisitazione della tragedia sofoclea. Rivisitazione che si arricchisce di un messaggio di speranza collocato nel capitolo conclusivo: gli orientamenti e gli atteggiamenti, prima di una minoranza della magistratura – dalla fine degli “anni Sessanta” del secolo scorso – e più recentemente di una sua parte maggioritaria, risultano ispirati, nell’esercizio del potere giurisdizionale, a una visione democratica della società civile saldamente ancorata a principi liberali. E, per di più,  con la disponibilità e l’attenzione a valutare imparzialmente la complessità delle ragioni che fanno capo sia ad Antigone che a Creonte.