L'agenda di Davos

Crescita e ambiente

Paola Pilati

Ramponi antiscivolo da applicare alle scarpe per camminare sulla neve invece che spostarsi in auto, menu da cui sono bandite leccornie come caviale e paté, niente champagne ma solo vini svizzeri, consigliato l’arrivo in treno e non nel meno francescano aereo. I big che quest’anno si riuniranno a Davos vanno incontro a una serie di privazioni in nome della parola d’ordine abbracciata per la cinquantesima edizione: l’ambiente. E quindi il riscaldamento globale e i rischi per la crescita e l’economia. 

Con tempismo perfetto, su questo argomento hanno già preso posizione molti influencer del mondo finanziario: il capo di BlackRock ha detto che non metterà più un centesimo nelle aziende che non badano alla Co2 che emettono. Mark Carney, governatore uscente della Bank of England, veste i panni della Cassandra climatica, e avverte che se la questione del riscaldamento non viene presa sul serio dalle imprese, queste rischiano di difendere asset che tra breve non varranno più nulla. Il McKinsey global institute prevede che i prossimi dieci anni saranno cruciali per ricalibrare gli investimenti tenendo conto del fattore climate change, che cambierà la graduatoria delle opportunità in tutto il mondo.

Come se questo non bastasse, a dare una scossa ai leader mondiali riuniti sulle Alpi e leggermente rincuorati dall’accordo Usa-Cina – primo round – che ha allontanato per ora lo spettro del protezionismo globale, è arrivato dal Fondo monetario internazionale l’aggiornamento del World Economic outlook, che pennella un quadro non meno preoccupante dei precedenti.

Le cifre presentate dalla capoeconomista Gita Gopinah sono all’apparenza meno negative di quelle sfornate a ottobre. Invece della caduta libera, ora l’economia mondiale sembra essere atterrata su una crescita modesta (3,3 nel 2020 e 3,4 nel 2021) ma più salda per via dell’azione della politica monetaria e del fatto che le peggiori previsioni sul commercio internazionale e su una Brexit no-deal appaiono scongiurate.

Certo, le economie avanzate faticano (la crescita scende dall’1,7 del 2019 all’1,6 di quest’anno e del prossimo), mentre quelle emergenti sono sul 4,4 nel 2020 e viaggeranno al 4,6 nel 2021, comunque con un leggero rallentamento dovuto all’India, che registrerà una frenata nel settore agricolo. Irraggiungibile la Cina, che anche quest’anno si assicura il 6 per cento di crescita grazie all’accordo con gli Usa. Inchiodate, invece, le economie di Messico e Brasile, per non dire dei guai per Iran, Argentina e Turchia.

I fronti di vulnerabilità sono dunque ancora tutti lì. E starà ai politici scongiurare nuovi scivoloni. Come? Gopinah non si fa pregare. Politica monetaria accomodante, strumenti macroeconomici da usare per prevenire i rischi finanziari, e leva fiscale. Chi può, investa sul capitale umano e sulle infrastrutture ecologiche, dice. Soprattutto vanno messi a punto per tempo gli strumenti per combattere un’eventuale recessione, pensando a come difendere i più deboli e vulnerabili.

Ci sono infine due importanti azioni da intraprendere a livello internazionale, cioè in maniera concertata. Azioni spinose non poco, e per questo tanto più significativo è il messaggio del Fmi. La prima azione è quella di limitare il riscaldamento globale e i disastri legati al cambiamento delle condizioni clmatiche. Chi pensa basti un blabla di buone intenzioni è avvertito: non bleffiamo, dice Gopinah, qui rischiamo di farci del male.

La seconda azione guarda alla necessità di un regime di tassazione sull’economia digitale che impedisca il dilagare dell’evasione. E riconosca a tutti i paesi la giusta quota di introiti. Dunque un attacco del Fondo allo strapotere del big tech. E anche al suo difensore, Donald Trump.

Poche illusioni, conclude l’indiana con un’ultima bacchettata: se l’economia globale ha smesso di franare, non siamo ancora in salvo. Serve molta cooperazione per la ripresa, e tutti hanno la responsabilità di fare la propria parte. Perché trastullarsi non è più possibile, il tempo stringe, conclude con una severità che non si è mai sentita da quel pulpito.

Farà breccia? Sapremo presto se, con queste premesse, Davos riuscirà a dare il viatico di una nuova consapevolezza ai leader mondiali. O se lasceranno sulla montagna incantata di Thomas Mann le ansie su un futuro che sono incapaci di cambiare.