Ago 2018
30
Guerre commerciali

Cosa può fare l’Europa

P. P.

Un taglio permanente del Pil del 3-4 per cento, una frenata pari all’effetto della grande recessione del 2008-2009 sull’economia. È questo il prezzo che pagheremo alla guerra dei dazi intrapresa da Trump. Lo prevede uno studio del Bruegel Institute firmato da Sébastien Jean, direttore del francese Centro studi internazionali, da Philippe Martin, che dirige il consiglio di analisi economica in Francia, e dall’economista belga André Sapir (http://bruegel.org/2018/08/international-trade-under-attack-what-strategy-for-europe/).

Mentre per molti paesi, compreso il nostro, il cammino per recuperare il terreno perso nei dieci anni di crisi economico finanziaria non è ancora completato, ecco che dagli Usa arriva un nuovo siluro. La guerra commerciale intrapresa dal presidente minacciando di imporre dazi a partner di lunga data come l’Europa (come è avvenuto) e mandando all’aria intese orami definite (come il Nafta con Messico e Canada), e e montando una sorta di crociata contro il super-nemico, la Cina, sarà pagato a caro prezzo. Ma non solo dalle vittime dell’attacco di Trump. Anche dalla stessa economia Usa.

Le tre aree commerciali coinvolte, dice lo studio, e cioè gli Usa, il vecchio continente europeo e il gigante asiatico, avrebbero tutti da perdere in termini di crescita potenziale del Pil: la Ue il 4 per cento, Usa e Cina il 3. Ma per paesi che non fanno parte di questi tre blocchi commerciali, come Irlanda, Canada, Svizzera, Messico e Corea, la perdita potrebbe raggiungere il 10 per cento.

Lo studio prende in considerazione differenti scenari, immaginando anche quale effetto domino potrebbe avere la tensione commerciale degli Usa con la Cina sull’Europa. E quali paesi dell’Unione ne verrebbero maggiormente investiti.

È per questo che l’Europa deve decidere in fretta se vuole giocare un ruolo nella partita aperta dall’aggressione di Trump. Ruolo che non può che essere quello di difendere le intese multilaterali, anche attraverso la tessitura di accordi bilaterali o plurilaterali da usare per il comune obiettivo di difendere il Wto dagli Usa che puntano a smantellarlo. Il che non vuol dire difenderlo in maniera granitica, ma coalizzare forze per modificarne i meccanismi in meglio, per esempio nel momento in cui si valuta la condizione di un paese come la Cina “in via di sviluppo”, quando invece i sussidi statali all’industria cinese si rivelano spesso distorsivi della concorrenza.

Ma il pericolo che l’impalcaura di intese che ha retto la crescita mondiale e fatto prosperare il mondo, insomma il multilateralismo, sia condannato a morte, non è misurabile solamente con i vantaggi economici che ciascun paese può ricavarne (e più il paese è piccolo, più il vantaggio è grande) e che sarebbero cancellati. Far franare il multilateralismo vuol dire innanzitutto bloccare ogni azione su due fronti molto delicati che riguardano la globalizzazione: quello dell’ambiente e del riscaldamento globale, che necessita invece di decisioni urgenti, e quello della tassazione con la questione dell’evasione fiscale.

Su questi obiettivi di policy (ma anche altri come la difesa dei diritti dei lavoratori), gli accordi commerciali possono essere ottimi strumenti. Basterebbe considerare il commercio non solo fine a se stesso, ma come un cavallo di Troia per ottenere non solo obiettivi economici in senso stretto, ma anche comportamenti virtuosi sui fronti che non vanno verso la crescita della ricchezza, ma verso la crescita della società.

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