Osservatorio Banche

di Silvano Carletti

Corrono i prestiti. Ma anche gli accantonamenti per il rischio di credito

Silvano Carletti
Silvano Carletti

Secondo quanto comunicato dalla Bce, nello scorso marzo la consistenza dei prestiti al settore privato non finanziario è cresciuta di circa il 5% a/a, oltre un punto percentuale in più rispetto al mese precedente. Se si scompone questo dato, si rileva che i finanziamenti alle famiglie hanno registrato un’attenuazione della crescita al +3,4% a/a (-0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente) a fronte di un’accelerazione al 5,4% a/a (+2,4 p.p.) dei prestiti al comparto produttivo.

Nell’ambito dei prestiti alle famiglie, il credito al consumo è la componente che si è dimostrata più sensibile al mutamento del clima economico (+4,2% a marzo vs +6,1% a febbraio), pur se un rallentamento della loro crescita era già in atto da alcuni mesi; trattandosi di contratti che richiedono tempi più lunghi, contenuti sono stati i riflessi sulla dinamica dei prestiti per l’acquisto di abitazioni (+4% a/a a marzo dal +4,3% del mese precedente).

Ben più ampio lo sconvolgimento nell’ambito dei prestiti alle società non finanziarie, con un mutamento di passo particolarmente evidente per i finanziamenti a breve termine: nel loro caso, l’andamento stabilmente negativo dal 2012 si è convertito a marzo in una crescita del 2,7% a/a; meno netta, ma comunque significativa l’accelerazione dei prestiti a medio/lungo termine, la cui crescita è passata dal 3,7% di febbraio al 5,5% di marzo. 

Se invece che alla variazione degli stock si guarda al flusso dei nuovi finanziamenti alle imprese si rileva che nei primi tre mesi del 2020 questi sono stati pari a 140 mld a fronte dei 43 mld registrati nello stesso periodo del 2019. Quadruplicate le erogazioni a breve termine (da 12 a 50 mld) e triplicate quelle a medio/lungo termine (da 30 a 90 mld). Uscendo dall’Eurozona, analogo balzo verso l’alto si rileva anche nel Regno Unito, paese nel quale le banche sono per le imprese un riferimento meno importante (il credito bancario rappresenta solo metà dell’indebitamento totale): a marzo il flusso netto dei finanziamenti bancari alle imprese è salito fino a £30 mld rispetto ad una media mensile di £1 mld nell’ultimo triennio.

La pandemia ha avuto sulla dinamica del credito nei diversi paesi dell’Eurozona un impatto  solo in parte simile. Se in Francia e Germania si è trattato di un rafforzamento di un trend in atto, in Spagna e Italia la correzione appare più vistosa: nel primo trimestre 2019 il saldo tra nuovi prestiti e rimborsi delle società non finanziarie era stato negativo per l’Italia (-4,6 mld) e nullo per la Spagna; nel primo trimestre di quest’anno lo stesso saldo è positivo per 22 mld nel caso dell’Italia e per 11 mld in quello della Spagna. Nel nostro Paese Il dato di aprile è risultato ancora largamente positivo, seppure in misura inferiore a quanto visto nel mese precedente. 

Il quadro che da questi (e altri) dati si ricava è che il circuito bancario ha risposto in misura sostanziale al repentino aumento della domanda di liquidità espressa dalle imprese. Più difficile stabilire se questa risposta sia stata adeguata nei volumi e nelle modalità.

Come documentato in sede parlamentare (audizioni della Commissione bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario), nel nostro Paese si rilevano differenze nei comportamenti delle banche nella selezione delle istanze di finanziamento, soprattutto nei tempi di risposta.

Secondo il governatore Visco l’insufficiente rapidità è conseguenza di più fattori: da un lato l’eccezionale mole di domande ha evidenziato presso numerosi istituti (più spesso tra quelli di minore dimensione) problemi  di  natura  organizzativa  e  carenze nelle dotazioni informatiche; dall’altro lato, è opportuno considerare che il legislatore ha dovuto individuare un difficile equilibrio tra esigenze opposte, e cioè la rapidità delle erogazioni e la tutela dell’interesse pubblico (evitare finanziamenti di assai improbabile restituzione  o  loro possibile  utilizzo  da  parte  della  criminalità). 

Un importante contributo informativo alla comprensione della congiuntura finanziaria è venuto dai bilanci relativi al primo trimestre 2020. In un suo recente documento Mediobanca propone una loro lettura d’insieme relativamente alle 25 aziende non finanziarie considerate dall’indice FTSE MIB. Complessivamente queste aziende hanno registrato nei primi tre mesi del 2020 una flessione a/a dei ricavi di quasi il 14%. Da un lato è evidente che il Covid-19 ha condizionato questa grandezza solo per metà del trimestre, dall’altro lato se si esclude l’ENI la flessione si riduce a meno del 10%. Le aziende dei servizi, meno colpite dal lockdown, hanno registrato una flessione inferiore al 9%; viceversa, la contrazione del settore manifatturiero è più consistente (11,8%). 

Tra i molti dati proposti, nel documento di Mediobanca due colpiscono più di altri. Il primo è la riduzione di oltre un quinto del rapporto tra cassa e debiti finanziari (dal 24,4% a fine 2019 al 19,1% a fine marzo, un valore simile a quello del 2009); nella manifattura, dove questo rapporto è strutturalmente più alto, la flessione è stata molto più importante (dal 52,6% al 39,5%). A questa flessione si è accompagnato un parallelo indebolimento della struttura finanziaria: il rapporto tra debiti finanziari e patrimonio netto è aumentato in media di quasi 11 punti percentuali, di oltre 28 per le imprese manifatturiere private.

Questi dati introducono un tema che per le banche diventerà centrale nel prossimo futuro, quello dell’aumento del rischio di credito dovuto alla crisi causata dal Covid-19, un rischio più forte dal lato delle imprese che non da quello delle famiglie. Se è vero che una parte importante dei finanziamenti erogati in questi mesi beneficia della garanzia pubblica, è altrettanto vero che l’insieme del portafoglio prestiti risentirà non poco, oltre che della crisi, anche dell’incertezza della ripresa economica.

Alcune circostanze sembrerebbero contenere l’inevitabile pessimismo, a cominciare dal livello d’indebitamento: alla fine dello scorso anno, l’ammontare del debito delle imprese italiane era pari al 68% del PIL, contro una media del 108% per l’insieme dell’area dell’euro e valori superiori al 150% in Francia e nei Paesi Bassi. Favorevoli anche i dati che emergono dall’annuale approfondimento del Cerved su bilanci delle PMI: tra il 2012 e il 2018, il numero di quelle che operano completamente in autofinanziamento (senza debiti bancari o finanziari) è aumentato a 65 mila unità (+51%), quelle poco dipendenti dalle banche (debiti bancari inferiori al 10% dell’attivo) è aumentato a 94 mila unità (+34%). Inoltre, se in rapporto al capitale netto nel 2007 l’ammontare di debiti finanziari era pari a 115 per le PMI e a 111 per le grandi imprese, nel 2018 questo stesso rapporto risulta sceso, rispettivamente, a 63 e a 77. 

Questi dati sono incoraggianti. Tuttavia, come sperimentato nuovamente nel recente passato, il rischio di credito può raggiungere livelli elevati anche per il proporsi di un numero relativamente limitato di casi e/o per arretramenti strutturali di specifici settori. La crisi del settore delle costruzioni ha segnato i bilanci bancari italiani per molti anni così come le difficoltà della cantieristica hanno penalizzato seriamente alcune grandi banche tedesche. Per alcune attività (trasporto aereo, attività legate al turismo, etc) l’impatto dell’attuale pandemia è stato decisamente pesante e lunghi si prospettano i tempi di recupero.

Consapevoli del problema, molti tra i maggiori gruppi bancari hanno cominciato ad accantonare riserve specifiche. Secondo una rilevazione di Prometeia, nei bilanci relativi al primo trimestre 2020 sette tra i maggiori gruppi europei risultano aver stanziato 13 mld sul fronte del rischio di credito, dei quali circa 8 mld riferibili allo sfavorevole scenario determinato dal Covid-19. Sulla stessa linea si posizionano anche i principali operatori bancari italiani. Nel bilancio relativo al primo trimestre 2020 Unicredit risulta aver accantonato €900 mln a questo scopo. Più contenuto (€300 mln) lo stanziamento di Intesa che però ha annunciato che destinerà a questa riserva la plusvalenza netta (€900 mln) che nel corso dell’anno le deriverà dalla cessione a Nexi di sue attività nel settore dei sistemi di pagamento. Da parte sua, Ubi ha deciso di destinare circa 50 mln a maggiori  rettifiche principalmente analitiche a fronte di inadempienze probabili nei settori maggiormente penalizzati dalla crisi attuale.