Apr 2019
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Mercato Finanziario

Contro il riscaldamento globale scende in campo la finanza

Paola Pilati

La politica è pigra di fronte all’appello di Greta Thunberg a fare qualcosa per evitare i guasti del riscaldamento globale all’ambiente? Al suo posto risponde la finanza. Anche se può apparire strano, viste le colpe che la finanziarizzazione del capitalismo globale si porta dietro dall’esplosione della crisi, è proprio dal mondo di chi gestisce denaro e ne guida la destinazione, che sta venendo la spinta a cambiare in nome dell’ambiente. A premere perché quel denaro arrivi alle società che hanno una gestione responsabile rispetto al nostro futuro, e a mettere in allarme gli investitori sul rischio di non rispettare i parametri Esg: environmental, social, governance.

Da qualche anno, per esempio, è nata Arabesque, una società di asset management che considera gli Esg come dati di informazione finanziaria, sui quali selezionare le azioni da mettere in portafoglio, come ha deciso di fare da poco pure BNY Mellon, uno dei più grandi gruppi di gestione al mondo, spinto anche dalla direttiva Ue sugli enti previdenziali, UBS ha lanciato quest’anno un progetto pilota per aiutare gli investitori a dosare gli investimenti dei diversi settori Esg. BlackRock ha lanciato da poco sei nuovi ETF che combinano i criteri Esg con l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2. E anche la Commissione Europea sta sviluppando, attraverso il suo ActionPlan della finanza sostenibile, un sistema di classificazione per le attività economiche sostenibili, un green bond, e la creazione di indici “low carbon”.

Come mai tanta sensibilità al tema, tanta premura sulla necessità di agire in fretta per limitare e emissioni di CO2 e rispettare gli impegni alla decarbonizzazione presi con Cop21 a Parigi? Il fatto è che la questione non risponde solo alla difesa del nostro ambiente, ma è legata anche alla crescita economica nel futuro. E alla tenuta del valore degli investimenti fatti. Oggi si sono circa 30 trilioni di dollari investiti nel segmento del “sustainable investment”, ed è stato verificato che quando si applicano i criteri Esg nella scelta di dove investire, non si mette in pericolo il rendimento, ma sicuramente si riducono i rischi che si corrono.

Negli scandali che hanno coinvolto imprese di diverso tipo, dalla farmaceutica alle tlc, vuoi per fallimenti della governance, vuoi per scandali di mancati controlli sui bilanci, o che hanno toccato l’industria dell’auto nel caso degli airbag difettosi, o l’industria petrolifera per disastri ambientali, la perdita di valore dell’investimento è stata micidiale, e ancora un anno dopo il fatto continuava a riflettersi pesantemente sul valore dei titoli, in media dimezzati. L’assenza di Esg, insomma, può essere molto penalizzante.

Incorporare i criteri Esg, per il mondo della finanza, vuol dire non tanto garantirsi maggiori performance, ma limitare la volatilità del portafoglio. Per il rispamiatore che vi aderisce, vuol dire avere a che fare con imprese che sposano una buona gestione, sono più trasparenti e meno esposte alla corruzione, e fanno del bene alla società, obiettivo a cui oggi i Millennials che si affacciano al mondo dell’investimento, si dimostrano doppiamente sensibili rispetto ai propri genitori.

È su questo fronte che sta lavorando l’organismo creato nel 2015 dal Financial stability board: laTask Force on Climate-Related Financial Disclosures (TCFD). Il cammino fatto fino ad oggi la vede supportata da tre quarti delle banche “sistemiche”, 8 dei grandi asset manager globali, dai maggiori fondi pensione, e dalle grandi società di accountig. Come dire una forza finanziaria di 110 trilioni di dollari. E dal recente monitoraggio della TCFD è emerso che le compagnie assicurative hanno rivisto i loro scenari sul riscaldamento globale, e che la maggioranza delle banche tengono ormai conto dei temi del clima nel loro business.

I clienti ideali per l’investimento Esg sono soprattutto gli investitori istituzionali, fondi pensione in prima fila, visto che devono garantire che i soldi che ricevono si trasformino in rendite nel lungo periodo. Tra di loro, seguire il filone Esg negli ultimi cinque anni è diventato mainstream. Cioè non è più relegato ai margini del mondo fnanziario, come una eccentricità: l’85 per cento dei possessori di asset prende in considerazione i criteri Esg quando deve valutare un manager responsabile della politica degli investimenti. Esempi? Nel 2017 il Fondo statale per le pensioni del Giappone, il più grande del mondo, ha annunciato che avrebbe aumentato la sua quota di “investimenti sostenibili”; il Fondo sovrano norvegese ha da poco annunciato che non investirà più in compagnie di ricerca petrolifera e gas.

Visto che le società Esg non sono identificabili per una migliore performance, come vengono scelte dal mondo della finanza? La ricerca punta a individuare il vincitore nel lungo termine, e questo perché la durata della performace delle imprese si è via via accorciata. Lo dimostra un dato: tra le società che facevano parte dell’indice S&P500 nel 1957 quasi tutte ne sono uscite tranne 65; se nel 1965 la resistenza di un’impresa nello S&P500 era in media di 33 anni, nel 1990 era scesa a 20, e la previsione è che la metà di quelle che compongono ora lo S&P500 sarà rimpiazzata tra 10 anni. Cosa vuol dire? Che il requisito della resistenza è fondamentale, e l’adesione ai criteri Esg viene visto come una carta per durare più a lungo.

Ma c’è un ulteriore fattore che rafforza il trend. Le norme che riguardano i fondi pensione in Europa. C’è innazitutto il regolamento sulla governance degli schemi di pensione e sulle scelte d’investimento, che richiedono ai gestori dei fondi di dichiarare se utilizzano gli Esg, in particolare i fattori che riguardano i cambiamenti di clima. Non solo: dovranno anche dichiarare come valutano i rischi possibili sul fronte clima e ambiente, come potrebbe impattare sugli asset posseduti e come intendono affrontarlo. Obblighi che vanno rispettati subito, a partire dal 2019 e non oltre il 2020.

Non basta, a spianare la strada all’adozione degli Esg c’è anche la Direttiva europea sui diritti degli azionisti, che diventerà operativa il prossimo 10 giugno e che riguarda tutti gli investitori istituzionali, fondi inclusi. In base a questa direttiva, le società quotate dovranno aumentare la propria trasparenza verso gli investitori, e soprattutto esplicitare pubblicamente le proprie policy verso l’obiettivo di coinvolgerli di più e per integrare gli Esg nelle scelte manageriali.

Uno scenario che può cambiare molte cose, a cominciare dall’atteggiamento degli stessi azionisti. In che modo? Spingendoli a partecipare di più, magari con una delega, al voto sulle scelte relative alla sostenibilità e alle strategie correlate, insomma a contare e pesare di più. E a fare pressione sul management delle aziende per dare risposte sui propri comportamenti. Obbligandoli a prendersi pubblicamente la responsabilità di infischiarsene dell’ambiente.

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