approfondimenti/politica economica
Guerre commerciali

Come salvare il made in Italy

Paola Pilati

Dopo la frenata del 2018, il volume degli scambi commerciali mondiali è oggetto di osservazione sempre più preoccupata da parte di governi e organizzazioni internazionali. Anche il 2019, infatti, non presenta segni incoraggianti di ritorno ad una crescita sostenuta: tra Usa e Cina non sono ancora caduti i motivi di frizione, in diverse parti del mondo prevalgono tensioni, i dazi -minacciati o imposti davvero – sono il fattore che avvelena il clima e non solo rallenta l’import export, ma scoraggia anche gli investimenti. Insomma, uno scenario assai negativo per il benessere globale. Con quale impatto per l’Italia, paese esportatore? Lo spiega in questa intervista Beniamino Quintieri, presidente della Sace e professore di economia internazionale a Tor Vergata.

Il commercio internazionale rallenta: lo hanno certificato sia il Fondo monetario che il Wto. La Lagarde ha annunciato un taglio delle previsioni di crescita proprio per questo motivo. Davvero l’import-export ne è il maggiore responsabile?

«Le ragioni del rallentamento sono in realtà molteplici. Sul minor ritmo della crescita mondiale, scesa nel 2018 al 3,6% (dal 3,8% del 2017), hanno pesato diversi fattori, che hanno riguardato tanto i mercati emergenti quanto gli avanzati: i primi segnati da instabilità e in svariati casi da turbolenze finanziarie e valutarie, come nel caso di Argentina e Turchia, i secondi attraversati da un rallentamento pressoché generalizzato, specie dei Paesi dell’Eurozona. In questo contesto, è innegabile che le tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti, deprimendo gli scambi e deteriorando la fiducia delle imprese, abbiano avuto effetti molto rilevanti sul ciclo degli investimenti anche nei Paesi non direttamente coinvolti, contribuendo in modo determinante al rallentamento globale. Il quadro è molto complesso e non stupisce che anche le previsioni per il 2019 siano di un’ulteriore decelerazione, tanto del Pil globale (+3,3%) quanto del commercio internazionale (+2,6% secondo il Wto)».

L’Italia viene indicata come il paese in peggiori condizioni tra quelli avanzati. Quanto pesa il rallentamento dell’Italia?

«È un tema ricorrente e che merita di essere ben contestualizzato, quello della scarsa performance italiana: dal “Sick man of Europe” dell’”Economist” nel 2005 (e ancora nel 2008 sul “The Daily Telegraph”), all’acronimo PIIGS, coniato dalla stampa britannica nel 2007 per descriverci come le geografie più deboli d’Europa insieme a Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna. In effetti, storicamente, l’Italia è cresciuta a ritmi lenti a confronto con le altre economie avanzate. Di certo, questo ha avuto e ha un suo peso, specie sulla dinamica dell’Eurozona: l’Italia è infatti il terzo mercato dell’area in termini di Pil ed è legata alle altre economie europee da forti relazioni produttive e commerciali. Molte sono le cause della scarsa crescita, fra cui, in particolare, il fardello del debito pubblico e la mancanza di riforme adeguate a rendere il sistema italiano più produttivo e dinamico».

Eppure il nostro export non è crollato. Il peggio deve ancora venire?

«Non ne sarei così certo. Gli scenari sono indubbiamente complessi, ma per l’Italia l’export è stato, è e sarà, uno dei principali motori dell’economia. Nell’ultimo anno le esportazioni italiane hanno continuato a trainare la crescita del Paese e, seppur rallentate rispetto all’exploit del 2017, hanno continuato a crescere a un tasso del +3%, superando i 460 miliardi di euro. Una dinamica, questa, che probabilmente si ripeterà nel 2019. Gli analisti sono concordi nella previsione di una crescita delle nostre esportazioni, che ancora una volta supporteranno un contesto economico altrimenti in difficoltà. Il nostro Paese risente del complesso clima internazionale, ma, quantomeno, la bassa elasticità dell’offerta Made in Italy rispetto al prezzo mette un po’ più al riparo le nostre esportazioni dalle conseguenze dirette di dinamiche quali la guerra commerciale».

In questo scenario quali sono i fattori più preoccupanti?

«Il nostro Paese ha indubbiamente risentito del rallentamento dell’economia globale e del clima di crescente incertezza dovuto, da una parte al protezionismo e, più da vicino, a una Brexit “disordinata” che tutt’ora si trova in un’impasse. Hanno sicuramente inciso le crisi di importanti mercati di sbocco del nostro export, basti pensare ai casi di Argentina e Turchia, dove le nostre vendite si sono contratte del 10%. E, guardando concretamente anche più da vicino, ha inciso il rallentamento di alcuni Paesi dell’Eurozona e soprattutto quello tedesco, a cui la nostra economia è legata a doppio filo. La Germania è il nostro primo partner commerciale, sia come paese importatore che esportatore, con una significativa parte del valore aggiunto prodotto in Italia (il 51% nel 2014), incorporata negli ingenti flussi di esportazioni tedesche verso il mondo. Nel solo 2018 l’export italiano verso Berlino si è attestato a ben 60 miliardi di euro, per un peso complessivo del 12,5% sul totale, segnando un aumento di quasi il 30% dal 2010».

L’accordo Italia-Cina sulla via della seta può davvero essere una svolta per noi?

«Potenzialmente sì. Per realizzare i grandi progetti infrastrutturali e satellite previsti nei molti paesi coinvolti dalla Belt and Road Initiative, i grandi contractors cinesi avranno sempre più bisogno di tecnologie all’avanguardia e capaci di rispettare alti standard ambientali, beni e servizi che le imprese italiane possono offrire a condizioni competitive. Su questo stiamo lavorando anche come SACE SIMEST, attraverso accordi strategici per favorire il posizionamento delle nostre imprese nelle catene internazionali. Grazie alla maggior apertura del mercato cinese, anche i beni di consumo Made in Italy potranno più facilmente intercettare la crescente domanda che la BRI stimolerà e plasmerà in un orizzonte di medio periodo».

Quali sono i settori che possono soffrire di più?

«Il rallentamento dell’economia globale atteso nel 2019 vedrà nella componente degli investimenti la frenata più significativa. È possibile quindi immaginare che, anche nel nostro Paese, a soffrire di più saranno principalmente i beni strumentali: impiantistica, macchinari e tecnologie industriali. Una categoria che include anche i beni del settore automotive, un comparto d’eccellenza italiano colpito dalla decelerazione tedesca e da un quadro congiunturale decisamente complesso per quest’industria».

Chi viceversa resiste meglio?

«Dovrebbero tenere meglio, invece, i beni di consumo, e gli ultimi dati sulla produzione industriale hanno dato un segnale in tal senso. In questo comparto – soprattutto per quanto riguarda le famose tre “F”, fashion, forniture, food – l’Italia annovera eccellenze di grande appeal a livello globale, che hanno i giusti anticorpi per reagire alla complessità».

Che cosa potrebbe dare un nuovo corso allo scenario, e da chi dovrebbe venire?

«Chiaramente la congiuntura avversa pesa, ma non mancheranno occasioni di crescita sui mercati internazionali. Dobbiamo essere più proattivi e andare a intercettare la crescita laddove proverrà, consapevoli che export e l’internazionalizzazione sono un motore fondamentale di crescita per l’Italia. Sarà necessario ampliare il raggio d’azione dai nostri mercati più vicini sempre più verso i paesi emergenti, geografie che mostrano il maggior potenziale. Per aumentare la propria competitività sui mercati esteri e fare dell’export meno occasionale e più strutturato, dovremo aiutare le PMI che rappresentano la grande maggioranza delle imprese italiane, a crescere lungo tre direttrici: investire in innovazione e digitalizzazione; diversificare ed espandere i propri mercati di riferimento; perseguire una scala più grande, sfruttando la flessibilità che le piccole dimensioni permettono ma superandone i vincoli».

Quanto conta la riforma del Wto, su cui si sta trattando, e dove ci può portare?

«Si tratta di un processo fondamentale. È ampiamente dimostrato che l’integrazione commerciale porta sviluppo, crescita della produttività e diffusione di know-how fra paesi. Viceversa, è altrettanto dimostrato che l’introduzione di barriere (tariffarie e non) ha sempre effetti negativi sulla crescita. La riforma del WTO è dunque prioritaria per ristabilire un quadro condiviso di regole e promuovere il dialogo multilaterale, unico vero forum in grado di ricondurre gli attori e i Paesi – Usa e Cina in primis – a una competizione virtuosa, ed evitare una nuova escalation protezionistica. In questa direzione, l’Europa sta facendo la sua parte, come dimostra l’impegno per la definizione di nuovi accordi commerciali – da quelli già firmati con Canada e Giappone a quelli attualmente in discussione con Messico, India, Australia, Paesi Asean e Mercosur, fino al più recente summit proprio con la Cina -, confermandosi un baluardo del multilateralismo da cui anche il nostro Paese può trarre grandi benefici. Il prossimo G20 di Osaka sarà un’occasione importante per far avanzare la riforma, con diversi punti da dirimere: dai sussidi statali, al trasferimento di tecnologia, fino all’enforcement delle norme esistenti».