Nessuno

Cantiere Europa / Il Patto di stabilità

Come riscrivere la regola del debito

Paola Pilati

Mentre il Covid impegna la nostra quotidiana attenzione, e i governi si svenano per far fronte all’emergenza con interventi di nuovo welfare che facciano da sostegno ai redditi, sembra quasi un gesto di cattivo gusto quello di chi inizia ad accendere qualche segnale di allarme sui rischi dell’indebitamento sovrano in crescita e su quelli dell’impatto che la pandemia provocherà sul sistema economico-finanziario. 

La prima consapevolezza che sta facendo strada è quella sulla forma della ripresa: non certo a V, come si prevedeva, ma una “double dip”, una doppia caduta. Il risveglio della produzione industriale dopo il lockdown aveva alimentato l’illusione che il futuro sarebbe stato più roseo, e invece l’Ufficio parlamentare di bilancio ha appena stimato, nel 4° trimestre, una contrazione tra il meno 3,5 e il meno 8%, che farebbe dimagrire il Pil 2020 di altri 1-2 punti, e si trascinerebbe pesantemente sul 2021.

Il Rapporto di Prometeia/Intesa sui settori industriali (ottobre 2020) parla di un calo del fatturato del manifatturiero italiano del 14,3 per l’anno in corso – nonostante il boom della farmaceutica – che verrà recuperato tra il 2021-22 solo grazie all’arrivo dei fondi europei del recovery fund ma non certo per una ripresa della spesa delle famiglie.

Le voci più allarmate risuonano fuori dall’Italia, ma non per questo non ci riguardano. Puntano il dito, innanzitutto, sul debito che cresce. Il Fondo monetario internazionale stima che, rispetto alle previsioni pre-Covid, nel 2021 il debito mediano rispetto al Pil, salirà del 17 per cento nelle economie avanzate, del 12 per quelle emergenti e dell’8 per i paesi più poveri e quindi più vulnerabili. 

Carmen Reinhart, l’economista diventata famosa per il libro scritto con Kenneth Rogoff (“This Time Is Different: Eight Centuries of Financial Folly”) sulle origini della Grande crisi finanziaria, e ora capo economista alla Banca Mondiale, in una intervista a Bloomberg ha detto senza mezzi termini che per come si stanno mettendo le cose la pandemia si può trasformare in crisi economica profonda e in crisi finanziaria: “È vero che siamo in una guerra, e in questi casi i governi finanziano le loro spese come possono», ha affermato, «ma è uno scenario che non è sostenibile a lungo».

Altro allarme, quello con cui la Bce ha segnalato che il fenomeno dei Non performing loans, per le banche europee, potrebbero arrivare a 1,4 trilioni di euro in uno scenario negativo, ma neanche tanto remoto. Un livello mai raggiunto, neanche nel 2008 con lo scoppio della crisi finanziaria, e neppure nel 2011, con la crisi del debito sovrano in Europa.

Andrea Enria, capo della Vigilanza della Bce, è intervenuto sul tema chiedendo di arrivare rapidamente alla costituzionedi una Bad bank europea, che darebbe una risposta più efficiente al tema degli Npl delle singole iniziative nate a livello nazionale. 

Una Bad bank che non sarebbe solo un’ancora di salvezza per le banche in difficoltà, ma servirebbe anche come opportunità per una ristrutturazione dell’eccesso di capacità del sistema bancario europeo e per il suo consolidamento su basi più solide, ha avvisato Enria. In alternativa, c’è la soluzione di un network di società nazionali di asset management, che rispondano a un unico standard per stabilire il prezzo degli Npl trasferiti dalle banche, e con un unico sistema di finanziamento ancorato a un’entità a livello europeo che garantisca loro un merito di credito unico. L’una o l’altra soluzione, pare dire Enria, purché si faccia in fretta.

Tutte queste campane suonano per l’Europa. E suonano ricordandoci un tema quasi rimosso: quello della sospensione delle regole del Patto di stabilità e crescita – attivata in marzo e in vigore fino alla fine del 2021 – che ha consentito le politiche fiscali oggi in azione. 

È davvero tramontata per sempre l’era del rigore, come fa pensare persino Christine Lagarde quando propone che gli strumenti di politica fiscale nati contro la pandemia entrino nella normale cassetta degli attrezzi europea?Ma come può la pietra angolare dell’euro, fatta di rigidi parametri come il 3 per cento di deficit e il 60 di indebitamento rispetto al Pil, essere rimossa senza conseguenze sui mercati?

In realtà la pandemia ha offerto su un piatto d’argento l’occasione per una revisione delle regole, nel senso di una loro semplificazione, di cui si sentiva il bisogno. Ma nulla è ancora accaduto. A dare la sveglia ci ha pensato Niels Thygesen, presidente dello European Fiscal Board, che nel rapporto annuale appena presentato (https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/efb_annual_report_2020_en.pdf) parla senza mezzi termini delle criticità che l’applicazione delle regole del Patto ha messe in luce, e dell’impossibilità di riattivarle così come sono. Vanno perciò ripensate del tutto, soprattutto la regola del debito, che dopo l’emergenza Covid-19 sarà impossibile rispettare quasi per tutti.

Le finanze pubbliche dei paesi euro troveranno molto difficile attenersi alle richieste di riduzione del debito disegnate dal Six pack (un ventesimo di riduzione per anno) mantenendo tutte lo stesso passo. Sarà quindi necessario, afferma lo European Fiscal Board, pensare a sentieri diversi e tempi diversi per paesi con differenti livelli di indebitamento. Tuttavia – consiglia ancora – sarà importante indicare comunque un target per il debito, anche se per qualche paese – vedi Italia e Spagna – il suo raggiungimento fosse più lontano: senza un target, il tasso sulle emissioni sovrane di quel paese finirebbe in balia della speculazione.

Il tempo per mettere le mani nel Patto di Stabilità e crescita c’è, ma un anno per una materia così divisiva tra paesi frugali e non può diventare persino breve. Quindi occorre cominciare, da ora, anche in mezzo alla tempesta.