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SFIDE TECNOLOGICHE
Come governare la rivoluzione dell'AI

Impatto sul mondo del lavoro, in termini di riduzione dei posti tradizionali e di domanda di nuove professionalità. Impatto sull'intera economia per gli effetti sulla produttività del paese. Ecco la rivoluzione dell''AI vista da McKinsey e dalla Banca d'Italia

Paola Pilati

L’intelligenza artificiale sta già cambiando il mercato del lavoro americano. E non soltanto nei laboratori della Silicon Valley. Le prime conseguenze concrete si vedono nelle grandi aziende tecnologiche, nella finanza, nei servizi e persino nelle professioni qualificate. Meta ha annunciato il taglio di migliaia di posti di lavoro mentre accelera sugli investimenti in agenti AI capaci di svolgere attività oggi affidate ai dipendenti umani. Secondo Reuters, tra licenziamenti e trasferimenti verso le nuove divisioni dedicate all’intelligenza artificiale, la ristrutturazione coinvolgerà circa il 20% della forza lavoro del gruppo.

Non è un caso isolato. Il gruppo bancario internazionale Standard Chartered ha comunicato da Londra l’eliminazione di 8 mila posti amministrativi nei prossimi quattro anni grazie all’automazione. E il dibattito si sta rapidamente spostando da una domanda teorica – “l’AI sostituirà il lavoro?” – a una molto più concreta: quali lavori sopravviveranno e quali saranno trasformati.

Le professioni più esposte sono quelle basate su compiti ripetitivi, standardizzati e codificabili: customer service, attività amministrative, supporto legale di base, traduzioni, contabilità elementare, sviluppo software junior. Ma la novità rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche è che questa volta anche il lavoro cognitivo qualificato entra nel mirino. Il governatore della Bank of England Andrew Bailey ha sottolineato che l’impatto dell’AI potrebbe riguardare “posti di lavoro più qualificati e perfino gli entry level jobs”, cioè i ruoli di ingresso tradizionalmente utilizzati per formare nuove professionalità.

Eppure, accanto alle paure, cresce anche una narrazione molto ottimista. Gli evangelisti dell’intelligenza artificiale promettono una nuova età del tempo libero. Sam Altman, numero uno di OpenAI, immagina una settimana lavorativa di quattro giorni. Jamie Dimon, ceo di JPMorgan, parla addirittura di tre giorni e mezzo. Bill Gates si spinge fino a due giorni di lavoro settimanali. L’idea è semplice: se le macchine producono di più, gli esseri umani potranno lavorare meno.

Ma la realtà economica potrebbe essere meno lineare. Gli aumenti di produttività non si traducono automaticamente in più tempo libero. Una parte degli economisti mette in guardia dal rischio che l’AI produca soprattutto più consumi, più domanda e quindi nuove pressioni inflazionistiche.

Il meccanismo è quello già osservato in passato. Se l’intelligenza artificiale aumenta i salari dei lavoratori più produttivi, molti sceglieranno non di lavorare meno ma di consumare di più. Questo incremento della domanda può spingere al rialzo i prezzi, soprattutto nei settori meno automatizzabili: edilizia, sanità, assistenza, cura delle persone, servizi locali. È il cosiddetto “effetto Baumol” (teorizzato dall’economista William Baumol e chiamato anche “malattia dei costi”): i comparti ad alta intensità di lavoro umano diventano relativamente più costosi rispetto a quelli automatizzati.

I dati storici americani mostrano che negli ultimi decenni la produttività è cresciuta enormemente senza tradursi in una drastica riduzione delle ore lavorate. Alcuni beni industriali, grazie all’automazione e alla globalizzazione, costano oggi meno che negli anni Settanta. Ma sanità, trasporti e soprattutto casa sono diventati molto più cari. Questo significa che molti lavoratori potrebbero essere costretti a continuare a lavorare a lungo semplicemente per mantenere lo stesso tenore di vita.

L’intelligenza artificiale, insomma, non cancella automaticamente le dinamiche economiche tradizionali. Per arrivare davvero a settimane lavorative molto più corte servirebbero trasformazioni profonde delle istituzioni economiche e fiscali: limiti legali all’orario, forte redistribuzione dei redditi, nuove forme di tassazione del capitale tecnologico. Non a caso, negli Stati Uniti si discute sempre più di “robot tax”, tasse sui profitti generati dall’AI o perfino di fondi pubblici che distribuiscano ai cittadini una quota dei guadagni prodotti dalle piattaforme tecnologiche.

Ma che cosa accadrà in Europa? E soprattutto: l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro sarà altrettanto sconvolgente rispetto a quello che si sta iniziando a osservare negli Stati Uniti?

Secondo il McKinsey Global Institute, il cambiamento sarà comunque profondo. Nei dieci principali Paesi europei circa il 58% delle ore lavorate potrebbe teoricamente essere automatizzato grazie alle tecnologie oggi disponibili, mentre il 42% dell’occupazione è concentrato in professioni che potrebbero diventare fortemente influenzate dall’intelligenza artificiale. Non significa che quasi metà dei lavoratori perderà il posto, ma che una quota molto ampia delle attività svolte quotidianamente subirà una trasformazione radicale. Saranno particolarmente esposti i lavori amministrativi, contabili, bancari, assicurativi, logistici e tutte quelle professioni caratterizzate da procedure standardizzate e da un forte utilizzo di informazioni strutturate.

L’Europa, tuttavia, parte da condizioni molto diverse rispetto agli Stati Uniti. Il tessuto economico europeo è composto da una quota molto elevata di piccole e medie imprese, spesso meno attrezzate rispetto ai colossi americani per investimenti massicci in AI. Questo potrebbe produrre una trasformazione più graduale ma anche più disomogenea tra Paesi e settori. In Italia, ad esempio, manifattura avanzata, logistica, finanza e pubblica amministrazione sono tra gli ambiti più esposti, mentre i servizi alla persona e molte professioni artigianali potrebbero mantenere più a lungo una forte componente umana. Lo stesso rapporto McKinsey evidenzia che circa il 31% dei posti di lavoro europei resta fortemente “people-centric”, cioè basato su giudizio umano, adattabilità e relazione interpersonale: sanità, istruzione, assistenza, management, manutenzione specializzata.

Ed è qui che entra in gioco la prospettiva offerta da una nuova ricerca della Banca d’Italia. Se il rapporto McKinsey si concentra soprattutto su come l’AI cambierà il lavoro, Via Nazionale guarda invece all’impatto sull’intera economia. E la conclusione è che la vera sfida europea, e italiana in particolare, potrebbe non essere l’eccesso di automazione, bensì il rischio di non adottare abbastanza rapidamente queste tecnologie.

La questione è particolarmente rilevante per l’Italia, che da oltre vent’anni convive con una crescita della produttività tra le più deboli del mondo avanzato. Secondo la Banca d’Italia, l’intelligenza artificiale rappresenta una delle poche innovazioni in grado di incidere significativamente su questo problema strutturale. In uno scenario di diffusione estesa dell’AI, la produttività del lavoro potrebbe aumentare fino a oltre un punto percentuale all’anno nel prossimo decennio, un’accelerazione che avrebbe effetti importanti sulla crescita economica, sui salari e sulla competitività del sistema produttivo.

Il paradosso è che proprio mentre cresce il dibattito sui rischi occupazionali dell’intelligenza artificiale, l’Italia continua a utilizzarla relativamente poco. Secondo l’indagine di Bankitalia, soltanto una minoranza delle imprese impiega oggi sistemi AI in maniera significativa e l’adozione resta inferiore a quella osservata nei principali partner europei. Questo significa che il problema italiano potrebbe essere duplice: da un lato prepararsi alla trasformazione del lavoro descritta da McKinsey; dall’altro evitare di perdere i benefici di produttività che la tecnologia promette.

Le due dimensioni, del resto, sono strettamente collegate. Proprio perché molte attività verranno automatizzate, le imprese potranno produrre di più con le stesse risorse. Ma perché questo accada non basta installare nuovi software. La ricerca di Bankitalia sottolinea che i guadagni di produttività dipenderanno soprattutto dagli investimenti complementari: organizzazione aziendale, formazione, infrastrutture digitali, gestione dei dati e qualità del management. È la stessa lezione emersa in passato con Internet e con la digitalizzazione: la tecnologia da sola non basta, servono cambiamenti profondi nel modo di lavorare.

Per i lavoratori europei questo significa che il tema centrale non sarà tanto la sostituzione pura e semplice da parte delle macchine, quanto la capacità di collaborare con esse. McKinsey osserva che circa tre quarti delle competenze oggi richieste dalle aziende europee continueranno a essere utilizzate anche in un contesto fortemente automatizzato. Cambierà però il loro peso relativo. Acquisteranno valore le capacità di problem solving, il pensiero critico, la creatività, le competenze relazionali, la leadership e la capacità di prendere decisioni in contesti complessi. Accanto a queste crescerà rapidamente la domanda di competenze legate all’utilizzo e alla supervisione degli strumenti di intelligenza artificiale, quella che sempre più spesso viene definita AI fluency.

Il futuro delineato dai due studi, dunque, non è quello di una semplice sostituzione del lavoro umano. È piuttosto quello di una profonda riconfigurazione delle professioni. Un contabile utilizzerà agenti AI per elaborare documenti e analizzare dati. Un medico si affiderà a sistemi intelligenti per interpretare esami diagnostici. Un avvocato controllerà e rifinirà documenti preparati da modelli generativi. Un manager dovrà coordinare persone e algoritmi all’interno dello stesso processo produttivo.

Per l’Europa la sfida sarà quindi duplice: gestire l’impatto sociale della trasformazione occupazionale e, allo stesso tempo, sfruttare il potenziale di crescita che l’AI può offrire a economie caratterizzate da bassa produttività, invecchiamento demografico e crescente concorrenza internazionale. Se negli Stati Uniti il dibattito ruota soprattutto attorno ai posti di lavoro che potrebbero essere eliminati, nel Vecchio Continente la domanda potrebbe essere anche un’altra: cosa accadrà se non riusciremo a utilizzare abbastanza rapidamente questa tecnologia?

È in questo contesto che acquista particolare significato il consiglio del governatore della Bank of England Andrew Bailey. La storia delle rivoluzioni tecnologiche insegna che non esiste un destino predeterminato. Gli effetti dell’innovazione dipendono dalle scelte di governi, imprese e sistemi educativi. Per questo, sostiene Bailey, la priorità non è fermare l’intelligenza artificiale ma investire nelle competenze necessarie per governarla. Perché il rischio maggiore potrebbe non essere quello di essere sostituiti dall’AI, ma quello di non essere preparati a lavorare insieme ad essa.

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