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L'Europa e il dilemma delle tasse

Come finanziare il Next generation EU

Paola Pilati

Mentre nelle capitali europee i governi si stanno lambiccando sui progetti per utilizzare i fondi del Next generation EU, a Bruxelles ci si interroga su come trovare i 750 miliardi promessi. E molti pensano che Ursula von der Leyen abbia lanciato troppo in fretta il cuore oltre l’ostacolo. L’Europa non si è mai indebitata sul mercato, è bloccata nelle decisioni dalla regola dell’unanimità, e tutto parte nell’anno peggiore, segnato da una pandemia che ha tagliato le gambe alla crescita, che non si sa con certezza quando ritroverà slancio. 

Senza contare l’incertezza che circonda i cambiamenti sulle regole europee di governance fiscale e sul come verrà contabilizzata la quota dei prestiti del Recovery plan. Un aspetto che per l’Italia è cruciale, visto che il rapporto debito/Pil sta raggiungendo il 160 per cento (stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio per il 2021), che con l’aggiunta dei prestiti che il governo sembra intenzionato a chiedere (fino a 120 miliardi secondo valutazioni di Bankitalia) lieviterebbe al 168 per cento. Esponendoci quindi a qualche rischio sui mercati.

Forse proprio per dissipare queste ombre, nel suo discorso sullo stato dell’Unione von der Leyen ha sparso il balsamo della fiducia. Ha rilanciato tutti gli obiettivi che si era già data al momento del suo esordio alla presidenza Ue – i giovani, l’economia verde, lo sviluppo della tecnologia digitale – ha usato parole come inclusione, protezione, tutela, salute. 

Ha cercato di raggiungere il cuore dei cittadini – per esempio proponendo il salario minimo e il diritto d’asilo – e ha presentato loro una nuova narrativa dell’Europa, più vicina, equa, sensibile ai bisogni.

Ma è riuscita anche a toccare le corde giuste per farsi seguire dalla politica?

Il vero banco di prova sarà non tanto la condivisione degli obiettivi, quanto con quali tasse si potranno finanziare. Il 30 per cento del NGEU verrà dall’emissione di green bond, ha annunciato Ursula. Ma come verrà sostenuta la lotta al climate change con il target giusto ma ambizioso di arrivare alla neutralità per il 2050?

Nella riunione informale che i ministri delle Finanze hanno tenuto a Berlino la settimana scorsa si è parlato della necessità per il budget di Bruxelles di trovare una fonte di risorse proprie indipendenti dai paesi membri. Ma la soluzione che metta tutti d’accordo, e superi le resistenze nazionalistiche in tema di tassazione, è ancora lontana.

Eppure a fine luglio le indicazioni sortite dall’incontro speciale del Consiglio europeo sembravano chiare (https://www.consilium.europa.eu/media/45109/210720-euco-final-conclusions-en.pdf): una tassa sulla plastica non riciclata, un dazio ambientale (il carbon border adjustment mechanism), una digital tax, una riforma della borsa degli scambi dei diritti di emissione di anidride carbonica, una tassa sulle transazioni finanziarie. La prima tassa è già deciso che partirà a inizio 2021, il dazio ambientale e la digital tax dovrebbero scattare nel 2023 (ma quest’ultima, che tassa i revenues dei big del Nasdaq, è fonte di tensioni con gli Usa), quella finanziaria è ancora allo stadio potenziale. 

Resta in pista la revisione dell’Emission trading system (ETS), che penalizza le industrie più inquinanti, ed è in armonia con l’obiettivo di rendere l’Europa carbon free nel giro di trent’anni. È proprio su questo argomento che i ministri delle Finanze riuniti a Berlino hanno potuto riflettere di più durante un briefing tenuto sul tema dal Bruegel Institute (https://www.bruegel.org/wp-content/uploads/2020/09/PC-16-2020-110920.pdf).

Il primo passo deve essere ovviamente di sfilare gli incassi degli scambi dei diritti di emissione dalle casse dei singoli Stati. Ma cosa c’è di più logico che attribuire gli incassi dell’ETS all’EU, invece che allo Stato membro in cui le emissioni vengono realizzate, visto che la politica sul contenimento della Co2 fa capo all’Europa?, sostiene il Bruegel. Poi ci sono anche motivi economici. Il più forte dei quali è che con questa tassa si può coprire il fabbisogno del NGEU in gran parte se non del tutto.

Passando dallo scenario più conservativo a quello più ottimistico, il Bruegel stima infatti che il sistema possa rendere alle casse europee da un minimo di 329 miliardi tra il 2021 e il 2050, a un massimo di 1,5 trilioni (includendo nel sistema delle emissioni anche il 50 per cento del settore agricolo e del trasporto aereo, oggi esclusi). E con uno scenario intermedio, il più realistico, che può far incassare 789 miliardi nei prossimi trent’anni.

Tutto questo fa della tassa sulle emissioni il candidato più promettente per consentire all’Europa di indebitarsi fino a 390 miliardi tra il 2021 e il 2026 e ripagare il debito per il 2058. 

Il cambiamento del sistema da nazionale a europeo potrà comportare delle compensazioni, osserva il rapporto, e quindi qualche spesa collaterale. Ma darebbe il segnale che l’impegno europeo verso i problemi climatici è preso sul serio. E metterebbe un altro tassello a un bilancio europeo vero e proprio.