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RISPOSTE ALLA CRISI/ IL RUOLO DELLE ASSICURAZIONI

Come assicurarsi dal rischio di una pandemia

Andrea Battista
Andrea Battista

Nella gestione degli effetti della pandemia il settore assicurativo è stato in questi mesi in seconda linea rispetto al mondo bancario, che ha il centro della scena economica e mediatica per i finanziamenti garantiti e per il credito di sostegno alla ripartenza.

Ciò è corretto e inevitabile, perché è difficile fare a meno del credito in emergenza – aldilà della necessaria dose di ”equity” nella forma dei contributi a fondo perduto in qualche misura necessari – e il credito di massa garantito in tempi brevi lo possono fare solo le banche commerciali, perché il tema è disporre sia della “tecnologia in atto” che della capacità distributiva capillare. 

Ogni altra ipotesi di denaro che “piove” sui conti delle aziende in automatico ora è pura fantasia; le procedure creditizie possono e dovrebbero essere estremamente semplificate ma non possono essere evitate. 

Nel breve le assicurazioni possono certo contribuire alla liquidità delle imprese quali ottimi pagatori, dato che sono strutturalmente lunghe di liquidità, tra l’altro non facile da impiegare ai tassi (e rischi) attuali. 

In linea di principio emettere credito garantito – comunque remunerato – potrebbe essere un buon attivo a copertura delle riserve assicurative ma nella pratica tecnologia e distribuzione capillare – come sopra già accennato – lo rendono impraticabile.
 
In ogni schema di financing, però, il 100 per cento di debito non può mai funzionare ed essere men che meno una soluzione ottimale. 

Il meccanismo assicurativo e le compagnie che lo veicolano possono e debbono svolgere il loro ruolo più importante “nel dopo”, visto che nel durante poteva funzionare solo se esisteva “prima”.

Questo ruolo consiste nello svolgere “la gamba” equity privata, ad integrazione della leva fornita dal debito bancario. 

Il motivo è prettamente teorico: l’assicurazione funziona tanto più quanto più il rischio è lontano dal materializzarsi. Può sembrare una banalità ma spesso tendiamo a percepire il bisogno di assicurarci quando il rischio è incombente; nel migliore dei casi il costo è esorbitante, spesso ci ritroviamo nel territorio dell’azzardo morale e della c.d. “anti selezione” e quindi il rischio non è assumibile. Ciò è vero soprattutto proprio per gli eventi rari, la c.d. maledizione della “bassa frequenza”.

Quindi l’essenza del risk management è gestire e prevenire il rischio soprattutto quando non c’è.  Assieme alla efficace gestione “nel durante”, la preparazione alla contingenza negativa è parte essenziale di una strategia di successo – anche per quanto riguarda il funding delle risorse pubbliche da allocare.

È evidente che il sistema politico, economico e sociale è arrivato impreparato a questo drammatico appuntamento, certo non solo in Italia.  

Anche se ritengo aprioristiche e piuttosto ingenue le tesi che vedono questo fatto pandemico come il necessario frutto dei tempi correnti e “l’avvisaglia” di ciò che potrà avvenire in futuro al genere umano, è evidente che questi eventi possono per definizione ricapitare, con tempistiche ignote.

Pro futuro il risk management degli eventi a bassa frequenza ed altissima severity (pandemie, guerre, terremoti) deve essere considerato bene pubblico nel senso della microeconomia, una sorta di infrastruttura immateriale condivisa. 

Non basta ovviamente mettere su carta il piano pandemico nazionale e aggiornarlo ogni qualche anno. Ci vogliono meccanismi in atto e prontamente mobilitabili. 

Lo schema assicurativo è uno di questi.

La copertura dei danni catastrofici

Nel risk management pubblico di una pandemia – o di altri eventi catastrofici – la dinamica assicurativa può giocare un ruolo centrale, tramite la garanzia c.d. di “business interruption” – copertura dei danni che implichino la chiusura dell’attività – per gli eventi catastrofici.

La garanzia di business interruption non è inventata per l’occasione ed esiste nelle realtà di mercato, sebbene con diffusione geograficamente non omogenea. In alcuni mercati stanno scattando risarcimenti importanti in base a questa garanzia e i conti presentati da alcuni riassicuratori internazionali lo hanno già preannunciato.

L’adozione di schemi di questo tipo in Europa e in particolare nel nostro Paese potrebbe essere un importante strumento di policy per il futuro. 

L’analogia funzionale di queste risorse con il tanto acclamato “fondo perduto” – ovvero da non restituire – integrativo alla gamba del credito è evidente. 

Nel caso di pandemia mondiale, la garanzia di business interruption non può essere interamente fornita dal settore assicurativo, per ovvi motivi di dimensione del rischio e di capacità.
 
L’associazione degli assicuratori europei sostiene che in alcuni mercati i danni totali di 2 mesi di lockdown potrebbero essere coperti solo incassando oltre 100 anni di premi assicurativi! 

Inoltre in una pandemia globale manca per definizione la caratteristica di diversificazione del rischio.

Questo equilibrio non funziona ovviamente, se non incrementando a livelli non appetibili i costi e con capitali assorbiti di ordine di grandezza non sostenibile.

La necessità di uno schema misto

Può invece funzionare uno schema misto in cui il primo danno – sufficiente per tutti gli eventi di impatto piccolo e medio – è fornito dal settore assicurativo, mentre oltre un certo livello viene integrato dallo schema pubblico – magari con il rischio “coperto” da bond legati a catastrofi, in una logica di asset and liability management del bilancio pubblico e quindi di maggiore indicizzazione delle entrate alle uscite. 

Senza ovviamente alcuna pretesa di completezza, si prova nel seguito a tratteggiare i possibili principali elementi di questo schema dapprima e quindi la logica degli associati pandemic bond.

La proposizione di valore di fondo per tutte le imprese è la seguente: al verificarsi del sinistro, ossia l’evento catastrofico, il sistema assicurativo rende disponibile all’economia e a tutte le aziende che hanno aderito allo schema un risarcimento monetario a forfait, per affrontare l’emergenza e coprire il danno immediato e diretto del lockdown

Il trigger è per l’appunto la chiusura dell’attività per imposizione o dichiarazione normativa, evento estremo e raro per definizione.

Il rimborso verrebbe tutto pagato entro pochi giorni – solo previa verifica dell’esistenza della copertura data dal pagamento del premio – e, per la quota parte, recuperato a carico del bilancio pubblico, deducendolo dai versamenti contributivi e fiscali.

Il contenuto della garanzia è il medesimo tra le diverse compagnie a livello nazionale, viene distribuita e amministrata dal sistema assicurativo in base a meccanismi di mercato e può essere proposta assieme alle altre coperture per le imprese specie medio – piccole, anche se può essere comprata ovviamente da sola senza altre garanzie.

Prezzo della polizza e incentivo fiscale

Tema delicato è ovviamente la obbligatorietà o meno della copertura. Dal punto di vista tecnico non sembra esistere il problema di anti selezione strutturale, tale da dover immaginare l’obbligatorietà. 

Lo schema deve essere appetibile per le imprese – specie le piccole e medie – e pertanto la sua diffusione, a mio avviso, deve essere affidata alla promozione di mercato ovvero, come direbbero i fan del premio Nobel R. Thaler, al “nudging”.

Aspetto non secondario è la formulazione del pricing, che dipende dall’assunzione chiave della frequenza nel tempo dell’evento catastrofico – ogni quanti anni si verifica l’evento.

Assumendo una frequenza di un evento pandemico ogni trent’anni e parametrando il premio al valore aggiunto da rimborsare, si potrebbe stimare un premio di poche decine di basis points sul fatturato.

Accessorio allo schema potrebbe essere un trattamento fiscale sul premio incentivante o non penalizzante – al limite con credito di imposta per chi sottoscrive lo schema.

Elemento invece fondamentale è la definizione dell’ammontare di capitale da corrispondere. 

In prima approssimazione potremmo pensare che lo schema deve idealmente mettere a disposizione risorse pari al valore aggiunto “svanito” nel periodo di lockdown, ovvero almeno una significativa percentuale di questo – visti i naturali effetti di trascinamento della chiusura improvvisa. 

Si potrebbe complessivamente arrivare non lontano dai 30 miliardi di risorse mobilitabili – ossia il valore aggiunto distrutto secondo le stime in circa un mese di lockdown – per il tramite di tre addendi: componente assicurativa, proventi dei pandemic bonds e fiscalità generale.

I pandemic bond

Seconda gamba dello schema sono per l’appunto i pandemic bond.

Come sopra accennato, sono per lo Stato uno strumento assai coerente di finanziamento della quota parte a carico del pubblico, che rimarrebbe in ultima istanza così a carico dei sottoscrittori dei bond.

Titoli di questo genere sono stati emessi dalla Banca Mondiale nel 2017 per qualche centinaio di milioni.

Sono bond che pagano rendimenti superiori al livello di mercato e che in cambio di questo premio prevedono la cancellazione di parte o al limite tutto il capitale in caso di dichiarazione ufficiale di pandemia. 

La mancata restituzione è a tutti gli effetti una posta positiva del bilancio pubblico destinabile a coprire le spese che lo stesso evento pandemico genera. 

La domanda per attività di questo genere dovrebbe esistere in generale da parte di chi cerca extra rendimento e decorrelazione e nello specifico dei soggetti “corti” di rischio pandemico ossia business che guadagnano da un evento del genere. 

Gli esempi non mancano: farmaceutico, telecomunicazioni e, per rimanere all’assicurativo, compagnie assicurative R.C. auto.

Ovviamente solo il mercato finanziario potrà trovare nel concreto il giusto equilibrio tra tutte le variabili in gioco – rendimento, ammontare, capitale a rischio e tipologia di clientela.

Proviamo a concludere

Il risk management pubblico di eventi a bassa frequenza e catastrofica severity è una sorta di infrastruttura materiale condivisa e ha tutte le caratteristiche di bene pubblico.

Lo schema tratteggiato per sommi capi è incentrato su transazioni di mercato e fa leva sulla mutualizzazione nel tempo (tramite il ricorrente pagamento dei premi) e nello spazio (tra le imprese del sistema economico, gli investitori dei bond e i contribuenti) del costo della pandemia.

Emerge la natura di capitale proprio (equity) – le risorse che assorbono perdite inattese – insita nel concetto di assicurazione, per definizione quindi complementare alla liquidità mobilitabile tramite il credito. 

Altra risorsa fondamentale del sistema assicurativo che viene utilizzata in questo schema è la capillare rete di contatto con la clientela tramite i diversi canali distributivi, fondamentale sia per la distribuzione della garanzia ai clienti che per la pronta liquidazione del danno.

L’ordine di grandezza mobilitabile, previa approfondita verifica dei costi ricorrenti da sostenere da parte delle imprese, potrebbe essere significativo. 

Non è la soluzione di tutti i problemi delle imprese in un evento pandemico, ma ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che il singolo strumento salvifico non esiste, con la dimensione dell’impatto pandemico.

Il mercato riassicurativo dovrebbe ritenere la maggior parte del capitale a rischio, pertanto è fondamentale nell’aumento delle risorse mobilitabili e, per inciso, rappresenta una forma di “solidarietà” globale di mercato davvero significativa, vista la natura dei player riassicurativi.

I costi di transazione dello schema e di coordinamento degli attori appaiono ragionevoli, in gran parte affidati a meccanismi di mercato.

Molti ovviamente sono i punti tecnici da definire, se questo schema dovesse risultare interessante in termini di policy; tra gli altri, l’estensione del perimetro della garanzia ad altri rischi catastrofici che implicano un potenziale lockdown dell’economia.

Lo schema proposto può funzionare su dimensione nazionale, ovviamente non solo per l’Italia; ma è evidente che su scala continentale europea avrebbe ancora più valenza, perché introdurrebbe un parziale elemento di diversificazione e di solidarietà europea – se anche lo shock è simmetrico, policy nazionali ed effetti locali sono almeno parzialmente asimmetrici.

In questa pandemia l’operatore pubblico si è dovuto assumere nell’emergenza assoluta un ruolo per cui con tutta evidenza non era preparato. Non deve ricapitare, né sotto il profilo sanitario né sotto quello finanziario. 

L’idea presentata in queste righe vale ovviamente per il futuro ed è un primo piccolo contributo da approfondire e sviluppare per procedere in questa direzione.