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RISPOSTE ALLA CRISI/IL LAVORO

Che cosa manca nel Piano Colao

Giorgio Di Giorgio

L’emergenza sanitaria sta mettendo a dura prova i sistemi economici e produttivi in tutto il mondo. Le economie devono affrontare un duplice formidabile shock negativo.

Da un lato, crolla la domanda aggregata, sia quella estera collegata ad un commercio internazionale asfittico, che quella interna, con i consumi fortemente ridotti dalle restrizioni al commercio e alla libera circolazione individuale, oltre che dall’incertezza sul reddito e l’occupazione corrente e futura. Dall’altro, lo stop prolungato alla produzione e all’offerta di beni e servizi sul mercato, con imprese prevalentemente chiuse o ad attività fortemente ridotta per diverse settimane.

A questa sfida l’Europa è giunta già provata da perfomances di crescita ridotte rispetto agli altri paesi industrializzati. La complessità dei processi decisionali e l’interazione tra molteplici livelli di governo dotati di responsabilità di politica economica (dalla UE a 27, alla BCE per l’Eurozona, ai singoli Stati membri) hanno reso la risposta di policy più lenta e meno coordinata rispetto ad altre aree del pianeta. Nonostante un intervento forte da parte della BCE, manca ancora una politica fiscale comune e gli spazi per manovre di bilancio dei singoli Stati membri potrebbero non essere sufficienti ad affrontare una crisi insidiosa come quella attuale.

Il nostro paese vive una situazione particolarmente critica, in quanto eredita una performance di crescita inferiore alla media dell’area euro da ormai quasi 3 decadi ed è gravato da un debito pubblico in rapporto al PIL pari al 135% a fine 2019 e previsto sopra il 150% a fine 2020. 

Grazie alla sospensione del Patto di Stabilità, il Governo sta mobilitando risorse per oltre il 5% del PIL, probabilmente non sufficienti a sostenere una economia che al momento e’ stimata contrarsi nell’anno del 9-10% (nell’ipotesi di una ripartenza piena delle attività nel terzo trimestre). 

In queste condizioni, è chiaro che a soffrirne sarà anche il mercato del lavoro, con aumenti del tasso di disoccupazione e una comprensibile difficoltà da parte delle aziende a espandere l’occupazione. 

Gli interventi del Governo hanno sin qui offerto supporto, in termini di contributi e garanzie, a famiglie ed imprese, ma non hanno affrontato temi strategici per la creazione di nuovi posti di lavoro, come il ricorso a investimenti pubblici, in infrastrutture e capitale umano, necessari per cercare di invertire la rotta e riportare il paese in condizioni competitive. 

L’Italia soffre di molteplici ritardi “strutturali”, ben documentati da anni nelle analisi degli economisti, in parte ripresi anche, con alcuni suggerimenti condivisibili, nel recente Piano Colao (di cui si attende di conoscere la sorte in termini di risposte effettive di politica economica).  

Ma anche in questo piano, manca un tassello fondamentale, relativo a un maggiore sforzo per cercare di stimolare un migliore funzionamento del mercato del lavoro, e in particolare la ridotta partecipazione al mercato del lavoro di giovani, donne e nel Sud.

Una proposta concreta a tal fine potrebbe allora essere formulata riprendendo gli insegnamenti e i consigli di uno dei più originali economisti del secolo scorso, Edmund Phelps, premio Nobel per l’economia nel 2006 e grande studioso del mercato del lavoro e delle cause strutturali della disoccupazione.

Già dal 1972, infatti, Phelps orientava la sua riflessione verso i fattori in grado di spiegare la persistenza dell’elevata disoccupazione, seppure in un contesto macroeconomico molto diverso da quello attuale. 

E notava come, poiché la mancanza di un lavoro genera nell’individuo perdita delle sue capacità professionali e dell’autostima, questa può rivelarsi una condizione non facilmente reversibile. 

Nei suoi scritti si analizzano le determinanti delle variazioni del tasso naturale di disoccupazione nel tempo: queste riflettono le caratteristiche strutturali profonde di un sistema economico, quali ad esempio la tipologia di istituzioni che presidiano i mercati del lavoro e dei prodotti, la capacità innovativa di un paese ma anche variabili endogene fondamentali come i tassi di interesse e di cambio “reali”.

Il tema del lavoro, specie per le fasce più deboli della popolazione, spesso lasciate indietro anche nelle fasi di espansione economica, diviene centrale per promuovere il diritto di ogni uomo a vedere riconosciuta la propria dignità attraverso il suo contributo all’avanzamento materiale della società. 

Da qui la sua proposta di un sussidio per l’occupazione a quelle imprese che assumessero lavoratori appartenenti alle fasce salariali più basse e il suo diniego di meccanismi come i sussidi generali alla disoccupazione, che mantengono una non salutare dipendenza dalla mano pubblica, o come la riduzione delle aliquote marginali solo per i redditi più bassi. 

Queste misure, infatti, costringendo i governi ad aumentare la tassazione sui ceti più ricchi, disincentivano questi ultimi a produrre ed innovare, rallentano la crescita.

Il lavoro è fondamentale per dare un senso alla propria esistenza. 

Il lavoro è la via maestra per la crescita dell’individuo, per alimentare la fiducia in sé stessi, per accrescere il senso di appartenenza alla società, di contribuire al suo sviluppo. E il lavoro è creato dalle imprese. 

Una riorganizzazione della spesa sociale tra lotta alla povertà (reddito di cittadinanza e-o di emergenza, magari ridotto negli importi, per non disincentivare i ricettori a ricercare un lavoro) e contributi alle imprese (voucher?) per stimolare l’occupazione di nuovi lavoratori sarebbe quindi da salutare con favore.

  • Il testo è stato pubblicato su https://www.ripartelitalia.it