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MERCATI
C'è una bolla dell'AI?

Sull’intelligenza artificiale esiste un concreto rischio di eccessi speculativi? Come ogni rivoluzione tecnologica anche questa è caratterizzata da fasi di crescita, correzioni e volatilità. E da fasi di selezione: come quella che stiamo vivendo

Enea Franza

Nei primi giorni di inizio febbraio (principalmente il 4–6 febbraio 2026) i listini azionari statunitensi hanno subito una fase ribassista su titoli tecnologici e software, con perdite importanti in particolare nel settore software e nei titoli Big Tech, legate alla reazione degli investitori a sviluppi sull’intelligenza artificiale e a piani di spesa molto elevati annunciati da aziende come Amazon e Alphabet.

Una brusca battuta d’arresto che ha riacceso un interrogativo destinato ad accompagnare tutto il 2026: quanto di ciò che è accaduto è riconducibile a una fisiologica fase di stanchezza degli investitori dopo mesi di rialzi, e quanto invece rappresenta il primo segnale di una possibile bolla pronta a sgonfiarsi? In appena tre sedute Wall Street ha bruciato oltre 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, una cifra equivalente al prodotto interno lordo della Svizzera. Un arretramento di queste dimensioni, concentrato in un arco temporale così ristretto, non può essere liquidato come semplice volatilità.

A innescare le vendite sono stati due fattori distinti ma strettamente collegati: entrambi ruotano attorno al tema che negli ultimi dodici mesi ha sostenuto gran parte dei rialzi dei listini americani, ossia l’intelligenza artificiale. Proprio il settore che nel 2025 aveva trainato gli indici verso nuovi massimi storici è diventato, nel giro di pochi giorni, la principale fonte di incertezza.

Il primo elemento di destabilizzazione è arrivato dall’annuncio di Anthropic, che ha presentato il nuovo modello Opus 4.6. Le caratteristiche tecniche diffuse dall’azienda hanno acceso immediatamente l’attenzione del mercato: si tratta di un sistema progettato per integrare in maniera sempre più profonda l’intelligenza artificiale nei processi aziendali, fino a rendere molte funzioni operative direttamente guidate da modelli generativi avanzati. Se queste promesse dovessero tradursi in applicazioni concrete su larga scala, interi segmenti del software tradizionale potrebbero subire una trasformazione radicale.

È proprio questa prospettiva ad aver messo in allarme gli investitori. Negli ultimi anni molte società quotate hanno costruito valutazioni elevate sulla base della propria capacità di integrare strumenti di IA nei prodotti esistenti. Ma se l’evoluzione tecnologica accelera al punto da rendere alcune soluzioni rapidamente superate, il rischio è che i margini si comprimano e che la concorrenza diventi più aggressiva. In altre parole, l’innovazione che finora aveva sostenuto le quotazioni potrebbe trasformarsi in un fattore di pressione sui modelli di business.

Il secondo segnale, come anticipato, è arrivato dai conti trimestrali di colossi come Amazon e Alphabet. I risultati hanno in parte superato le attese del mercato, ma a preoccupare non sono stati i numeri dell’ultimo trimestre quanto le prospettive per il 2026. Le due aziende hanno annunciato un aumento significativo delle spese in conto capitale, in larga misura destinate allo sviluppo e al potenziamento delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale: nuovi data center, capacità di calcolo, chip specializzati, ricerca e sviluppo.

Si tratta di investimenti enormi, necessari per mantenere la leadership tecnologica, ma che nel breve periodo incidono sui flussi di cassa e riducono la redditività. Il timore degli operatori è che il ritmo delle spese possa superare quello dei ritorni economici, almeno nel medio termine. Non è affatto scontato che ogni dollaro investito oggi in infrastrutture per l’IA si traduca rapidamente in ricavi aggiuntivi o in quote di mercato più ampie. Il mercato, che negli ultimi mesi aveva premiato quasi automaticamente ogni annuncio legato all’intelligenza artificiale, ha iniziato a chiedere maggiore disciplina finanziaria.

In questo clima si inserisce l’intervento di Jeremy Grantham, fondatore del fondo Gmo, noto per aver individuato in anticipo diverse grandi bolle speculative degli ultimi decenni. Nell’intervista pubblicata dal Messaggero, Grantham ha riconosciuto che sull’intelligenza artificiale esiste un concreto rischio di eccessi speculativi. Tuttavia, ha ricordato come ogni grande innovazione tecnologica sia stata accompagnata da fasi di entusiasmo irrazionale. Dalle ferrovie nell’Ottocento alla bolla delle dot-com negli anni Novanta, la storia dei mercati mostra una dinamica ricorrente: aspettative molto elevate, correzioni talvolta brusche e, infine, consolidamento delle realtà più solide.

Inoltre, da diverso tempo, non sono pochi gli investitori professionali che vedono rischi sottovalutati, come l’inflazione legata agli investimenti in AI che potrebbe cambiare il quadro macro e aumentare i costi finanziari, spingendo gli investitori a rivalutare la strategia di asset allocation e tali previsioni sembrano essere confermati proprio dalle reazioni negative a notizie legate all’IA dei segmenti di mercato come quello del software, dei servizi finanziari e del wealth management che riflettono un clima di incertezza più ampio.

Il punto centrale non è stabilire se l’intelligenza artificiale cambierà l’economia globale: su questo vi è ormai un consenso diffuso. La vera incognita riguarda la tempistica e la distribuzione dei benefici. Quali aziende sapranno trasformare gli investimenti in utili sostenibili? Quali modelli di business reggeranno alla pressione competitiva? E quali valutazioni si dimostreranno eccessive rispetto ai risultati effettivi?

Il 2025 è stato caratterizzato da una forte concentrazione dei guadagni su un numero ristretto di grandi società tecnologiche. Questa concentrazione ha reso gli indici più vulnerabili: quando pochi titoli hanno un peso determinante, ogni notizia negativa può amplificare le oscillazioni. Inoltre, le valutazioni avevano raggiunto livelli elevati, con multipli prezzo/utili che incorporavano scenari di crescita molto ottimistici. In un contesto simile basta un elemento di incertezza – come l’aumento dei costi o il rischio di sovrainvestimento – per innescare prese di profitto su larga scala.

Non va sottovalutato neppure l’aspetto psicologico. Dopo mesi di rialzi sostenuti, molti investitori avevano accumulato posizioni importanti sui titoli legati all’intelligenza artificiale. Quando il sentiment cambia, anche solo temporaneamente, la tendenza può invertirsi rapidamente, alimentata da meccanismi automatici di vendita e da strategie di gestione del rischio che riducono l’esposizione nei momenti di volatilità. La perdita di oltre 1.000 miliardi di dollari in tre giorni è un segnale forte, ma va inquadrata nelle dimensioni complessive del mercato americano, che resta estremamente liquido e profondo. Non siamo necessariamente di fronte all’esplosione di una bolla, ma piuttosto a un passaggio delicato: dalla fase dell’entusiasmo quasi incondizionato a quella della verifica dei fondamentali.

Se l’intelligenza artificiale seguirà il percorso di altre grandi rivoluzioni tecnologiche, sarà probabile che il mercato attraversi ulteriori fasi di correzione e volatilità. Alcune società vedranno ridimensionate le proprie valutazioni, altre emergeranno rafforzate. Nel lungo periodo, l’innovazione tende a consolidarsi e a generare nuovi equilibri. Nel breve, però, la selezione sarà inevitabile. Gli eventi di questi ultimi giorni rappresentano dunque un banco di prova per investitori e imprese. Più che l’inizio di una crisi strutturale, potrebbero segnare l’avvio di una fase più matura, in cui le promesse tecnologiche dovranno dimostrare di tradursi in risultati economici concreti. La differenza tra una semplice correzione e una vera bolla dipenderà dalla capacità del settore di trasformare aspettative elevate in crescita sostenibile.

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