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WASHINGTON CONSENSUS
C'è davvero bisogno di un nuovo ordine mondiale?

La dottrina della Yellen sul friend-shoring. I dubbi del Fondo monetario. Il prezzo del decoupling. I rischi di isolamento dell'Occidente. I temi sul tavolo di un grande dibattito

Paola Pilati

Decoupling. Friend-shoring. De-globalizzazione selettiva. La guerra Russia-Ucraina sta portando il mondo a ripensare non solo le sue relazioni diplomatiche, ma a rivedere tutti i suoi rapporti e alleanze. Non si tratta semplicemente di riscriverli in chiave commerciale, spinti dal bisogno di trovare fonti di approvvigionamento vitali come quelle energetiche, ma di scavare più in profondità nelle ragioni degli scambi, chiedendosi quale scala di valori si condividono con il partner. È per questo che le parole d’ordine che il dibattito in Occidente sta mettendo in campo vanno tutte, anche se con diverse sfumature, nella stessa direzione: nuovi confini e nuove distanze vanno disegnati nello stabilire l’ordine mondiale che seguirà alla rottura creata dal conflitto.

Per l’Occidente l’attacco di Putin e la sua violenta strategia imperialista ha prodotto uno shock che è qualcosa di simile a una crisi esistenziale. Tutto l’equilibrio globale che si è costruito negli ultimi decenni – attraverso il cosiddetto Washington Consensus – ispirandosi ai principi del liberalismo e della forza delle leggi del mercato ma anche dello stato di diritto, e che ha fatto progredire l’economia attraverso la globalizzazione, è messo in crisi . La guerra ha fatto detonare le differenze profonde tra mondi che prima preferivano ignorarle in nome della ragione degli scambi, ai quali anzi è stata affidata la garanzia della sicurezza e della difesa reciproca.

Lo shock è iniziato con la pandemia, e con la scoperta che le filiere lunghe costruite per ridurre i costi del sistema produttivo si sono dimostrate una trappola per i rifornimenti in un mondo in lockdown (secondo un recente studio del Fondo Monetario Internazionale, senza i blocchi nelle catene di approvvigionamento nel 2021 l’output manifatturiero e il Pil dell’area euro sarebbero stati più alti rispettivamente del 6 e del 2 per cento). Il rimedio è stato ingegnerizzare di nuovo quelle filiere per renderle più flessibili e resilienti.

Ma la guerra sembra spazzare via questa soluzione, che appare inefficace in un futuro in cui sono saltati i vecchi punti di riferimento. La sicurezza economica degli Stati Uniti, ha chiarito pochi giorni fa Janet Yellen, ministro del Tesoro Usa, si può garantire solo attraverso una nuova architettura del commercio che proceda con accordi plurilaterali con gli alleati degli Stati Uniti. Insomma, ci potranno essere relazioni solo con i paesi su cui si può fare affidamento in base a relazioni ben definite, alla condivisione della stesso sistema di valori, e non una generica appartenenza al WTO: il friend-shoring, appunto, detto anche de-globalizzazione selettiva.

La dottrina Yellen ha nel mirino la Cina. E si combina con l’idea del decoupling, cioè dello sganciamento tecnologico degli Usa da quello cinese, avviato con decisione – ma con non poche critiche – sotto la presidenza Trump. Ora la necessità di una presa di distanza, e di una maggiore indipendenza non solamente tecnologica dell’Occidente dalla Repubblica Popolare che fiancheggia Putin è diventato un obiettivo strategico vitale per gli Usa, obiettivo da imporre anche ai suoi partner.

Sebbene il Fondo Monetario si sgoli a sostenere che il commercio internazionale non ha bisogno di nuovi blocchi, è verso un mondo fatto di nuovi recinti che ci stiamo muovendo?

Il dibattito è aperto. C’è chi dice che di un decoupling dall’Occidente sarebbe la Cina a pagare il prezzo più alto. Lo sostiene per esempio Minxin Pei in un articolo su Project Syndacate: essendo il più grande esportatore al mondo (3,3 trilioni di dollari di merci), prima di tutto verso gli Usa ma anche verso l’Europa, di cui sono il primo partner commerciale (con 828 miliardi di dollari), la Cina non avrebbe che da perdere da un mondo ridisegnato a blocchi contrapposti. Non solo perché verrebbero meno i suoi principali mercati di sbocco, ma perché perderebbe vigore anche quella molla della concorrenza con cui ha frustato la sua crescita vertiginosa, e l’accesso a tecnologie con cui l’ha accelerata.

Ma non tutti sono d’accordo nel considerare ineluttabile la prospettiva disegnata dalla Yellen. C’è il timore di un rallentamento economico che potrebbe trasformarsi in recessione, e ci sono gli argomenti che vedono nella fine della globalizzazione un costo troppo alto per tutti.

Li ha sostenuti (in un articolo sul Sole24Ore), Giovanni Tria, economista ed ex ministro del Tesoro.

Il quale ha messo in guardia dal confondere la difesa dei valori della democrazia nel prendere le parti dell’Ucraina, con il voler riformare la governance economica globale unilateralmente o, ancora di più, nel fare di questa guerra una guerra tra civiltà. “Attenzione a non pensare che l’Occidente possa isolare il resto del mondo non gradito”, ha scritto Tria, “il rischio è che avvenga il contrario”.

Certamente il nuovo ordine globale è in crisi, ma questo non vuol dire buttare a mare tutto quello che è stato costruito in termini di relazioni internazionali e istituzioni comuni, per passare a un confronto tra blocchi impegnati a far prevalere la propria egemonia.

All’Europa tocca un ruolo non secondario nella partita. Sicuramente sarà un passaggio per ricalibrare il suo peso economico e politico e darsi una strategia continentale che la condizionerà nelle generazioni future. Le classi politiche sono in grado di affrontarlo?