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INTERVENTI DELLO STATO

Ben vengano gli aiuti pubblici. Ma dove stanno i soldi?

Alessandro Albanese Ginammi

L’Europa. Dal Trattato di Maastricht in poi gli aiuti di Stato sono materia su cui la UE è sempre stata molto rigida. La spesa in deficit degli Stati membri e il rapporto tra il debito pubblico e il Pil sono stati finora un argomento tabù per la Commissione e il Consiglio. Ma il sopraggiungere della pandemia sembra aver allentato le regole comunitarie e da qualche mese si stanno discutendo proprio i tanto vituperati aiuti di Stato. 

I dati recenti mostrano che, al 12 maggio, “l’Ue aveva autorizzato aiuti di Stato per oltre 1.940 miliardi di euro. Tradotto: la Germania può spendere quasi mille miliardi per aiutare le sue imprese, la Francia circa 350 miliardi, l’Italia circa 300. Seguono il Regno Unito, i cui aiuti pesano per il 4% del totale (80 miliardi), il Belgio con il 3% (77 miliardi), mentre “gli aiuti notificati da altri paesi sono stimati tra lo 0,1% e il 2,5% del totale”. 

Come spiegano dalla Commissione, le richieste di autorizzazione agli aiuti dipendono dalla situazione dei bilanci dei singoli Stati: chi è più forte e meno indebitato può permettersi di aiutare di più le proprie imprese di quanto possono fare gli Stati più piccoli o con un debito elevato». 

L’UE può autorizzare cinque tipi di sostegno statale per l’emergenza Covid-19: «1) sovvenzioni dirette e agevolazioni fiscali fino a 800 mila euro per impresa per far fronte alle urgenti esigenze di liquidità; 2) garanzie statali sui prestiti bancari; 3) prestiti pubblici a tassi agevolati; 4) aiuto alle banche per finanziare le imprese; 5) assicurazione del credito all’esportazione a breve termine». Ultimamente ne sono stati aggiunti altri cinque, relativi alla ricerca contro il Coronavirus, al differimento o alla sospensione delle tasse e al sostegno al reddito dei lavoratori dipendenti. Nuove regole che valgono per tutto il 2020.

L’Italia. Con l’arrivo del Coronavirus, tutti gli attori economici del Paese hanno invocato e continuano a invocare a gran voce gli aiuti di Stato. In molti casi, le richieste non si limitano a finanziamenti a fondo perduto o a prestiti con minimi (o nulli) tassi di interesse. Alcune imprese presentano allo Stato la necessità di essere nazionalizzate, in parte o completamente, al fine di evitare il fallimento – e di conseguenza masse di disoccupati. 

Come ha scritto il collega Giampaolo Conte qualche giorno fa in un articolo pubblicato su Eunews: “C’era una volta lo Stato che tornava a fare lo Stato”. Per molte imprese l’unica strada per evitare licenziamenti di massa è ricevere aiuti di Stato, siano essi direttamente elargiti dall’Italia o dagli altri membri dell’Unione Europea non fa differenza. A molti però continua a non piacere l’intervento dello Stato in economia, perché trovano moralmente inaccettabile salvare aziende che non sono state capaci di tenere i conti a posto. 

È comprensibile che non ci si fidi molto dell’intervento pubblico in Italia, alla luce di alcune delle passate amministrazioni, ma la richiesta di aiuto allo Stato sembra oggi purtroppo una tragica necessità. È vero poi che in alcuni Paesi del mondo la libertà economica individuale viene schiacciata o soffocata dallo Stato, ma questo avviene quando siamo in presenza di dittature o regimi autoritari. Nel caso di una democrazia, come per fortuna sembra essere ancora l’Italia, lo Stato interventista non deve essere per forza di cose comunista o fascista. Come ha ricordato il Professor Conte nel suo articolo: «L’intervento dello Stato significa conferire all’economia un obiettivo comune, esplicitato attraverso le funzioni democratiche del Paese, cioè attraverso il voto dei cittadini verso un programma condiviso e condivisibile di politica economica». 

L’UE ha poi il compito di armonizzare le politiche economiche tra gli Stati membri ed evitare la concorrenza sleale tra loro. Come ha scritto il professor Conte in un altro suo recente saggio (https://www.eunews.it/2020/05/06/asimmetrie-sostanziali-uneuropa-al-bivio/129743): «La promozione di politiche di coesione potrebbe contribuire a salvare l’ordine sociale, disinnescando le destre populiste e sovraniste, che fanno leva sulla frustrazione della piccola e media borghesia, paurosa di perdere il proprio status sociale ed economico». 

Appare inevitabile la necessità di un piano serio di investimenti pubblici e di intervento nell’economia accompagnato da un programma politico (serio anche questo) che rimetta lo Stato al centro del futuro economico del Paese. Solo dopo si potrà affrontare un dibattito sui difetti del Welfare. Il vero problema di oggi non è quindi se lo Stato interviene o no nell’economia per nazionalizzare, la difficoltà è come trovare i soldi. 

La situazione debitoria italiana rende questa ricerca sui mercati esteri prostrante e faticosa. I 300 miliardi in ambito UE potrebbero non bastare. La possibilità di convincere partner europei e investitori stranieri a prestare soldi a buone condizioni è un’occasione da non perdere. Ma lo Stato deve presentare un progetto credibile ai potenziali creditori, per dimostrare che spenderà bene quei soldi prestati. Il New Deal italiano dovrebbe poi fare molta attenzione a verificare che gli aiuti arrivino direttamente alle imprese e ai cittadini, senza ritardi e senza barriere burocratiche.

Obiettivo comune: evitare la disoccupazione di massa. In questo momento gli aiuti di Stato sono necessari a evitare una catastrofe sociale. Come ha ricordato il professor Antonio Magliulo in uno dei suoi recenti articoli, la storia può insegnare a non ripetere gli stessi errori, ma bisogna studiarla. «Nel 1931 il Governo tedesco nominò una Commissione, composta da autorevoli economisti, per studiare una serie di misure volte a contenere la montante disoccupazione causata dalla crisi del 1929. Wilhelm Röpke, forse l’economista più autorevole, propose un piano straordinario di opere pubbliche finanziato con prestiti esteri. L’amico e collega Friedrich von Hayek, futuro Premio Nobel per l’Economia, gli inviò un articolo critico sostenendo che la deflazione allora in corso sarebbe stata salutare e poteva essere interrotta solo per “ragioni politiche” e cioè per contrastare l’ascesa di Hitler. Lasciò all’amico valutare se sussistessero quelle condizioni, dal momento che si trovava all’estero e, in quel caso, lo autorizzò a non pubblicare l’articolo. 

L’articolo rimase inedito ed è stato pubblicato solo di recente. Il piano non fu varato e in pochi mesi la disoccupazione passò in Germania da meno di 2 a più di 6 milioni di unità, portando trionfalmente Hitler al potere. Nella seconda metà degli anni Settanta, dopo aver ricevuto il Nobel, Hayek, rievocando quell’episodio, sostenne che se fosse diventato ministro dell’Economia, in presenza di una nuova grande crisi, non avrebbe esitato ad attuare manovre espansive».