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Banche di territorio: il pilastro silenzioso dell’economia reale italiana

lIl ruolo delle banche di prossimità visto come  una “biodiversità bancaria”: in un sistema sano coesistono operatori di taglia, missione e radicamento diversi, perché è proprio questa varietà a impedire che rimangano scoperti il piccolo imprenditore, l’artigiano o l’ente locale

Giuseppe De Lucia Lumeno
De-Lucia-Lumeno

Il dibattito sul presunto nanismo delle imprese italiane ha spesso oscurato un dato strutturale altrettanto rilevante: l’economia reale del Paese non poggia soltanto sulla taglia delle aziende, ma sulla qualità del sistema bancario che le affianca. Un sistema che, nei territori, mantiene caratteristiche difficilmente replicabili su scala.

I dati più recenti dell’Eurostat ridimensionano in modo netto la vulgata delle “imprese nane”: la produttività manifatturiera italiana supera quella tedesca in ogni classe dimensionale, e l’export industriale — 255 miliardi di euro nel 2024 — è trainato da circa diecimila imprese medie, senza equivalenti nel panorama europeo. Le microimprese, pur numerose, pesano per il 2% delle esportazioni industriali: il loro ruolo è quello di tenere insieme filiere, fornitori locali e coesione sociale, non di presidiare i mercati esteri.

È in questo contesto che si inserisce lo studio “Presenza e importanza delle banche medio piccole (PMBI) a livello territoriale”, elaborato dal Comitato Interassociativo ACRI-ANBP-Pri.Banks. Il documento offre una lettura sistemica del ruolo delle banche di prossimità nell’economia italiana, con un filo conduttore mutuato dalla biologia: la “biodiversità bancaria”. In un sistema sano — argomenta lo studio — coesistono operatori di taglia, missione e radicamento diversi, perché è proprio questa varietà a impedire che rimangano scoperti il piccolo imprenditore, l’artigiano o l’ente locale.

I numeri sono eloquenti: le piccole e medie imprese generano una quota prossima ai due terzi del valore aggiunto nazionale e occupano tre lavoratori su quattro. Nelle aree geografiche dove la presenza bancaria si è progressivamente assottigliata, le banche di territorio hanno assorbito la contrazione degli operatori maggiori, arrivando a coprire una quota di credito erogato che si avvicina al 50% del totale locale.

Il professor Mario Comana, ordinario di Economia degli intermediari finanziari all’Università Luiss Guido Carli di Roma e autore della prefazione allo studio, individua nel meccanismo di riallocazione del risparmio il tratto più distintivo di questi istituti. A differenza della finanza tradizionale — dove il risparmio raccolto in periferia tende a confluire verso i grandi centri finanziari — le banche di territorio operano in senso inverso: la raccolta locale si traduce in impieghi locali, sotto forma di mutui e affidamenti alle imprese della stessa area. Non si tratta di un dato meramente quantitativo: una banca radicata sul territorio valuta il merito creditizio attraverso la conoscenza diretta dell’imprenditore, della sua filiera, della reputazione costruita in anni di relazioni con fornitori e clienti.

Il legame non è unidirezionale. Se la banca di territorio finanzia l’impresa, l’impresa restituisce stabilità: depositi solidi, occupazione, consumi e tenuta sociale del bacino di riferimento. È un circolo che si autoalimenta: la crescita dell’impresa consolida la base della banca; il rafforzamento della banca aumenta la capacità di accompagnare l’impresa nei momenti critici, dall’espansione alla ristrutturazione.

La lezione che emerge dallo studio supera il perimetro bancario e interpella l’intera politica economica. Così come non esiste una soglia dimensionale che renda un’impresa intrinsecamente competitiva o marginale, non esiste un livello di attivo che determini la rilevanza di una banca per l’economia reale. Quel che conta è l’autonomia decisionale radicata localmente e la capacità di restare vicini a chi produce. Il falso problema delle “imprese nane” e la sistematica sottovalutazione delle banche di territorio sono, in definitiva, due declinazioni della stessa miopia analitica: leggere l’economia italiana con categorie elaborate per strutture industriali e modelli bancari profondamente diversi dai nostri.

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