Ago 2019
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In filigrana

Banche centrali: quanto possono litigare Trump e Powell?

Giuseppe G. Santorsola

I prossimi mesi porranno alla prova il concetto fondamentale della indipendenza delle banche centrali rispetto ai governi dei rispettivi Paesi. L’attenzione è ovviamente concentrata sul comportamento dei due soggetti negli Stati Uniti, situazione costantemente critica e non risolta.

Il principio è diffuso in tutte le cinque situazioni più tipiche delle economie avanzate (USA, Eurozona, Giappone, Gran Bretagna e Svizzera), con differenze che meritano qualche valutazione a monte, prima di approfondire il tema di attualità.

Il Giappone rappresenta una realtà notoriamente a sé, con esperienze storiche alternate tra gli anni ’70 di forte accondiscendenza, la gestione della bolla speculativa del 1989, apportatrice di una forte autonomia, la riforma del 1998 che riportò di fatto (anche se non a livello normativo) una minore indipendenza e l’ultima fase che ha visto anche operazioni di QE funzionali alle scelte governative.

La Gran Bretagna riporta storicamente la condizione di maggiore e duratura indipendenza. Il Bank of England Act garantì indipendenza sulla politica monetaria, per conseguire il risultato dell’inflazione annua programmata. Fattore particolare è l’obbligo di confronto del Governatore con il Cancelliere dello Scacchiere in caso di scostamenti superiori ad una misura stabilita dall’Act (1%).

La Svizzera prevede l’indipendenza della Banca Nazionale nella Costituzione. Consiste nel divieto formale (invertito rispetto ad altri Paesi) posto alla Banca e ai suoi organi di accettare istruzioni. L’indipendenza personale è, infine, garantita dal disposto secondo cui i membri della Direzione generale possono essere rimossi soltanto se non soddisfano più i requisiti per l’esercizio del mandato o in caso di colpa grave.

La BCE, innanzitutto, ha natura anomala di Banca Centrale senza Stato di riferimento; il suo Statuto ed i Trattati Europei hanno comunque fissato importanti principi di indipendenza. La BCE non può sollecitare né accettare istruzioni. Ai governi degli Stati membri e alle istituzioni UE non è permesso esercitare influenza sugli organi decisionali della BCE (un divieto quindi incrociato). Il concetto di indipendenza è inoltre rafforzato nelle declinazioni di quella personale, funzionale ed operativa, finanziaria ed organizzativa e giuridica, al riparo da pressioni delle autorità pubbliche fino a poter adire la Corte di giustizia, ove necessario.

La FED è una struttura privata e indipendente dal governo (independent within the government), con finalità pubblicistiche e alcuni aspetti di natura privatistica. E’ indipendente perché le sue decisioni non sono ratificate da alcun organo del potere esecutivo o legislativo. Il sistema è costituito da una agenzia governativa centrale, il Board of Governors (7 governatori nominati dal Presidente degli Stati Uniti) e da dodici Federal Reserve regionali, i cui presidenti sono nominati con complesse procedure.

All’interno della FED, il FOMC, a sua volta indipendente, è responsabile delle operazioni di mercato aperto, il principale strumento per influenzare i tassi di interesse sui mercati monetari e finanziari. Inoltre, i membri del Board una volta nominati non possono essere rimossi fino alla scadenza del loro mandato. Operando in modo indipendente, la FED ha la capacità di prendere decisioni nel solo interesse dell’economia, al di là di ogni considerazione politica.

Venendo ad osservare la situazione contingente, la disapprovazione pubblica di Trump verso la FED è inusuale; storicamente i Presidenti USA si sono generalmente astenuti dal commentare le decisioni. In molti temono che i commenti di Trump possano danneggiare non solo la credibilità della FED, ma anche la stabilità finanziaria della nazione.

Solo per completezza, ricordiamo come in una nota precedente, avevamo espresso considerazioni non positive in merito all’influenza reclamata da forze politiche italiane circa l’azione, la governance e la struttura della Banca d’Italia.

Tutto quanto affermato e riassunto non deve significare peraltro l’impossibilità di criticare sotto un profilo tecnico soluzioni assunte quando non corrispondano all’interesse dell’economia, fenomeno che è stato riscontrato in passato in alcune Banche Centrali “minori”, senza voler considerare i comportamenti rinvenuti in molte Nazioni in via di sviluppo o sottosviluppate.

Sempre in quest’ottica di completamento dell’analisi, ricordo – per personale esperienza – negli anni ’70-’80 il caso delle banche centrali africane dopo il conseguimento dell’indipendenza. Il vero riferimento che ha determinato la nascita di oltre 50 nazioni è stato proprio la creazione della Banca Centrale governatrice della moneta, quale sinonimo della reale indipendenza rispetto alle preesistenti condizioni coloniali.

Ovviamente, ciò non sottende una valutazione qualitativa delle diverse soluzioni adottate, considerando gli errori economici che hanno contraddistinto alcune delle Nazioni africane nel corso del tempo. Rafforza invece la convinzione che una buona Banca Centrale è il pivot indispensabile per consentire la crescita ordinata di un Paese e ciò non è garantito solo da Statuti e principi Costituzionali, quanto dall’azione effettivamente svolta nel corso del tempo.

Il vero problema si realizza quando le due anime, Banca Centrale e Governo, non sanno operare nell’indipendenza reciproca per la finalità dello sviluppo. Peggio ancora quando si contestino l’un l’altra senza salvaguardare l’interesse del Paese.

Desiderando finalizzare quanto esposto con riferimento all’attuale situazione statunitense, possiamo valutare brevemente alcuni sintomi dell’economia di quel Paese. Numerose analisi, sviluppate anche autorevolmente (ma non sempre), desiderano sostenere l’errore del governo americano ed evitano di motivare il perché.

Trump ed i suoi sostenitori desiderano al momento tassi bassi, la FED privilegia quelli attuali; nessun può far dimettere Powell o obbligarlo a scelte non sue, salvo il mercato o le convenienze di un banchiere centrale.

Ricordiamo inoltre che i tassi d’interesse si tagliano o si innalzano di 0,125 o 0,25bp, mai di 1 punto percentuale, salvo casi eccezionali oggi non presenti ed impossibili date le dimensioni dell’economia, della quantità monetaria, dell’esistenza dello shadow banking e dello scarso coordinamento con le Banche Centrali di Paesi oggi comunque condizionanti lo scenario mondiale.

Difatti, il mercato valuta su 1 anno non sull’immediato e ciò non viene sempre spiegato efficacemente. La Borsa sale da 10 anni e fatica ragionevolmente a farlo ancora. Solo un’economia in espansione darebbe slancio, come avvenuto negli ultimi anni. Per taluni l’errore sta nel fatto di voler guidare, senza lasciar fare ai mercati.

Numerosi osservatori sostengono che, con i tassi base molto bassi, tutti cercheranno investimenti più rischiosi per conseguire reddito. Se l’economia non cresce, aumenteranno i default anche per titoli oggi non rischiosi (i rating BBB spesso citati). Si sta allargando la forbice causa ingordigia: i titoli di Stato sicuri hanno rendimenti bassissimi, quelli high yield, alti, forse troppo. Gestori troppo arrischiati potrebbero generare rischi a clienti inidonei.

Se prevale Powell, questo rischio sussiste, se prevale Trump, gli USA si distaccano dalle scelte UE (che ha tassi bassi ed economia debole), ma avranno più difficoltà a finanziare nel mondo il debito pubblico. Grande occasione per la UE, se operasse con proprie soluzioni rispetto alle condizioni di stagnazione attuali.

Infine, Trump è nervoso perché non ottiene quello che desidera; resta da vedere come si muoverà. Un buon governo affronta le situazioni tenendo conto dei contrappesi che esistono nelle regole dell’economia. Sarebbe come affrontare una partita senza considerare l’esistenza di una squadra avversaria che sviluppa a sua volta propri schemi per conseguire i propri obiettivi.

Suggerisco alcuni strumenti di valutazione delle condizioni attuali e in particolare:
– i mercati finanziari dei capitali scontano da tempo attese di sviluppo futuro, più delle tradizionali attese di utili futuri delle imprese (più beta che alfa);
– gli stessi mercati, soprattutto quello statunitense, necessitano di una prospettiva futura di crescita, avendo esaurito le spinte passate che hanno condotto al più lungo rialzo della storia dell’indice più significativo (sia il DJ Industrial sia lo S&P 500);
– le forze rialziste e quelle ribassiste si confrontano con pesi e forza consistenti, rigettando al momento sia il proseguire della crescita sia il tentativo ribassista;
– il mercato in generale desidera certezze, mentre al momento si contrappongono “scommesse” fin troppo azzardate in qualche caso sulla salita o la discesa dei tassi;
– la guerra tra i protagonisti del mondo economico reale e finanziario corrisponde esattamente al contrario di quanto esposto nelle premesse quale esito virtuoso della condizione di indipendenza.

Il proseguire della contrapposizione troppo conclamata genera alcuni pericoli di altissimo profilo, in particolare un mercato del credito non virtuoso che potrebbe alimentare fenomeni di default per gli operatori più deboli, non in grado di generare flussi finanziari e profitti, e un mercato finanziario che vedesse premiati, per puri obiettivi di rendimento degli investimenti, strumenti azionari ed obbligazionari legati ad imprese non in grado di confermare nel tempo i propri risultati o condizionati da comportamenti troppo speculativi e shortermisti.

Per ritrovare equilibrio, appare necessario rimuovere una condizione di tipo “barbell”, cioè a bilanciere, che evidenzia al momento la presenza di soluzioni di investimento con rendimenti negativi o vicini al tasso zero e altrettante proposte (al momento per volumi inusitatamente eccessivi) con tassi elevati, corrispondenti a rischi non compatibili con l’offerta di risparmio. E’ invece scarsa la presenza di emissioni, azionarie e obbligazionarie, con tassi di rendimento e/o di interesse più ordinati.

Questa condizione appare anche la conseguenza della difficoltà nel conseguire esiti costruttivi nelle decisioni assunte negli ultimi anni dagli organismi internazionali di coordinamento quali il Financial Stability Board e il Fondo Monetario Internazionale. Altra carenza sulla quale operare in futuro, senza eccessiva litigiosità.

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