Ott 2018
01
Economia&corruzione

Attenti alla cultura del sospetto. Investiamo in dati veri

Paola Pilati
Gustavo Piga

Meno corruzione farebbe aumentare gli investimenti esteri nel nostro paese, lascerebbe spazio alla creazione di nuovi posti di lavoro, rilancerebbe insomma lo sviluppo economico che oggi fatica a stare sopra l’uno per cento di crescita del Pil.

È il messaggio dell’ultimo report che Riparte il Futuro e l’Istituto per la competitività hanno lanciato di recente al nuovo governo (https://www.riparteilfuturo.it/blog/articoli/italia-interrotta-report-corruzione-crescita-economica-icom), in cui è analizzato il fenomeno della corruzione in casa nostra utilizzando una serie di indicatori internazionali, uno dei quali è lo European quality of government index. Un survey che ha coinvolto 84 mila persone in 24 Stati, e in cui l’Italia risulta al 54mo posto su 180 paesi considerati, con un punteggio di 50 su 100: al pari della Slovacchia, meno di Malta e di Cipro. C’è di che preoccuparsi.

Una lettura dei dati che trova però anche una voce dissonante. «Non voglio minimizzare i dati del Rapporto, ma in realtà non abbiamo dati per misurare la corruzione», afferma Gustavo Piga, economista docente a Roma Tor Vergata, direttore di un Master di public procurement e promotore di un Master in anticorruzione. «Essere 54mi al mondo non ha nessun significato sulla diffusione della corruzione, questi numeri che non hanno un senso oggettivo».

Eppure la percezione del fenomeno ha la sua origine in fatti oggettivi.

«Diciamo piuttosto che questi indici di percezione dipendono: 1) da fatti di corruzione (un fattore, questo, che rende tale indicatore ovviamente credibile ed affidabile),  2) dallo story-telling, la narrativa che si fa della corruzione in quel paese. Lo story-telling sulla corruzione a sua volta dipende: 1) dalla disponibilità di dati oggettivi (tanto più ce n’è, tanto più lo story telling diventa accurato nell’influenzare appropriatamente la percezione),  2) dalla comunicazione istituzionale, in particolare quella dei principali opinion-makers. In un paese con pochi dati oggettivi, il ruolo degli opinion-makers è dunque decisivo nella formazione della percezione sulla corruzione. Ma vi è qui un evidente paradosso: in un paese con pochi dati, gli opinion-makers non hanno dati a disposizione! Il rischio è dunque che la percezione della corruzione si fondi su variabili non appropriate e questo è tanto più grave se si ricorda, come ben fa il Rapporto, che la scelta di attori rilevanti (imprese, giovani ecc.) dipende strettamente dalla percezione! Basta guardare ai numeri per capire l’importanza di tali indicatori: “Si tratta di un’idea radicata nelle convinzioni degli italiani. Il 97%, crede che la corruzione sia diffusa nel Paese”».

C’è però un altro dato, e questo è dell’Istat, che misura il fenomeno: nell’ambito dell’Indagine sulla sicurezza dei cittadini 2015-2016, 1,74 milioni di famiglie sono state coinvolte, almeno una volta nella vita, in dinamiche corruttive. È il 7,9% delle famiglie italiane.

«Se dovessi scegliere dove nascere, non mi dispiacerebbe nascere in un Paese di questo tipo. Il 7,9%, numero oggettivo assai, non è un numero così alto, né rilevantissimo. Ma gira molto meno del punteggio Cpi, che è una percezione».

Gli opinion maker hanno un ruolo centrale, dice lei: ma come possono lavorare se nessuno procura loro dei dati?

«Come opera l’opinion-maker senza dati? Facciamo un esempio concreto citato nel libro di Raffaele Cantone e Francesco Caringella, “La corruzione spuzza”. Parla Salvatore Settis, di un settore della PA che conosco bene, l’università: “La pratica del barone che vuol portare in cattedra il candidato del posto non conosce quasi eccezione. Non si va lontano dal vero se si suppone che queste facili vittorie (dei candidati locali) vanno oltre il 90%. Situazione senza paralleli nei paesi con cui l’Italia dovrebbe compararsi.” Un altro, il giornalista dell’Espresso Emiliano Fittipaldi: “Al netto delle eccellenze e dei tanti onesti, è sempre più diffuso (nell’università) il morbo del familismo, della raccomandazione e del corporativismo”. “90%”, “più diffuso”: ma dove trovano questi dati? Da nessuna parte, non esistono, li hanno inventati.

Cosa provo nel leggere queste affermazioni? Da un lato sgomento per la povertà dell’analisi, dall’altro indignazione per il tentativo maldestro di fare di tutta l’erba un fascio. Nel mio Dipartimento di Economia e Finanza, premiato dal MIUR poche settimane fa come Dipartimento eccellente, abbiamo fatto chiamate di giovani eccezionali, strapieni di pubblicazioni di qualità. E i nostri laureati trovano lavoro rapidamente, quelli che decidono di fare ricerca entrano nei migliori programmi di dottorato al mondo, quando decidono di non entrare nei tantissimi programmi di dottorato italiano di altissimo livello. Così per il nostro Dipartimento di Matematica, primo in Italia, tra i primi in Europa.

Alle persone che fanno queste affermazioni vorrei tanto ricordare il danno che mi procurano. Perché se io sono impegnato in una campagna per attrarre i migliori studenti al mondo nelle lauree triennali che abbiamo nel mio ateneo, frasi di questo tipo rendono il mio lavoro molto più duro, ve lo assicuro. Gli stessi Cantone e Caringella ricordano come “Anche pochi episodi corruttivi possono produrre un danno d’immagine e rischiano di incrinare l’alleanza virtuosa tra i cittadini tenuti al rispetto della legge e degli uomini che di questa legge sono i tutori istituzionali».

Come si può arginare la narrativa distorta?

«Investiamo nei dati oggettivi. “I dati della corruzione sono a oggi indeterminabili e in attesa dell’individuazione di indicatori più precisi non si può e non si deve orientare solo su di essi un’attività di contenimento”. Lo dice il presidente Cantone. È la mancanza di dati che rende più difficile per noi tutti che lavoriamo contro la corruzione  individuare dove sono le aree di rischio con precisione e concentrare i controlli e, a valle, comminare eventuali sanzioni. I dati soggettivi non bastano, anzi fanno male».

C’è chi sostiene che la corruzione si possa combattere con delle politiche “open data”. È d’accordo?

« Attenzione a raccomandare politiche di “open data” in un paese in cui è diffusa la percezione di corruzione. Sappiamo che open data è basata sull’idea dello stigma sociale a sua volta basato sul benchmarking di amministrazioni diverse. Ma vi sono rischi immensi nell’open data, e non solo per la carenza di dati.

Il rischio immenso è di attribuire, in gare d’appalto dove A compra al prezzo più alto e B a quello più basso, la medaglia di corrotto alla prima e non alla seconda stazione appaltante. Ma magari A ha comprato la cosa giusta al prezzo giusto. Il rischio è di non tenere conto delle tantissime variabili che possono giustificare un risultato diverso tra amministrazioni. Il rischio è la cultura del sospetto invece che quella del miglioramento, che deprime i più bravi».

Ma gli altri come fanno? C’è un esempio da seguire?

«Sì. Nelle Filippine i dati vengono usati non per paragonare amministrazioni tra di loro ma per permettere ad ogni amministrazione di paragonarsi con se stessa nel tempo, dandosi degli obiettivi e venendo premiata se vengono raggiunti: tutt’altro stimolo e energia positiva!».

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