Dic 2018
04
Banche e investimento responsabile - colloquio con Marco Fedeli, presidente Assosef

Arriva il rating della sostenibilità

Paola Pilati

«Oggi il dibattito sugli investimenti sostenibili è appannaggio del mondo della finanza e delle banche. Un’attività di élite quindi, di cui la gente comune non può e non deve occuparsi. Invece i valori SRI devono arrivare a inglobare tutti gli stakeholder, e quindi anche i cittadini. Quelli che vanno in banca tutti i giorni per chiedere un mutuo per la casa, un prestito per l’auto, o per investire i propri risparmi». Marco Fedeli, presidente dell’Associazione europea sostenibilità e servizi finanziari, è un pioniere del tema SRI, visto che da 12 anni se ne occupa sostenendo il Green global banking, progetto dedicato alla capacità delle banche e del sistema finanziario di ingaggiare e coinvolgere famiglie e piccole imprese. 

SRI è l’acronimo di socially responsible investing, cioè il modo di selezionare gli investimenti secondo linee-guida di tipo etico. Che guardano per esempio a non investire in armi, in attività che danneggiano l’ambiente o che possono violare i diritti umani. Un trend che sta contagiando tutto il mondo della finanza: nell’ultimo “Report on Us sustainable, responsible and impact investing trends”, appena pubblicato, gli asset targati SRI sono arrivati a12 trilioni di dollari, un dollaro su quattro del volume gestito professionalmente negli Usa. Blackrock, la grande società di risparmio gestito, ha appena deciso di lanciare un Etf sostenbile. «Oggi è possibile investire tramite social bond, o obbligazioni verdi, in imprese e programmi che tengono conto dei criteri ESG, che sta per “environmental, social and governance”», attacca Fedeli, «ma per noi c’è di più». 

Che cosa è questo di più?

«È la possibilità di far scendere tutto questo nella vita quotidiana. Pensi che moltiplicatore del cambiamento verso la sostenibilità che sarebbe!». 

Faccia qualche esempio.

«Le banche devono sostenere i consumi, per esempio dando un prestito per comprare un’auto. Ma non si potrebbe immaginare una premialità, o viceversa una penalizzazione nelle condizioni di quel prestito, per indurre a scegliere un’auto elettrica? E che spinta alla cultura della sostenibilità potrebbe venire dalle banche se nella valutazione del merito creditizio di una impresa che chiede un prestito tenessero conto anche della posizione dell’impresa sul fronte ESG! Sarebbe un modo per diffondere tra le imprese una cultura e una pratica della sostenibilità».

Servirebbero dei criteri di valutazione oggettivi. Esistono?

«Stiamo lavorando a costruire un rating basato su questi criteri. Il prossimo 11 dicembre, alla 12ma Conferenza sulla finanza sostenibile per l’economia reale, in cui daremo il Gran premio sviluppo sostenibile, presenteremo uno studio del professor Francesco Timpano, ordinario di Politica economica alla Cattolica di Piacenza, che offrirà indicazioni sui criteri da usare come strumento per integrare l’approccio ESG nella valutazione di merito creditizio. E sarà proprio con questi nuovi criteri che abbia scelto chi premiare quest’anno».

Quali sono questi criteri?

«Sono quattro: intanto escludiamo a priori tutte le società finanziarie che non dichiarano nei documenti ufficiali di avere una strategia verso i sustainable investment goals. Sono gli obiettivi adottati nel 2015 dai leader globali per lo sviluppo sostenibile da raggiungere nel 2030. Il secondo criterio è valutare l’intensità con cui ci si impegna per quei goals. E poiché non tutti i goals procedono allo stesso modo verso un miglioramento, ma alcuni si trovano in uno stadio più critico, premiamo l’impegno sugli obiettivi più difficili: povertà, tutela dell’ambiente, piena occupazione, riduzione delle ineguaglianze, o rendere le città sostenibili. Infine, quarto criterio, consideriamo il goal n° 12, vale a dire gli sforzi fatti per garantire un modello sostenibile di produzione e consumo». 

In Italia a che punto siamo: all’anno zero, o c’è qualche esempio virtuoso?

«Da noi opera la Banca Etica, che fa parte della Global alliance for banking for value, un network mondiale per diffondere il modello della finanza sostenibile a sostegno dell’economia reale. Esperienza che dimostra che operare in questo modo non è meno redditizio dell’attività bancaria tradizionale. Inoltre da poco il ministero dell’Ambiente ha istituito un Osservatorio italiano per la finanza sostenibile, a cui partecipiamo noi, con l’Abi, la Consob, la Banca d’Italia e altre istituzioni, per coordinarsi con quanto che sta avvenendo nel resto d’Europa. L’obiettivo è un “action plan”, a cui stanno lavorando dei gruppi di lavoro. Mi piacerebbe che uno di questi gruppi fosse mirato alla finanza sostenibile “retail”, quella appunto che pensa i prodotti a misura del consumatore».

Per aderire agli obiettivi dello sviluppo sostenibile, però, il mercato continua a chiedersi se sia redditizio. Se, cioè, non si sacrifichi il profitto. Questo potrebbe essere un grosso handicap sul cammino dei valori SRI.

«Non chiediamo alle banche di cambiare l’obiettivo di fare profitti, ma di come farli.  Un modo cioè più coerente con la contemporaneità, con i nuovi bisogni della società, allineato all’obiettivo della tutela ambientale, all’eliminazione delle disuguaglianze. È questo il nuovo campo di gioco in cui deve muoversi la banca. E non per “bontà”, ma perché conviene farlo, perché queste cose assicurano vantaggi competitivi e reputazionali. Se il sentimento collettivo su tutela del suolo, sostenibilità delle infrastrutture, prodotti km zero, si diffonde, la banca deve offrire dei prodotti in linea con questo nuovo sentire». 

 

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