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INTERVENTI DI EMERGENZA / LA CONFUSIONE DEL CURA ITALIA

Andrà tutto bene? Ditelo agli autonomi

Serena Caparra

Siamo in piena emergenza Covid19, nella fase 1 o forse nella fase 2. Ancora le idee non sono chiare a molti. O forse preferiamo credere che qualcuno dalla regìa abbia pianificato ogni mossa, salvo poi comunicarla alla spicciolata.

Chi pensa al tessuto produttivo e ai danni che ne stanno derivando o presto ne deriveranno, e chiede di riaprire tutto e al più presto, appellandosi allo slogan del momento: “se non moriremo di coronavirus moriremo di fame”; chi inneggia alla tutela della salute prima di tutto, come valore costituzionale prima ancora che morale; chi vuole un’Italia a differenti velocità in cui c’è chi riapre e chi no; chi pensa che ci salveremo solo quando la scienza metterà a punto un vaccino; chi riflette sull’importanza dell’ora d’aria per i bambini; chi crede nel complotto e chi ha la forza di pensare al “danno (futuro) da vacanza rovinata”. 

Insomma, ce n’è per tutti. 

Intanto che queste teorie si sviluppano tra talk televisivi e collegamenti rigorosamente da casa, il Governo tenta di trovare le risorse per far fronte all’innegabile crisi economica che emerge, quella sì, agli occhi di tutti. 

Ebbene, all’indomani del lockdown del 9 marzo viene approvato il D.L. 17 marzo 2020, n. 18, detto anche “Cura Italia”, con il quale oltre ad una serie di misure economiche per il sostegno alle imprese e alle famiglie, viene prevista anche l’istituzione di un Fondo denominato “Fondo per il reddito di ultima istanza“, volto a garantire il riconoscimento di un’indennità ai professionisti iscritti agli enti di diritto privato di previdenza obbligatoria. E demandando a “uno o più decreti del Ministro del Lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze” la definizione dei criteri, delle priorità e delle modalità di attribuzione dell’indennità, nonché l’eventuale quota del limite di spesa da destinare”.

Un’indennità da erogare, insomma, a quei professionisti quasi sempre dimenticati da tutto il panorama legislativo, attraverso un meccanismo già a prima lettura farraginoso, fatto di un decreto legge da convertire, di un decreto interministeriale da emanare, da varie Casse da raccordare e, ahinoi, da pochi soldi da distribuire a fronte di un cospicuo parterre.  

Nel frattempo,  l’Italia intera è impegnata ad assistere a momenti di pura follia del sito internet dell’INPS  – frutto di una configurazione errata della Content Delivery Network o (forse) di un attacco hacker – e alle storie dei malcapitati Luciano V., Silvia S. e Bruno A. di cui molti conoscono vita, morte e miracoli. Nel caos più generale dato dal timore del “chi tardi arriva male alloggia”, l’INPS stesso si preoccupa di comunicare a reti unificate che non ci sarà nessun “click day” e che, sebbene le domande saranno accolte in ordine cronologico, i soldi scenderanno a pioggia sulle teste degli aventi diritto. Presto (si fa per dire) o tardi, ma pagheremo tutti.

Non più tardi del 28 marzo viene firmato di concerto tra il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, e il ministro dell’Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri, il decreto che prevede di riconoscere anche ai liberi professionisti iscritti alle Casse previdenziali di diritto privato un bonus di € 600, stessa cifra riconosciuta agli autonomi garantiti dall’INPS (partite IVA, co.co.co., ecc.). 

Con lo stesso provvedimento vengono stabiliti i requisiti reddituali per accedere all’indennità e viene previsto lo stanziamento di 200 milioni di euro (per l’intero anno 2020), da spartirsi tra i beneficiari iscritti a tutte le Casse. Queste ultime sono onerate di rendicontare ai Ministeri del Lavoro e dell’Economia i risultati del monitoraggio condotto su istanze presentate e ammesse al pagamento, e qualora emerga che si sia “in procinto di (…) scostamenti rispetto al limite di spesa”, il Ministero del Lavoro potrà autorizzare gli ulteriori pagamenti solo se il Ministero dell’Economia (sentito il ministro competente) apporterà con proprio decreto le occorrenti variazioni di  bilancio, rimodulando le risorse tra le misure  previste dal decreto, ad  invarianza degli effetti sui saldi di finanza pubblica.    

Complesso, e molto, il meccanismo articolato non fa il paio con lo stato di emergenza e con una chiusura improvvisa e imposta a tutti. Lento, elefantiaco, si discosta dai bisogni individuali di chi precipita nell’incertezza non solo del presente ma anche del futuro.

Siamo già a fine marzo. Ma, nonostante tutto, finalmente le Casse private avviano le procedure telematiche per l’inoltro delle domande da parte degli iscritti. Alcune iniziano ad effettuare i primi pagamenti. 

Ecco, la procedura si blocca: interviene il c.d. “Decreto Liquidità” il quale modifica i requisiti di accesso al bonus, prevedendo che oltre ai requisiti reddituali bisogna essere iscritti a una Cassa «in via esclusiva». Requisito che non era previsto né dal decreto Cura Italia né dal decreto interministeriale. Ciò significa che chi è iscritto ad altra gestione, come ad esempio i lavoratori dipendenti iscritti anche alle Casse, non possono più accedere al beneficio. 

Stop, tutti fermi, si torna indietro. I primi pagamenti avviati dalle Casse vengono bloccati: si dovrà procedere necessariamente all’invio di una nuova domanda o quantomeno a un’integrazione della stessa. 

È il 10 aprile, sono trascorsi 31 giorni dal lockdown, molti di più dall’inizio dell’emergenza. E siamo ancora avvolti dal mantello dell’incertezza. Banalmente, ci si inizia a chiedere se questi soldi arriveranno mai sui conti dei professionisti.

Dati alla mano, fino a metà aprile le Casse hanno ricevuto all’incirca 420.000 domande per l’erogazione dell’indennità (tutte da verificare e le verifiche, vista la scarsità del personale “in dotazione”, vanno molto a rilento), ma il plafond al momento stanziato ne può soddisfare solo 330.000 circa. Quasi 90.000 domande sarebbero oltre budget e non è ancora scaduto il termine per la presentazione delle domande stesse, c’è tempo fino al 30 del mese.

Ad esempio, la sola Cassa Forense ha ricevuto ben 73.881 istanze solo nella giornata del 1° aprile. E qui, come detto, vale la regola secondo cui le domande sono accolte in ordine cronologico, salvo il già menzionato meccanismo di “possibile refill del plafond”, ancora tutto da stabilire, verificare e confermare. Ci sono a quanto pare le buone intenzioni da parte dei ministeri competenti, ma nessuna notizia ufficiale.

Al momento c’è chi ha beneficiato di una misura straordinaria e chi no, a parità di condizioni. Chi ha i soldi sul conto corrente e chi non ha ricevuto niente e non sa neanche se riceverà mai la somma. Un’evidente disparità di trattamento, casi del tutto analoghi gestiti in maniera diversa. E se anche quei 90.000 o più, per ora in uno stato di limbo, dovessero ricevere il bonus, quando accadrà? Dopo che sarà messo in modo il complesso meccanismo di modulazione delle risorse da destinare a questo capitolo di spesa. Quali saranno le tempistiche? In casi come questi anche il fattore tempo gioca la sua parte e in questo momento di confusione e di paura generalizzata si sarebbe (forse) dovuta mettere in campo qualche certezza in più.   

Non era difficile immaginare che ci sarebbe stato un numero così ingente di domande. Sono anni che si parla dei nuovi liberi professionisti e del fatto che i pagamenti dei loro onorari finiscono spesso in fondo (ma molto in fondo) alla lista dei “to do”. Con le dovute eccezioni, si sa. Pertanto, sarebbe stata cosa buona e giusta stanziare una somma adeguata quantomeno per trattare tutti gli aventi diritto alla stessa maniera. 

Che l’amaro destino del “chi tardi arriva male alloggia” tanto temuto dagli autonomi dell’INPS, non si sia abbattuto proprio sui liberi professionisti?

Ci si augura che l’hashtag del momento “andràtuttobene” varrà anche per questa categoria.

È il 19 aprile e ancora parliamo dell’indennità di marzo, per aprile chissà. Al momento circolano voci su un replay dell’indennità per gli autonomi dell’INPS , che pare verrà incrementata a 800 euro, ma probabilmente con requisiti più stringenti. 

Sui professionisti si vocifera poco o niente.