intervista a Giorgio Di Giorgio, professore di Teoria e politica monetaria e direttore del Casmef presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma
Se solo pensare a detronizzare il dollaro sembrava un’eresia oggi il clima è diverso e il mondo si interroga: siamo di fronte a un cambio epocale o è solo una crisi passeggera? Ecco i motivi dell'incertezza e quelli della prudenza. I messaggi del mercato del lavoro e la dinamica dei tassi. E cosa ci aspetta nei prossimi 3-5 anni
Sono in dollari gran parte degli investimenti del pianeta; in dollari si regola la quota prevalente del commercio mondiale; in dollari si calcolano le quotazioni delle più importanti materie prime e delle commodities, dall’oro al petrolio, si denomina in dollari la potenza economica più grande, gli Usa. In dollari è il debito pubblico più grande al mondo (38 trilioni di dollari) e oltre il 50% della capitalizzazione delle borse mondiali. Ma se solo pensare a detronizzare il dollaro poco tempo fa sembrava un’eresia, o una velleità da megalomani, oggi il clima è tutto diverso. L’azione dell’amministrazione Trump ha rotto il clima di fiducia intorno alla valuta americana, ha scosso equilibri consolidati e innescato una spirale di volatilità nei cambi e nei titoli del debito Usa.
Come vanno letti questi segnali? Siamo di fronte a un cambio epocale o è solo una crisi passeggera? Lo spiega in questa intervista Giorgio Di Giorgio, professore di Teoria e politica monetaria e direttore del Casmef presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma.
La discesa del dollaro è un normale aggiustamento ciclico o di un cambiamento strutturale?
«La discesa del dollaro, almeno nei confronti dell’euro, è un processo che va avanti da un anno. Occorre innanzitutto tenere conto che, negli ultimi 25 anni, il tasso di cambio euro-dollaro è oscillato in maniera molto rilevante, passando da valori a favore della valuta statunitense ad avversi, tanto che gli economisti intendevano un plausibile valore “di lungo periodo” per il rapporto tra le due valute in un range tra 1,20 e 1,125. Anche la debolezza delle ultime settimane mantiene il valore del dollaro rispetto all’euro sopra questo intervallo. C’è da sottolineare, però, che l’eurozona non ha brillato di certo negli ultimi anni…».
Alcuni analisti parlano di “regime change” nel rapporto tra dati macroeconomici positivi e andamento del dollaro. Condivide questa lettura?
«In parte sì, l’andamento dell’economia USA è stato particolarmente positivo rispetto alle attese, grigie, di due-tre anni fa. I tassi di interesse reali positivi non hanno frenato la “macchina” dell’economia americana, anche se la crescita non è stata uniforme tra i settori e ha beneficiato anche di una politica fiscale a supporto. La dinamica potrebbe però complicarsi notevolmente se venisse colpito da una crisi di sfiducia il settore tecnologico, vero motore fin qui della buona performance USA».
Quanto pesano le aspettative di tagli dei tassi da parte della Federal Reserve sull’andamento del dollaro?
«Ovviamente hanno un ruolo: un minore differenziale nei tassi di interesse potrebbe indebolire ulteriormente il dollaro, anche se la resilienza dell’inflazione rende probabile una discesa dei tassi graduale nei prossimi trimestri. D’altronde le condizioni finanziarie non sono certo “stringenti” in questo momento, e con una economia che continua a performare, spazi per riduzioni eccessivamente rapide dei tassi non ve ne sono».
La nomina di Kevin Warsh alla guida della Fed rappresenta un elemento di rassicurazione o di incertezza per i mercati?
«Entrambe le cose, il suo curriculum e l’esperienza acquisita lo rendono un presidente credibile e affidabile, tuttavia un cambio della guardia è sempre fonte di incertezza sui mercati. Certo il clima di “attacco” alla Fed, che ha caratterizzato gli ultimi sei mesi, non era più sopportabile. Speriamo che i rapporti rientrino nei limiti di un corretto dialogo istituzionale».
Le tensioni politiche e geopolitiche dell’amministrazione Trump stanno minando la fiducia internazionale nel dollaro?
«È probabile, nessun investitore ama aggiungere elementi di incertezza addizionale alle performances dei suoi investimenti. I repentini cambi di idea e di strategie dell’amministrazione USA, nei rapporti commerciali e nelle relazioni internazionali possono indebolire la fiducia dei mercati finanziari nella tradizionale valuta di “riserva”».
I Treasury restano un bene rifugio globale o stanno emergendo crepe nella loro solidità percepita?
«I Treasury mantengono un ruolo rilevante come bene di rifugio, ma il crescente debito americano e i timori di un peggioramento della congiuntura consigliano di guardare anche ad altre attività».
Cina e altri Paesi stanno davvero diversificando lontano dal dollaro, o al momento non esistono alternative credibili?
«Alternative, anche “dimensionali”, credibili, sono ancora scarse, ma a partire dalla crisi finanziaria internazionale il debito mondiale in rapporto al PIL è cresciuto molto, in particolare i debiti pubblici. Una diversificazione maggiore è oggi una opportunità più facilmente realizzabile, e viene naturalmente spinta dall’emotività a fronte di eventi o di “esternazioni” di rottura».
Quali sarebbero i segnali precoci di una crisi più profonda del dollaro?
«La salute di una valuta è sempre connessa a quella dell’economia sottostante, quindi una crisi profonda, cronica, dell’economia americana, potrebbe innestare un ciclo particolarmente negativo del dollaro: speriamo ciò non si verifichi, anche per le conseguenze che avrebbe sulla congiuntura mondiale e sulla stabilità finanziaria».
Per investitori e imprese, è il momento di aumentare la diversificazione valutaria?
«Si, gradualmente, ed affidandosi ai fondamentali, senza agire “di pancia”».
Perché il dollaro non ha reagito in modo significativo a dati occupazionali migliori delle attese?
«La dinamica del mercato del lavoro va letta sulla base di più indicatori, il tasso di disoccupazione, l’andamento dell’occupazione nei diversi settori e la sua qualità, le remunerazioni offerte e la facilità di reperire forza lavoro adeguata. Non tutti questi indicatori vanno alla grande. Ad esempio, l’occupazione negli USA non ha ancora pienamente recuperato i livelli precedenti la grande crisi finanziaria internazionale e in molti sono usciti dal mercato del lavoro per non più rientrarvi dopo la Pandemia. Gli effetti dell’AI sulle prospettive occupazionali sono poi ancora tutti da determinare, ma non appaiono incoraggianti».
Siamo davvero di fronte a una possibile fine dell’ordine economico dollaro-centrico, o “non ci sono alternative” nel breve periodo?
«Nel breve periodo, le alternative sono ancora limitate, ma un mondo con multipli riferimenti valutari credo abbia elevate chances di svilupparsi nei prossimi 3-5 anni, sotto la crescente spinta, in particolare delle economie emergenti. Diverse zone del mondo avranno scambi commerciali e portafogli con allocazioni meno omogenee di oggi dal punto di vista valutario».